Il 25 giugno 1946 le ventuno Madri Costituenti varcano l’ingresso del Parlamento. E’ il risultato del primo voto a suffragio universale del 2 giugno dello stesso anno. Nel Discorso sulle donne pubblicato nel 1948 su Mercurio, la rivista che Alba de Céspedes fonda e dirige, Natalia Ginzburg scrive: “…le donne sono una stirpe disgraziata e infelice con tanti secoli di schiavitù sulle spalle e quello che devono fare è difendersi con le unghie e coi denti dalla loro malsana abitudine di cascare nel pozzo ogni tanto, perché un essere libero non casca quasi mai nel pozzo…”.
Il pozzo e la spinta del riscatto: legge dopo legge, le donne lavorano su ogni cavillo, non solo per evitare il precipizio, ma per poter rinascere dopo ogni possibile caduta. Abbiamo ancora bisogno di succo di limone, cipolla, aglio e acqua zuccherata, l’impiastro dell’inchiostro simpatico con cui, durante il confino, nel 1941, Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Adele Bei stilano il Manifesto di Ventotene.

Donne aberrate, così il regime chiama gli “spregevoli esempi di genere femminile” che si ostinano a fare politica, tradendo l’unica vocazione a loro concessa, essere “giovani e feconde come le mucche e le galline… macchine riproduttive della razza” (B. Mussolini). Le piccole figlie della lupa, come mia madre, avrebbero continuato a obbedire, partorire, curare, tacere.
Alla Camera, durante i primi interventi delle onorevoli, gran parte dei colleghi maschi, seriosi, supponenti e cattedratici, si trattiene in buvette a bere un caffè, per dare un segnale chiaro a quell’inutile ciacolare di donne.
Purtroppo resta sotterraneo, quel senso di inadeguatezza che non c’entra con l’autostima, con il percorso scolastico, con l’appartenenza familiare. C’entra con l’abitudine all’uguale e con la consapevolezza di non poter trattare sullo stesso livello egemone maschile. Sino al 1946 gli uomini analfabeti, ultimato il servizio militare, possono votare, mentre le donne laureate, no. Oggi, nessuna strategia della politica pensata e agita dalle donne può contemplare l’arroganza, la vendetta, il dispetto, l’antagonismo, la rivendicazione, il disprezzo.
Attraverso l’educazione Alla persona®, interrogandoci in gruppo, rifiutiamo di adeguarci al dominio costituito e rifiutiamo di comportarci come la tradizione virile richiede. Spezzando il meccanismo della ripetizione, della coazione a ripetere, valutiamo la qualità della democrazia, pensiamo le idee e i modelli di governo, condividiamo il modo in cui immaginiamo i nostri luoghi, le istituzioni, il futuro comune.

Riprenderci la Storia con il voto, come dice Nilde Iotti, significa rifiutare l’album delle figurine delle Madri Costituenti e decidere, invece, di studiare, di capire, di perseguire l’emancipazione, la parità, l’uguaglianza, i diritti di tutti gli esseri umani. La modernità delle donne libere e pacifiche non è un attentato alla pura stirpe italica. È vivo il desiderio – talvolta, nascosto e inespresso per le condizioni sociali, psicologiche, economiche – di esercitare il diritto al voto, il diritto di fare parte della cosa pubblica. Continua il processo verso l’esistenza sociale delle donne e la conoscenza, verso l’azione, prendendo ragione, forza e argomenti dall’autorità sociale di origine femminile, dalle relazioni fra donne capaci di creare e di trasferire la propria misura del mondo.
Entrano in Parlamento nove comuniste, nove democristiane, due socialiste, una del Fronte dell’Uomo Qualunque: Adele Bei, Bianca Bianchi, Laura Bianchini, Elisabetta Conci, Filomena Delli Castelli, Maria Federici, Nadia Gallico Spano, Angela Gotelli, Angela Guidi Cingolani, Nilde Iotti, Teresa Mattei, Angiola Minella, Rita Montagnana, Lina Merlin, Maria Jervolino De Unterrichter, Maria Nicotra, Teresa Noce, Ottavia Penna Buscemi, Elettra Pollastrini, Maria Maddalena Rossi, Vittoria Titomanlio.
Quattordici di loro sono laureate. In diverse hanno fatto la Resistenza. Tutte sanno cosa significa resistere per vivere. Cinque di loro entrano nella Commissione dei 75, il gruppo ristretto incaricato di scrivere materialmente la Costituzione: Maria Federici, Angela Gotelli, Nilde Iotti, Lina Merlin, Teresa Noce. Lina Merlin pretende tre parole nell’articolo 3. Teresa Mattei insiste su due parole. Nilde Iotti ripensa l’idea stessa di famiglia.
L’articolo 3 della Costituzione recita: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione…”. Senza distinzione di sesso, insiste Lina Merlin. I colleghi le ricordano l’ovvio, che fra tutti i cittadini sono comprese anche le donne. Lei risponde ricordando loro che i diritti dell’uomo e del cittadino nella Rivoluzione francese del 1789 restano inattuati perché “cittadino è considerato solo l’uomo con i calzoni”.
Al secondo comma dell’articolo 3, c’è scritto che è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli che limitano “di fatto” la libertà e l’eguaglianza dei cittadini. Quel “di fatto” è di Teresa Mattei che insiste perché si scriva “di fatto”, sapendo bene che l’uguaglianza sulla carta è inutile, se non si manifesta nella quotidianità reale.
Nilde Iotti, una delle cinque donne nella Commissione dei 75, è la relatrice ufficiale sulla famiglia nella Prima Sottocommissione: la famiglia italiana è, purtroppo, “antidemocratica”, fondata sulla subordinazione giuridica della donna al marito. Riscrive l’impianto degli articoli 29, 30 e 31: l’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi, la responsabilità condivisa verso i figli, il dovere della Repubblica di sostenere le famiglie. Interviene sull’articolo 37 che fissa la parità salariale tra donne e uomini a parità di lavoro; sull’articolo 48, rispetto al voto come dovere civico per uomini e donne; sull’articolo 51, che apre alle donne ogni ufficio elettivo e pubblico.

In questi tempi regressivi e autoritari, la Repubblica, figlia della lotta di liberazione antifascista, è esposta alle pressioni degli interessi economici di pochi contro i diritti dei molti, alle ingerenze geopolitiche, alle deformazioni della propaganda becera e alle manipolazioni dell’opinione pubblica. La XIX legislatura della Repubblica Italiana ha ancora bisogno delle donne, chè studino, chè capiscano e condividano quanto e come la Repubblica possa essere democratica, pacifista, solidale, inclusiva, laica, garantista, improntata al progresso e alla giustizia sociale.
Il cambiamento dell’assetto economico, sociale e culturale del nostro Paese è lento, faticoso, ma non si è fermato mai. Tutte le innovazioni normative delle ultime legislature vanno difese, attuate e monitorate. Il dibattito riguarda ancora la violenza e la disuguaglianza, anche economica, le intersezioni fra la razza e il genere, il ripensamento del genere oltre il binarismo. Ogni trasformazione affronta battute d’arresto e resistenze. Non vogliamo calcolare né le perdite né le conquiste. Talvolta, perdiamo un diritto, ma non perdiamo la fiducia a riottenerlo, quel diritto. Non si annulla la fede nei diritti anche quando, pur con mezzi legali, vengono occasionalmente annullati, come l’accesso all’aborto (IVG), al testamento biologico (DAT), alle unioni civili…
Nell’esercizio dell’arte della resa, non ci arrendiamo, ci fermiamo per igiene mentale, ci allontaniamo per procedere, in seguito, con più grinta e decisione. Le conquiste, i cambiamenti sembrano impercettibili perché sono radicali e profondi e, per esserne consapevoli, alleniamo lo sguardo oltre la superficie.
Ripensare i cardini del nostro sistema di welfare significa studiare “un nuovo compromesso fra la crescita economica e il benessere collettivo; affermare una nuova gerarchia dei valori e di obiettivi condivisi: meno individualismo e più comunità; meno competizione e più condivisione; meno sprechi e più sobrietà; meno consumo delle risorse naturali e più salvaguardia del pianeta; meno sguardo corto sul presente e più sguardo lungo sul futuro” (Marina Sereni, eletta nel 2013 vicepresidente della Camera dei Deputati).
La deputata Angela Bottari eletta nel 1976 e prima relatrice della legge 442 che ha portato all’abrogazione del delitto d’onore e del matrimonio riparatore, ricorda che “le rivolte individuali possono riuscire oppure no. Da sole non bastano. Serve sviluppare una relazione tra donne e trovare la forza di reagire insieme. Io non avrei fatto la strada che ho fatto se non avessi avuto compagne di viaggio. Il segreto è trovare delle compagne di viaggio”.
È con questo spirito e custodendo la memoria delle donne e delle leggi che, in poche compagne di viaggio, sempre più numerose, inauguriamo una nuova iniziativa dell’assessorato ai Servizi Sociali: l’Assemblea permanente e itinerante sullo Stato Sociale (AW).
Riferimenti bibliografici
- Serena Dandini, Paura non abbiamo, Einaudi, Torino, 2026
- A.A.V.V., Le leggi delle donne che hanno cambiato l’Italia, a cura della Fondazione Nilde Iotti, 2019
Il disegno delle Madri Costituenti è di Michela Nanut




