Le donne in rete, tra visibilità e vulnberabilità

Un momento di confronto sul ruolo femminile nello spazio pubblico, tra presenza online e uso consapevole dei social, nell'incontro promosso da "La voce delle donne" a Bitonto

Una preziosa occasione per riflettere sull’evoluzione del ruolo delle donne nello spazio pubblico, tra dimensione reale e digitale. Un momento per analizzare il dedicato rapporto tra donne, visibilità online e uso consapevole dei social, inserito nel più ampio percorso di valorizzazione della presenza femminile promosso dall’associazione La voce delle donne

Ad intrecciare analisi e riflessioni nel corso dell’incontro Donne nei social: empowerment o esposizione?, svoltosi, nei giorni scorsi, in collaborazione con l’amministrazione comunale nel contesto della Giornata internazionale della donna e dell’ottantesimo anniversario del diritto di voto alle donne, sono stati esperti provenienti da ambiti diversi.

Gli esperti coinvolti

Enrico Mariconti, professore di Security and Crime Science presso la University College London, che nelle sue ricerche utilizza Intelligenza Artificiale e Data Science per studiare e contrastare il crimine informatico, con particolare attenzione ai fenomeni di odio e molestie online. Domenica Girasoli, dirigente medico, psicologa e psicoterapeuta del Centro di Salute Mentale della ASL Bari, oltre che autrice di numerosi saggi in ambito psicologico e psichiatrico. Annagrazia Morea, Commissario Capo della Polizia di Stato e responsabile del Settore I del Centro Operativo per la Sicurezza Cibernetica di Bari, attivo nel contrasto ai reati online contro la persona, tra cui revenge porn, stalking e diffamazione. Beatrice D’Abbicco, autrice, docente ed educatrice, esperta di studi di genere e politiche giovanili presso l’Università di Bari, impegnata nella promozione dei diritti delle donne e nella sensibilizzazione sul tema della parità di genere anche attraverso la collaborazione con il Centro Antiviolenza “Giraffe” e diverse realtà associative.

Dopo gl interventi della presidente dell’associazione, Cecilia Petta, del sindaco Francesco Ricci e dell’assessora alle pari opportunità, Marianna Legista, introducendo i vari temi in discussione, il moderatore Walter Larovere, dottorando in filosofia presso l’Università del Salento, ha scelto di partire proprio dalla prima parte del titolo dell’incontro, “Donne nei social”, soffermandosi su un elemento apparentemente marginale ma in realtà molto significativo: la preposizione “in”.

La presenza “in” rete: un nuovo spazio da abitare

«Questo piccolo elemento – ha spiegato – ci aiuta a mettere in luce alcuni tratti non solo del genere femminile, ma più in generale della condizione umana. Quel “in” indica uno stato in luogo, una collocazione nello spazio e racconta un dato della vita contemporanea: la presenza di uomini e donne sui social». Uno spazio che, ha sottolineato, non si limita più a essere una semplice piattaforma di passaggio: «I social sono il luogo che accoglie la nostra presenza e in cui si svolge gran parte della nostra esperienza quotidiana, privata e pubblica. Ma non siamo soltanto presenti nei social: li abitiamo. Il rapporto con il mondo digitale è diventato sempre più strutturale, coinvolge il nostro essere più profondo e non si riduce a una presenza, più o meno passiva, su uno strumento».

Identità, relazione e comunicazione

In questa prospettiva antropologica si parla spesso di educazione, formazione e di prevenzione rivolta, soprattutto, ai giovani, sollecitati ad essere sempre più presenti, diventando costruttori di identità attraverso l’interazione tra esperienze personali, corpo e contesto sociale e digitale.

«La nostra identità si costruisce attraverso l’alterità». E’ partita da questa riflessione la dott.ssa Domenica Girasoli, che ha posto al centro del suo intervento il tema della relazione uomo-donna. «Nasciamo già affidati alle cure materne e paterne – ha spiegato – e, attraverso le esperienze della vita, costruiamo la nostra identità proprio nel rapporto con gli altri. È a partire da questo principio di alterità che va ripensata e ridefinita la relazione tra uomo e donna». Ognuno, ha sottolineato, costruisce la propria identità attraverso desideri, sogni e scelte personali. Un ruolo fondamentale in questo processo è svolto dalla comunicazione, non solo quella digitale ma anche quella non verbale, fatta di emozioni, gesti e sguardi, elementi essenziali per comprendere ciò che vogliamo realmente esprimere.

Identità, relazione e comunicazione

«La comunicazione è fatta anche di messaggi interiorizzati: il modo in cui guardiamo l’altro, come ci muoviamo, come il nostro volto si riflette in quello degli altri. Siamo fatti di luce e di ombra: non dobbiamo negare la nostra parte oscura, ma riconoscerla e integrarla. Solo così possiamo trasformare anche le emozioni negative in una comunicazione più consapevole». Per raggiungere questa armonia, ha aggiunto, sono necessari autostima, libertà di scelta e capacità di esercitare un controllo consapevole sulla propria vita. L’obiettivo è promuovere una reale parità di genere, rafforzando il ruolo della donna in tutti gli ambiti della società e valorizzando un’educazione alla relazione uomo-donna che contribuisca a migliorare la qualità della vita e a prevenire ogni forma di violenza.

I limiti della comunicazione digitale

Nella comunicazione digitale, ha osservato ancora Girasoli, non entra in gioco solo una parte limitata del nostro corpo: dietro ogni gesto, ogni parola e ogni contenuto condiviso c’è sempre l’intenzione di una persona. «I social presentano aspetti positivi e negativi: da un lato rendono la comunicazione più immediata e permettono di raggiungere molte persone; dall’altro, se diventano l’unico canale relazionale, rischiano di impoverire la comunicazione faccia a faccia, in cui entrano in gioco sia i messaggi verbali sia quelli non verbali».

Empowerment, esposizione e rischi online

I social network possono quindi rappresentare uno strumento utile per partecipare alla vita sociale, culturale e politica, ma presentano anche rischi significativi. Tra questi, la diffusione non consensuale di immagini intime – il cosiddetto revenge porn – reato previsto dall’articolo 612-ter del Codice penale. A spiegare il quadro normativo e operativo è stata Annagrazia Morea, commissario capo della Polizia di Stato e responsabile del Settore I del Centro operativo per la sicurezza cibernetica di Bari. «Come Polizia Postale – ha spiegato – siamo impegnati nella tutela delle persone nel mondo digitale e nel contrasto ai reati online».

Nel dibattito si è parlato anche del delicato equilibrio tra empowerment ed esposizione. Con il termine empowerment si intende la capacità della donna di autodeterminarsi, esprimendosi liberamente in tutti gli ambiti della propria vita; l’esposizione, invece, riguarda la sovra-visibilità che può trasformarsi in oggetto di scherno, molestie o abusi online.

«I social sono uno spazio di narrazione – ha spiegato Morea – dove ognuno racconta se stesso. Spesso però assistiamo a una contrapposizione: da un lato l’immagine della donna perfetta, costruita anche attraverso l’intelligenza artificiale; dall’altro quella di chi sceglie di mostrarsi per ciò che è e rischia per questo di diventare bersaglio di molestie o richieste sessuali». Il problema, ha chiarito, non è tanto l’esposizione in sé, quanto la pressione sociale che può derivarne. Sempre più spesso, infatti, giovani ragazze arrivano negli uffici della polizia disperate dopo essere state vittime di reati online. «Molte misurano il proprio valore in base al numero di “like” ricevuti e questo le rende più vulnerabili e manipolabili, esponendole a ricatti affettivi o sessuali», ha chiarito.

Consapevolezza come strumento di tutela

La soluzione, ha aggiunto, sta nella consapevolezza. «Se una donna pubblica contenuti sapendo gestire le conseguenze, allora si parla di empowerment; se invece subisce le conseguenze senza averne piena consapevolezza, si tratta di sovraesposizione». Durante le campagne di sensibilizzazione nelle scuole, Morea propone spesso un esempio semplice: «Prima di inviare una foto, chiedetevi se vi creerebbe disagio vederla su un cartellone pubblicitario nella piazza della vostra città. Se la risposta è sì, meglio non inviarla».

Tra i reati più frequenti nel mondo digitale vi sono anche cyberstalking, truffe sentimentali e la diffusione di immagini manipolate attraverso l’intelligenza artificiale. Il cosiddetto Codice Rosso consente di accelerare le procedure investigative e garantire maggiore protezione alle vittime. Particolarmente insidiose sono anche le truffe romantiche, che colpiscono spesso donne adulte: «I truffatori instaurano un rapporto affettivo con la vittima fino a farsi percepire come partner. Alcune persone arrivano a perdere tutti i risparmi di una vita». L’invito della polizia è chiaro: non vergognarsi e chiedere aiuto, rivolgendosi alle forze dell’ordine, ai centri antiviolenza o alle istituzioni.

I relatori intervenuti all’incontro: da sin. Cecilia Petta, Walter Larovere, Annagrazia Morea, Betarice D’Abbicco e Domenica Girasoli

Uno sguardo culturale e sociale

A offrire uno sguardo più ampio sul fenomeno è stato il professore Enrico Mariconti, che ha ricordato come la mente umana tenda a ragionare per contrapposizioni – reale e virtuale, buono e cattivo – mentre nella realtà le due dimensioni sono ormai profondamente intrecciate. «Ognuno di noi lascia online una impronta digitale: una traccia di dati che racconta chi siamo. Conoscere questi meccanismi è fondamentale per essere consapevoli dei rischi legati alla privacy».

A chiudere l’incontro è stato l’intervento della docente Beatrice D’Abbicco, che ha richiamato l’attenzione sulla dimensione culturale del fenomeno. «L’esperienza nei centri antiviolenza – ha spiegato – dimostra che questo problema non nasce da singole patologie individuali, ma da una questione culturale che si riflette anche nei social». Secondo D’Abbicco esiste un paradosso contemporaneo: mentre la libertà femminile cresce, aumenta anche il controllo mediatico sui corpi delle donne. «Il mito della bellezza alimenta una vera e propria industria estetica che impone standard rigidi. Siamo più libere, ma allo stesso tempo sottoposte a nuove forme di pressione sociale».

I social network, ha concluso, spesso riproducono logiche e sguardi di tipo patriarcale che si manifestano nei linguaggi ostili e negli atteggiamenti tossici rivolti alle donne. «Proprio per questo è importante che le donne occupino tutti gli spazi, anche quelli digitali, utilizzandoli in modo consapevole come strumenti di espressione e comunicazione».

La bellezza come ricerca di senso

In chiusura dell’incontro (alla cui realizzazione hanno contribuito in modo particolare le socie de “La voce delle donne” Nuccia Saracino, Marzia Scelsi, Seva Mundo ed Elisabetta Lauta) è stato ricordato il significato della celebre frase «La bellezza salverà il mondo»: un invito a recuperare il proprio desiderio e il senso profondo della propria vita, perché solo riconnettendosi con quella dimensione autentica è possibile costruire un rapporto più armonioso con sé stessi e con gli altri.