Dall’abuso alla patologia, il passo è assai breve

I dati emersi dal confronto tra specialisti, promosso dalla LILT a Bari, confermano l’urgenza di un’azione comune per proteggere bambini e adolescenti dai danni causati dalla connessione prolungata attraverso i dispositivi digitali

La Lega italiana per la lotta contro i tumori (Lilt) affianca alle numerose attività di prevenzione oncologica – pensate per incoraggiare i cittadini alla diagnosi precoce, spesso decisiva per tutelare la salute – un intenso lavoro di sensibilizzazione sui corretti stili di vita, rivolto a persone di ogni età. Tra i momenti più significativi spicca il Festival della Prevenzione, organizzato in primavera: un’occasione per accedere a visite di screening gratuite, ma soprattutto per facilitare il dialogo tra i volontari e i medici con cittadini di tutte le generazioni attraverso iniziative culturali, laboratori e momenti di confronto dedicati alla promozione dei diritti e al benessere psicofisico.

In questa cornice s’inserisce il progetto Guadagnare Salute, che vede i volontari impegnati in attività culturali e laboratoriali all’interno degli istituti scolastici, con percorsi pensati per coinvolgere attivamente adolescenti e giovani. Una parte dei risultati dei laboratori condotti dalla delegazione barese – quest’anno focalizzati soprattutto sul tema dell’alimentazione – è stata presentata da Rosa Digiulio, referente del progetto a Bari, durante un incontro dedicato all’IAD, Internet Addiction Disorder Minorile (Disturbo da Dipendenza da Internet nei Minori).

Il tema, di estrema attualità, richiede momenti costanti di confronto e informazione: i sintomi della dipendenza digitale stanno emergendo a macchia d’olio, soprattutto tra gli adolescenti, delineando ormai un vero e proprio disturbo patologico legato all’abuso dei dispositivi digitali. Fare prevenzione significa discutere, proporre misure di tutela e costruire consapevolezza nelle famiglie e nella comunità. Il web e i social network – come dimostra la multa inflitta dal tribunale del New Mexico al colosso Meta di Mark Zuckerberg per non aver avvertito gli utenti dei rischi per i minori e per non averli protetti dai predatori sessuali – vengono sempre più riconosciuti come possibili fattori scatenanti di dipendenza.

Alla luce dell’allarme generato dal diffondersi di queste “nuove patologie”, ufficialmente diagnosticate, l’incontro promosso dalla Lilt e moderato da Krizia Colaianni, avvocato e referente per la Puglia del Progetto Informativo Regionale IAD, ha riunito diversi esponenti delle istituzioni, tra cui l’europarlamentare Michele Picaro, il senatore Filippo Melchiorre, il sindaco Vito Leccese e gli assessori del Comune di Bari Vito Lacoppola (Conoscenza) e Michelangelo Cavone (Giustizia, Benessere sociale e Diritti civili), insieme al consigliere Antonio Ciaula.

Il dialogo tra le diverse componenti sociali è fondamentale per comprendere i nuovi scenari che stanno generando preoccupazione per la salute dei giovani. Accanto all’intervento del presidente nazionale Lilt Francesco Schittulli, i medici presenti hanno delineato con chiarezza le conseguenze della dipendenza digitale.

Il medico di medicina generale Pino Viggiano ha evidenziato come l’uso smisurato del web favorisca sedentarietà, obesità, disturbi del sonno, ansia, stress e isolamento sociale. L’attività fisica, una sana alimentazione e uno stile di vita equilibrato restano i primi strumenti di prevenzione.

Il pediatra Giovanni Capaldi, forte dell’esperienza con bambini e adolescenti, ha descritto un quadro allarmante: «Gli studi stanno confermando l’esistenza della malattia legata all’uso di internet, anzi di una vera e propria epidemia da internet. Com’è possibile verificarlo? Il cosiddetto scrolling genera la percezione di un tempo indefinito e monotono che induce a una predisposizione mentale verso la ricerca di una continua gratificazione dei contenuti che in realtà non arriva mai. Il medesimo effetto e, quindi da considerare malattia, è il gaming disorder.» I videogiochi, oltre a veicolare spesso messaggi di violenza, provocano alienazione dalla realtà. Capaldi individua tra le cause principali dei disturbi digitali il periodo della pandemia da Covid-19: «Queste problematiche sono state accelerate, dato che in quel periodo l’uso dello schermo è diventato necessario per favorire le lezioni scolastiche ma ha incrementato il conseguente isolamento sociale.»

I dati confermano la crescita del fenomeno: la dipendenza da internet è salita dal 6 al 15%; nel sud-est asiatico raggiunge il 20%. In Europa del Nord la sensibilità è maggiore: in Svezia lo smartphone è vietato durante le lezioni dai 7 ai 16 anni; in Norvegia è in discussione una legge per vietare i social ai minori di 16 anni.

In Italia, invece, il 95% degli adolescenti tra 11 e 17 anni possiede uno smartphone e il 60% utilizza i social per almeno tre ore consecutive al giorno. «Questi dati hanno confermato forme patologiche dell’8%. Tutto ciò non è casuale. Il tema da analizzare, alla luce anche delle visite con i miei pazienti, è proprio quello della gratificazione che diventa ossessiva; si sta sgretolando soprattutto l’aspetto del senso critico che in età adolescenziale si dovrebbe sviluppare. Si registra, inoltre, come psicologicamente si sia rafforzata una bassa autostima tra i più giovani – spiega capadi – oltre al pericolo di essere affascinati da modelli socialmente non positivi. La dipendenza prende sfogo in comportamenti e aspetti somatici emotivi che si manifestano in aggressività e oppositività quando il minore viene esortato ad allontanarsi dal device; si tende a mentire con più facilità e comune tra i giovani è un concreto disinteresse per gli hobby. Forte è il senso di vuoto che sperimentano soprattutto in mancanza di connessione internet. Ormai la vita online causa la riduzione della concentrazione e attenzione, aumentando sedentarietà, cefalea e disturbi di alternanza sonno-veglia. Quando molti di questi elementi diventano strutturali è possibile definirli patologici.»

Il lungo elenco di sintomi nasce da precise anamnesi digitali, utili a valutare l’entità della dipendenza. Capaldi suggerisce misure educative: divieto assoluto di esposizione agli schermi sotto i 2 anni; limiti e orari rigidi; zone “no-phone” in casa; promozione del gioco libero, della lettura condivisa e della terapia cognitivo-comportamentale.

I danni diretti dell’esposizione agli schermi riguardano anche la vista. La dottoressa Anna Lucia Lauria, ortottista e presidente di Federottica Bari e BAT, ha illustrato il fenomeno della Pan Miopia: «La sovraesposizione sugli schermi si può intuire dallo strofinamento degli occhi e dalle difficoltà a girare lo sguardo. Se consideriamo che 30 cm è la distanza visuale del neonato che osserva la mamma, che a 3 mesi incomincia a comprendere i colori e gli oggetti e che tra i 6 gli 8 anni si sviluppa il coordinamento occhio-mano, si stanno verificando effetti collaterali della miopia precoci come deficit di convergenza, secchezza oculare precoce, posizione anomala del capo e strabismi latenti.» Considerando che i bambini tra 2 e 5 anni trascorrono in media 30 minuti al giorno con lo smartphone e quelli tra 5 e 8 anni circa 2 ore, Lauria suggerisce la regola del “20-20-20”: ogni 20 minuti, distogliere lo sguardo dallo schermo, osservare un oggetto a 20 piedi (6 metri) per 20 secondi, così da rilassare i muscoli oculari.

Sul piano psicologico, la psicologa Sara Petrassi, clinica della salute, invita a non demonizzare il digitale: «Non è sufficiente demonizzare il digitale; è preferibile proporre alternative.» I disturbi ossessivo-compulsivi legati ai social nascono dall’intensità del pensiero rivolto allo schermo e dalla necessità di mantenerlo attivo attraverso azioni ripetitive. «La disfunzione da social è il disinteresse per ciò che è al di fuori dello schermo e coinvolge le aree del cervello. Per questo motivo è favorevole provare a dialogare con i ragazzi facendosi raccontare quello che vivono online, come tentativo di spostare l’attenzione dal gioco alla realtà, provare a farli uscire dal loop che generano i dispositivi.»

Imporre regole non basta. Né è sufficiente affidarsi ai divieti anagrafici, pur legittimi. Lavorare sul benessere – come dimostra l’impegno della Lilt – significa costruire una rete sociale in cui amministrazioni pubbliche, famiglie, scuole, medici, educatori e legislatori collaborano per proteggere le nuove generazioni.

La foto in alto è di Marijan Murat