L’ironia futurista di Casavola è l’antidoto ai tempi gobbi

Il successo dell’opera del compositore modugnese conferma la qualità del cartellone del Petruzzelli, guidato dall’idea che l’arte debba illuminare il presente e renderlo comprensibile

Quando si parla di Futurismo, la prima avanguardia storica, non possono non venire in mente Filippo Tommaso Marinetti, il fondatore del movimento, e le sue poesie ricolme di onomatopee (Zang tumb tumb del 1914 più di tutte), nonché l’aria febbricitante che si respirava al tempo. Il desiderio, tipico di chi è stanco del proprio presente, di ribaltare il tavolo ben apparecchiato che ha davanti, con tutti i suoi piatti e bicchieri dorati, il coltello per il burro, la forchetta del dolce, il tovagliolo piegato a triangolo. Tutti quei valori che affondano le radici in un passato lontano, che è bene rivoltare perché si possa ricominciare da capo.

Certo, il futurismo glorificava la guerra (“sola igiene del mondo, il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertari, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna“) come pure intendeva “distruggere i musei, le biblioteche, le accademie d’ogni specie, e combattere contro il moralismo […] e ogni viltà opportunistica o utilitaria“. Insomma, portare una “ventata d’aria fresca” (a quale prezzo!) in una società soffocata dalla tradizione.

In questi anni, in realtà, è in atto un’opera di rivalutazione e riqualificazione del Futurismo, come movimento che ha profondamente rivoluzionato l’arte, la musica, la letteratura, il teatro e perfino la cucina, di fine novecento. Questa nuova prospettiva ha fatto sì che, in una programmazione che da tempo non era così viva, il Petruzzelli abbia restituito alle scene un’opera che il tempo aveva quasi sepolto: Il gobbo del Califfo di Franco Casavola, tornata a vivere grazie a una produzione capace di coniugare la leggerezza farsesca alla profondità simbolica di questo raffinato atto unico.

Nato a Modugno nel 1891 e formatosi nel fervore delle avanguardie, Casavola fu inizialmente un pilastro del futurismo musicale, presentando nel 1924 ben cinque manifesti teorici del movimento. Sul finire del decennio, però, si allontanò dalle sperimentazioni rumoristiche dei suoi contemporanei e capì che non poteva rompere del tutto con la tradizione; che il nuovo, per sopravvivere all’inclemenza dei tempi, doveva per forza considerare il passato. Per questo doveva trovare un accordo, un punto di contatto e di continuità con la tradizione. Il culmine di questa transizione tra vecchio e nuovo è proprio Il gobbo del Califfo, rappresentato per la prima volta nel 1929 al Teatro dell’Opera di Roma.

Tratta dalle Mille e una notte, su libretto di Arturo Rossato, l’opera si sviluppa come una storia a concatenazione, dove a risaltare sono i cliché tipici della commedia degli equivoci. Il buffone del Califfo, una sorta di fool shakespeariano interpretato da William Hernandez, viene invitato a cena da una coppia di ciabattini (Arturo Espinosa e Aoxue Zhu) ma, mentre sta mangiando con avidità, si strozza, stramazza al suolo e sembra morto a tutti gli effetti.

Poco prima la coppia si lamentava della vita noiosa che conduceva, ma presto la loro bella casa diventa un crocevia e viene asserragliata da una serie di ospiti, che metteranno a soqquadro il noioso menage dei due coniugi, consapevoli che se saranno ritenuti colpevoli dell’omicidio del gobbo per loro sarà morte certa. Il Califfo, infatti, tiene molto al suo cantastorie, che lo solleva da tutto il dolore e le difficoltà del suo alto compito. Fortuna che alla fine si scopre che non c’è nessun cadavere.

Eppure, quell’equivoco scatena una girandola grottesca di accuse e false confessioni; un andirivieni di personaggi, che non sanno dove riparare e temono di perdere da un momento all’altro la loro comoda posizione e, insieme, la testa. E il Visir, una sorta di Regina di cuori alla Lewis Caroll, è il vertice di questo sistema, che fa acqua da tutte le parti, e che si fonda unicamente sul privilegio e su quell’antica tradizione di cui Casavola, con ironia, mostra i gravi limiti. Il gobbo del Califfo sembra quasi anticipare, con il suo crescendo di situazioni grottesche e farsesche, determinate caratteristiche del teatro dell’assurdo, pur mantenendo il ritmo scintillante dell’opera buffa novecentesca.

La regia è firmata da Mariano Dammacco, uno dei più rigorosi autori e registi della scena contemporanea italiana, che ha costruito il proprio teatro sull’essenzialità del dispositivo teatrale, sulla centralità dell’attore e su una composizione del racconto, che punta più sulle tensioni interne che sul rispetto del testo. Il libretto, come si dovrebbe sempre fare con i testi più antichi, è stato rivisitato e adattato al presente, ma non tradito negli intenti del suo ideatore. Sotto la superficie comica allestita da Rossato, Dammacco scava nelle radici multiculturali della novella araba, restituendo ai personaggi la loro dimensione simbolica (il medico ebreo, il mercante cristiano, il musulmano investito del potere civile). A trionfare sulla scena è, dunque, uno spettacolo più che mai contemporaneo, che riflette, con ironia e leggerezza, sul nostro presente e sui conflitti del Mediterraneo.

Di particolare fascino l’impianto scenico di Angelo Linzalata, autore anche del disegno delle luci insieme allo stesso Dammacco. La piazzetta di Bagdad si trasforma in un paesaggio fiabesco e surreale; le abitazioni dei personaggi richiamano simbolicamente sinagoga, moschea e cattedrale cristiana. Quinte e fondali, montati su binari mobili, avanzano e arretrano nello spazio teatrale in una sorta di danza architettonica, amplificata da un disegno luminoso di forte impronta pittorica.

I costumi di Franca Squarciapino evitano ogni naturalismo e scelgono la via dell’eccesso visionario: copricapi sproporzionati, colori simbolici, dettagli grotteschi che accentuano la dimensione favolistica dell’opera. Sul podio dell’Orchestra del Petruzzelli, Matteo Del Maso valorizza lo spartito di Casavola, con una esecuzione sospesa tra gusto futurista, colori orientaleggianti e una vivacità ritmica che guarda tanto alla tradizione italiana quanto alle suggestioni europee del primo Novecento. Fondamentale anche il lavoro del coro, preparato da Marco Medved, chiamato a sostenere i grandi quadri collettivi del finale.

Un’operazione, questa, che non si limita al recupero musicologico, ma trasforma Il gobbo del Califfo in una riflessione poetica sul destino delle culture che abitano il nostro mare comune. Ciò che fa del Petruzzelli, ancora una volta, non solo un tempio della lirica ma anche un luogo in cui la memoria diventa pensiero vivo, ricordando a noi tutti che l’arte deve avere il coraggio di gettare un cono di luce sul nostro presente per illuminarlo e renderlo comprensibile.

Foto di Clarissa Lapolla