Nella lettura delle opere di Francesco Speranza dedicate a Bitonto (la sua città natale), raccolte per temi o ambiti e non secondo un ordine cronologico, ci siamo occupati sinora di quelle relative a Lama Balice (leggi qui), di altre legate al circuito dei camminamenti (leggi qui) addossati all’antica cinta muraria, e di quelle che riguardano le corti e i vicoli (leggi qui) che caratterizzano la città vecchia.
IL CICLO DI DIPINTI DEDICATI AI LUOGHI DELL’ANIMA
Abbiamo pure focalizzato l’attenzione su alcuni luoghi particolarmente cari al pittore: piazze o piazzette alle quali egli ha dedicato diversi dipinti, dando vita ad un tema divenuto caposaldo della sua produzione artistica. A tal proposito, abbiamo passato in rassegna sia le più monumentali e rappresentative, come quelle che compongono il cosiddetto sistema delle tre piazze (clicca qui) e Piazza Cattedrale (clicca qui), sia altre per le quali il maestro si è elevato a cantore di un’architettura minore, come l’insieme delle opere inerenti Piazzetta Fortiguerra (clicca qui).
Proseguiamo, ora, la lettura tematica del ciclo di dipinti attraverso i quali l’artista illustra la “sua” Bitonto, esaminando quello relativo a Piazza Minerva. Ma prima, come consuetudine, alcune informazioni di carattere storico sui luoghi.

PIAZZA MINERVA NELLA STORIA
L’odonimo Piazza Minerva, che non sappiamo con precisione in quale epoca sia stato assegnato a questo spazio urbano, attesta la presenza di un antico tempio pagano dedicato al culto della dea Minerva, che si elevava sull’acropoli, la parte più alta del municipium romano. Ce lo conferma l’elemento lapideo addossato al muro esterno nel giardino retrostante della chiesetta di San Pietro de Castro, rinvenuto durante i lavori di restauro ed ampliamento eseguiti nel 1855, assieme ad alcuni frammenti di colonne già esistenti. Appare, dunque, assai probabile che tale denominazione della piazza derivi proprio da questa scoperta.
Il cimelio di epoca romana – quasi certamente un’ara votiva – presenta su di una faccia un’epigrafe, il cui contenuto però è abbastanza dibattuto tra gli storici locali (Antonio Castellano, Vito Acquafredda, Giuseppe Pasculli) per via dei caratteri alquanto rosi dal tempo. Motivo per il quale evitiamo di riportare l’iscrizione. Quel che è certo è che essa rappresenta il voto di una figura, forse autorevole di quel tempo, alla dea Minerva: un pio omaggio trascritto nella pietra a perenne ricordo. Su un’altra faccia dell’ara votiva, è riportata la testa di Medusa: attributo iconografico che caratterizzava lo scudo impugnato dalla dea Minerva.

Fatta eccezione per questi frammenti archeologici, dell’antico tempio pagano dedicato a Minerva non resta più nulla. Sulle sue rovine fu edificata la chiesa di San Pietro de Castro, detta anche San Pietro in Vincoli o San Pietro del Castello, per l’esistenza dell’adiacente struttura fortificata probabilmente di origine longobarda. La dedicazione della chiesa a San Pietro è legata alla tradizione medievale, che narra il passaggio dell’Apostolo da Bitonto, il quale con la predicazione avrebbe convertito la popolazione alla nuova fede cristiana ed estirpato il culto delle divinità pagane.
La chiesa di San Pietro ha un impianto architettonico di tipo basilicale, diviso in tre navate da pilastri, ed è orientata con l’abside esposta a Oriente e il fronte a Occidente, come tutte le antiche chiese cristiane. I continui rimaneggiamenti che ha subito, tra cui quello su citato, realizzato a metà dell’Ottocento, in occasione del quale è stata rinvenuta l’ara votiva e che prevedeva l’abbattimento dell’abside e l’allungamento del presbiterio, ne hanno trasformato, tuttavia, in modo considerevole l’aspetto originario.
Alla piccola chiesetta di San Pietro è affiancata l’imponente chiesa di San Francesco d’Assisi, detta anche della Scarpa (occupata dai Francescani Conventuali dell’Ordine dei Minori) per distinguerla da quella degli Zoccolanti (i Francescani Osservanti) che invece avevano la propria sede nella chiesa di Santa Maria della Chinisa, fuori dalle mura della città. La chiesa, denominata inizialmente Santa Maria Maddalena, fu edificata sulla parte più alta della città antica per volere di Carlo I d’Angiò e sotto la direzione dei lavori di Sergio Bove, a partire dal 1283. Nella chiesa, consacrata agli inizi del Trecento, solo in seguito si stabilirono i francescani, i quali realizzarono l’annesso convento. Anche questo tempio, tuttavia, ha subito nel tempo numerosi rifacimenti.

Tornando a Piazza Minerva ci sembra importante evidenziare che lo spazio non è stato concepito in modo unitario, ma si è modellato assumendo una conformazione alquanto irregolare, attraverso la costruzione nel tempo dei vari corpi di fabbrica. Lo spazio si percepisce, infatti, più come uno slargo che si apre sulla strada, percorrendo via Ferrante Aporti e proseguendo per via San Pietro de Castro. S’intuisce, peraltro, a dimostrazione di quanto detto, come i due fabbricati sovrapposti davanti alla facciata della chiesa di San Pietro, oltre a chiudere le porte delle navate minori dal di fuori, abbiano pregiudicato anche lo spazio all’esterno dell’edificio di culto.
Tra queste due fabbriche si contraddistingue quella di destra, che ha un carattere più nobiliare con il portale d’ingresso a Palazzo Altobelli (o Altobello): un edificio che si sviluppa molto in profondità, costeggiando tutto il giardino della chiesa sino alle mura di cinta della città antica, su cui poggia un singolare fronte, che offre una vista davvero privilegiata su Lama Balice.
Piazza Minerva, inoltre, si fonde con uno spazio urbano più piccolo costituito da Piazzetta Don Giuseppe Morosini, caratterizzata dalla scalinata appartenente al podio della chiesa di San Francesco d’Assisi e dalla facciata del Palazzo Giannone-De Majoribus: una quinta urbana definita dalla confluenza, a cuneo, di via Vincenzo Rogadeo con via Ferrante Aporti. L’edifico, costruito tra Seicento e Settecento, si attesta sulla piazzetta con un belvedere posto in sommità ed un balcone, al piano nobile, dotato di particolari mensole con maschere che rappresenterebbero i sette vizi capitali.

PIAZZA MINERVA NELLA PITTURA DI SPERANZA
Piazza Minerva è, senz’ombra di dubbio, uno dei “luoghi dell’anima” di Speranza, perché è tra quelli della città antica raffigurati in diverse occasioni, tramite una serie di opere concatenate tra loro. Il primo dipinto su questo spiazzo è Paesaggio di Bitonto, del 1941, nel quale l’artista riprende quella parte della piazza che sente più nelle sue corde. Forse quella più anonima, che tuttavia ha il suo punto di forza nella teatralità degli avancorpi, dei volumi bassi e delle scale, che si sovrappongono ai corpi di fabbrica. La veduta, messa su tela, riguarda la quinta prospettica definita da tre fronti, di cui quello centrale è opposto alla chiesa di San Pietro, mentre sul lato destro si trova l’antico forno, gestito oggi della famiglia Carlucci. La facciata di fondo, prospiciente Corte del Gelso, è caratterizzata dal passo regolare delle bucature, quasi disturbato dal ritmo irregolare di canne fumarie ben slanciate. Oggi quel fronte appare cambiato perché le ciminiere non ci sono più.
L’atmosfera del dipinto è quella estiva di agosto, poiché le figure che lo animano indossano abiti sbracciati e al centro del largo marciapiede vi sono le stese di mandorle sui panni ad asciugare al sole. L’ora in cui è fissata la scena è mezzogiorno: il sole è alto e l’ombra sotto le cortine edilizie è piuttosto esigua. Come per tante altre opere, Speranza adotta una logica ben precisa nel collocare le figure che rivitalizzano lo spazio urbano. Le figure femminili sono disposte ai margini, ai piedi delle facciate delle case, e ravvivano in modo puntuale gli usci delle porte, le scale e i balconi, mentre le figure maschili occupano la parte centrale: si distinguono il giovane garzone del forno, con l’asse di legno su cui trasporta il pane sulla testa, e un uomo più maturo che sembra tornare dalla campagna, conducendo il suo fido cane al guinzaglio.

Nel 1952, con l’opera Case del mio paese, il maestro torna a raffigurare questo luogo da un’altra angolazione, secondo una visuale che congiunge idealmente via Ferrante Aporti a via San Pietro de Castro. Il punto di osservazione è alto: Speranza per ricavare il disegno preparatorio all’inquadratura deve essersi appostato sul terrazzo del già menzionato Palazzo Giannone-De Majoribus.
La cortina edilizia frontale raffigurata sulla tela è tagliata in due da via San Pietro de Castro: appare serrata, a sinistra, da un angolo della chiesa di San Francesco “la Scarpa” (che si erge sull’alto podio in pietra, cinto dalla sua inconfondibile balaustra in ferro) alla quale si accosta una parte della facciata di Palazzo Altobelli, mentre a destra si chiude con una sovrapposizione di case sulle quali si inerpicano pergolati di vite.
Nel dipinto il tempo appare sospeso: alcune figure dell’opera precedente compaiono anche in questa, viste da un punto di vista differente, mentre se ne aggiungono altre che animano lo spazio centrale. Quest’opera è avvolta da un’aura di particolare curiosità: secondo quanto riportato da Emanuele Cazzolla nel volume Francesco Speranza. Pittore del Novecento, il dipinto si troverebbe oggi in Pakistan.

Speranza nel 1955 realizza ancora un altro dipinto sulla piazza, dal titolo Rustico con pergolato, noto anche come Casa Rossa. L’opera sembra essere la continuazione di Paesaggio di Bitonto, poc’anzi descritto. L’artista, infatti, in questa tela concentra la sua attenzione proprio sull’edificio che a destra chiude la prospettiva di Paesaggio di Bitonto, facendolo diventare il vero punctum dell’opera.
Da un punto di vista meramente compositivo, l’edificio s’impone con una grande carica dirompente, segnando con lo spigolo l’asse verticale di mezzeria della tela: a sinistra, si vede l’ingresso all’antico forno e a destra chiude la scena proprio il più volte menzionato Palazzo Giannone-De Majoribus, che si affaccia su Piazzetta Don Giuseppe Morosini. L’opera è priva di figure umane, quindi si basa solo ed esclusivamente sull’architettura del luogo, un’architettura anonima che si contraddistingue solo per il pergolato che s’inerpica su di essa.

Questa stessa idea pervade anche un’altro dipinto su Piazza Minerva, del quale per il vero non conosciamo con esattezza né il titolo né l’anno. Potrebbe trattarsi di Chiesina di San Pietro (così la definisce Emanuele Cazzolla), realizzata con ogni probabilità negli anni Sessanta. Anche qui Speranza rivolge l’attenzione esclusivamente all’architettura del piccolo edificio di culto della piazza e lo fa con una straordinaria vista frontale, perfettamente centrata sulla chiesa, forse riportando su tela un vecchio bozzetto eseguito negli anni Quaranta. Come per diverse altre opere in cui il maestro rappresenta campo e controcampo di uno stesso spazio, questo dipinto raffigura il fronte opposto a Paesaggio di Bitonto del 1941.
L’artista nella composizione dell’opera sfrutta in modo sapiente la particolare condizione del contesto in cui il tempio è inserito: chiuso in un anfratto e serrato tra i due edifici: l’abitazione più modesta, a sinistra di chi guarda la chiesa, e l’ingresso di Palazzo Altobelli, a destra. Il quadro, in questo senso, risulta composto da due grandi masse, due figure, una a forma di “U” e l’altra di “T”, che si innestano tra loro, in un notevole contrasto coloristico. Difatti, nella trattazione del suolo dello spiazzo, assieme alle facciate dei palazzi, si mescolano i colori ocra e marrone, a disegnare la “U”, mentre la facciata stretta della chiesa di colore azzurro si confonde con il tono del cielo, configurando una “T”.
Nel 1976, infine, il pittore esegue un ultimo lavoro su Piazza Minerva dal titolo Case con pergolati, ma questo altro non è che un dettaglio dell’opera Case del mio paese, che abbiamo già visto. Rappresenta, difatti, una “tranche” della cortina edilizia posta di fronte all’antico forno Carlucci.

NEI DIPINTI DI PIAZZA MINERVA, SPERANZA SI CONFERMA CANTORE DELL’ARCHITETTURA MINORE
Con queste opere, tutte concatenate tra loro, come a restituire gli alzati prospicienti la piazza, eseguite in un arco di tempo che copre due decenni, Speranza riesce a rappresentare con grande efficacia e in modo esemplare Piazza Minerva, cogliendone, come abbiamo più volte ribadito, quell’aspetto più anonimo, ma altrettanto significativo. Anche in questo ciclo di opere emerge, dunque, quel carattere del nostro amato pittore tralasciato dalla critica ufficiale che lo eleva a cantore di quell’architettura minore, costituita da luoghi anonimi della sua terra d’origine.
Nella foto in alto, “Casa Rossa” o “Rustico con Pergola” (1955)





