Quando scegliamo di riconoscere la rabbia, di sentirla e di ancorarla alla capacità di pensare, abbiamo il privilegio di disfare il tessuto relazionale, allargandone la trama, ri-decidendo i limiti e le possibilità nelle interazioni con il prossimo. In aula di formazione, utilizziamo la parola prossimo richiamando, da un lato, la vicinanza e, dall’altro, la persona che riconosca gli altri e le altre come membri legittimi di una collettività che ha valore.
Questa riflessione nasce all’esito di due incontri di formazione, svolti a scuola (a cui seguiranno altri) e rivolti a diverse figure genitoriali che hanno deciso di partecipare.
Ampliamo il concetto della filosofa Luisa Muraro nel libro La folla nel cuore. Il contrario della rabbia è l’esercizio di protezione verso noi stessi/e e verso il prossimo. Disfare è un’azione che non cancella, non distrugge, non ignora, ma propone di ridiscutere rimanendo nella relazione, governando il conflitto e cercando insieme le soluzioni impreviste e inattese.

L’opera del disfieri è un paradosso che ci rende consapevoli del fatto che l’arte del disfare maglie non va confusa né con le operazioni del disfacimento naturale né con l’azione distruttiva dell’umana violenza. L’opera del disfieri riprenderà oltre il punto segnato, riannodando il filo interrotto. (L. Muraro)
Per le nonne, equivale a ritrovare il bandolo della matassa (acchiéuǝ la drèttǝ), dando ragione alle ragioni per cui sentiamo rabbia. Ritroviamo la via, non quella segnalata dall’uno o dall’altra contendente, ma costruendo, con fatica e convinzione, una terza, quarta, quinta opzione. Procediamo dalla forza della rabbia, dis fìeri, verso l’energia della rabbia, in fìeri. Così, andiamo diventando sani e gioiosi.
La relazione non è una figura intoccabile del mito buonista. Il sentimento sgradevole consente la rottura e la riapertura di nuovi spazi e di tempi diversi. L’arte del disfare evita la chiusura definitiva e consente di sperare nel cambiamento. Ci diamo il permesso di continuare a litigare, senza dubitare del bene fra di noi e del diritto di ciascuno a chiarire la prospettiva del proprio pensiero. In tal modo, superiamo il dualismo fra la ragione e il torto. Superiamo l’idea fissa che se una persona ha ragione, l’altra, necessariamente, deve avere torto.
Il movimento della rabbia “non ha nulla a che spartire con quello della distruzione. Quest’ultimo, infatti, conosce una fase iniziale di crescente e veloce mobilitazione fino a raggiungere un culmine cui fa seguito un calo rovinoso, una vera frana delle energie mobilitate, per il venir meno dell’oggetto mobilitante, ormai distrutto, più o meno come capitava ai barbari che, dopo aver distrutto Roma, la lasciavano, disgustati.” (L.Muraro)

Il sentimento della rabbia è forte, non è giudicabile ed è capace di trasformare, di generare il movimento verso mappe mentali più ampie. L’eccitazione crescente che caratterizza la rabbia, a livello verbale e/o motorio, può culminare in comportamenti aggressivi e distruttivi verso sé stessi, verso oggetti o altre persone. La rabbia è la parte emergente di un iceberg che custodisce, nel fondo, la paura e la tristezza.
A causa della rabbia, tre sono le pentole nelle quali finiamo a bollire. In una pentola bolliamo per la rabbia di sfida. Ci arrabbiamo perché ci sentiamo minacciati/e; è a rischio la stessa identità e, allora, manteniamo il punto, insistiamo con il tiro alla fune, vogliamo vincere per forza. E, invece, perdiamo tutti e tutte.
La seconda, è la pentola della rabbia di rancore nella quale finiamo a ruminare in continuazione. Ci sentiamo minacciati nel ruolo, nella posizione, nel potere sociale; coviamo la vendetta, decidiamo di ricordare il torto subito, di aspettare l’altro nella fragilità, per sconfiggerlo e affossarlo definitivamente. Nel frattempo, in attesa del giorno fatidico, ci avviliamo e non godiamo più per nulla.
Infine, la pentola della rabbia di frustrazione: minacciati dalla perdita di senso, dal fallimento definitivo, ci arrendiamo, miserabili, al contesto, convincendoci che no, non c’è proprio più nulla da fare. Così, diventiamo salme, ancor prima di morire davvero.
L’essere umano finisce in tutte le pentole e conosce ogni variabile della rabbia. Cammin facendo, inconsapevolmente, tende a ritrovarsi nella stessa pentola, a fare i conti con la medesima coazione a ripetere, a inciampare nella situazione sgradevole di sempre. In gruppo, partecipando più o meno attivamente, ci adoperiamo per identificare il sentimento di rabbia; per argomentare e problematizzare le situazioni nelle quali proviamo la rabbia; per capire come abbiamo agito in passato; per ri-decidere le opzioni future.

Desideriamo – e non potremmo desiderare altrimenti – rimanere umani/e, quindi, feribili e fallibili. La garanzia che offriamo a noi stessi e agli altri è di rimanere sulla strada della consapevolezza, accompagnando amorevolmente il nostro passo e la personale capacità di apprendimento e di cambiamento. La formazione serve, intanto, a capire. Ogni persona modifica il comportamento con i suoi tempi, proteggendo il processo di trasformazione personale che dura tutta la vita.
Consideriamo la partecipazione fra i genitori, i dirigenti, i docenti un atto di responsabilità collettiva, un atto politico. Gli incontri formativi continuano, anche nella funzione di supervisione. Partiamo dalle situazioni vissute, dalle esperienze patite, dalla quotidianità faticosa per offrirci, nella reciprocità, le prospettive differenti, i linguaggi adeguati per raccontare la realtà. È bello incontrare gli uomini e le donne che desiderano conoscere, dubitare, condividere. E ragionare assieme, nella differenza di ogni pensiero ed esperienza.
La guida metodologica è il piccolo libro degli Esercizi di stile dello scrittore Raymond Queneau. L’autore ci offre novantanove versioni di uno stesso episodio, novantanove scelte di linguaggi che richiamano visioni differenti.
Le parole che usiamo nelle situazioni di impasse, di rabbia, di dolore non sono vergini. La parola riporta alla psiche. Ogni espressione utilizzata rimanda a una convinzione originaria di sé stessi, della vita, degli altri. Le parole richiamano la modalità che ogni persona ha scelto per stare al mondo e per interagire nel contesto. L’attenzione al linguaggio è indispensabile perché, in fondo, le persone e le situazioni finiscono per essere proprio come le raccontiamo.
…la rabbia porge il braccio alla mitezza, / la vittima guarda beata gli occhi del carnefice, / il ribelle cammina senza rancore a fianco del tiranno. / Il calpestare l’eternità con la punta della scarpina dorata. / Lo scacciare la morale con la falda del cappello. / L’incorreggibile intento di ricominciare domani da capo. (Wisława Szymborska, La gioia di scrivere)
Lizia Dagostino, autrice di questo intervento, è assessora ai Servizi Sociali del Comune di Bitonto




