“Quo vadis homo?” non è un interrogativo banale. È una domanda che cerca di arginare la confusione e l’incertezza del nostro tempo, e che racchiude il senso profondo dell’itinerario umano. E’ il tema che ha guidato l’incontro dedicato alla profezia di Don Tonino Bello, ospitato nell’Auditorium della Fondazione Opera Santi Medici di Bitonto, con due relatori d’eccezione: mons. Francesco Savino, vicepresidente della CEI, e mons. Giovanni Ricchiuti, presidente nazionale di Pax Christi, protagonisti di una lectio a due voci, coordinati dal giornalista Massimo Bianco.

L’evento ha posto al centro i temi della pace, della giustizia sociale e del diritto alla salute, con uno sguardo rivolto agli “ultimi”. Il punto di partenza è stato il libro di Sabino Zinni, intitolato Don Tonino Bello, uomo del Sud e dei Sud. Una proficua occasione non solo per parlare di pace e solidarietà, ma anche per ricordare che la pace deve diventare pratica quotidiana, “pane di ogni giorno”. Don Tonino, figura cardine dell’incontro, continua infatti a indicarci la strada: la sua testimonianza offre ancora oggi spunti preziosi per comprendere un tempo in cui verità, giustizia, solidarietà e libertà sembrano indebolite. In un mondo che consuma notizie e guerre come spettatori indifferenti, il suo invito è chiaro: alzarsi e diventare costruttori di pace.
La domanda “Quo vadis homo?” nasce da uno spunto editoriale legato al libro di Zinni, ma diventa un interrogativo civile e di coscienza: dove stiamo andando come comunità, istituzioni, società? Un interrogativo che scaturisce dall’ascolto delle persone, spesso disorientate da una realtà che cambia troppo in fretta, e che ci richiama alla responsabilità di costruire un linguaggio comune attorno al pensiero di Don Tonino, contribuendo, ciascuno nel proprio ambito, alla realizzazione del bene comune. La sua lezione è semplice e radicale: la pace non è un’idea, ma un’azione.

Il libro presenta Don Tonino come “uomo del Sud”, dove il Sud non è solo un luogo geografico, ma una condizione sociale di marginalità. La sua figura continua a parlare con forza al mondo contemporaneo: incarna un cristianesimo concreto, capace di ascoltare anche il silenzio della sofferenza, la voce degli ultimi, dei fragili, degli ammalati. Da quel “Quo vadis homo?” nasce l’invito a muoverci: essere fraternità di pace, missionari di giustizia, portatori di un “grembiule di pace”. Non siamo soli: la fede può illuminare anche i traumi dell’esistenza. Scoprire Cristo significa rivelarlo nella vita quotidiana. Con spirito francescano, Don Tonino richiamava alla carità, alla solidarietà e al servizio.
Il libro di Zinni si inserisce in questa direzione: un autore vicino agli ultimi, agli emarginati, alle vittime della guerra. Per Don Tonino la pace era un’architettura fatta di giustizia, benessere sociale e dignità del lavoro. Emblematica la sua marcia del 1992 a Sarajevo, già malato, per essere vicino a una città ferita: dalle ferite, diceva, può nascere la speranza. E la pace comincia quando l’altro diventa un volto da guardare: una frase semplice, ma rivoluzionaria.

L’intervista a tre voci contenuta nel libro restituisce l’unicità di Don Tonino. Zinni racconta di essere “innamorato” di quest’uomo che ha segnato la sua vita. Richiama la profezia di Gioacchino da Fiore e la “convivialità delle differenze”, tema caro a Don Tonino: superare l’ombra di Caino, riconoscere l’altro non come minaccia ma come fratello. La pace, ricordava, si costruisce con l’avversario, non con l’amico. Don Tonino univa concretezza e contemplazione: accoglieva sfrattati, sosteneva operai, raccoglieva vestiti per i bisognosi, e allo stesso tempo rifletteva sui grandi problemi del mondo. Da qui nasce la sua “contemplattività”, la capacità di essere insieme contemplativi e attivi.
Monsignor Ricchiuti ha ricordato la radice spirituale del suo impegno: una cappella, un inginocchiatoio, un quaderno e la Bibbia. In un mondo che si chiude nella diffidenza, Don Tonino invitava a guardarsi negli occhi e riconoscere l’altro come fratello: homo homini frater. La speranza, per lui, era un gesto che ti rialza e ti fa camminare verso la pace.

Monsignor Savino ha sottolineato come Don Tonino temesse che la speranza diventasse illusione: per questo diceva che va “organizzata”, attivando processi culturali, sociali, politici ed ecclesiali. Sempre fedele al Vangelo e alla Costituzione, partiva dagli ultimi, da chi non ha voce. È stato profetico perché ha saputo unire le ragioni di Dio e quelle dell’uomo. Non va trasformato in un santino: va recuperata la sua forza evangelica e civile.
Molti gli aneddoti che rivelano la sua autenticità. Savino ricorda quando, passando in auto con don Tonino e un altro giovane prete, in una zona frequentata da coppiette, lo stesso don Tonino disse: “Ragazzi, che bello: lì si sta celebrando l’amore!”. Uno sguardo capace di vedere il bene oltre le apparenze. Un altro episodio riguarda un politico molfettese che, provocatoriamente, gli disse: “Per parlare con lei devo essere un tossicodipendente o un ladro?”. Don Tonino rispose: “Il Vangelo dice che solo i malati hanno bisogno del medico. Lei ringrazi la vita: non ha questi problemi. Ma io devo preferire chi ha bisogno di essere riscattato. E comunque, quando vuole, vediamoci: venga a cena con me”. Misericordia, giustizia e verità, insieme.

Per Don Tonino gli ultimi erano le pietre angolari della storia, la “Chiesa del grembiule”, dove il servizio è la forma più alta di eucaristia. Da qui l’appello: recuperare la denuncia come annuncio di salvezza, costruire la pace dal basso, reagire all’indifferenza e alla menzogna. L’uomo e il divino, diceva, camminano sempre insieme.
E quando vedeva qualcuno scoraggiato, citava Edmond Rostand:
“C’est la nuit qu’il est beau d’attendre la lumière; il faut forcer l’aurore à naître en y croyant.” (È nella notte che è bello attendere la luce; bisogna costringere l’aurora a nascere, credendoci). Un invito che oggi, soprattutto per i giovani, resta più urgente che mai.




