Tra accordi e disaccordi, il ritmo ambiguo della politica americana

Tregue annunciate, alleanze ricucite e rapporti improvvisamente incrinati compongono lo spartito della diplomazia trumpiana, in cui gli amici cambiano con la rapidità delle tracce in una playlist e l’unico ritornello che non varia mai sono gli interessi in gioco

“Certi amici li ho perduti, certi altri si sono perduti da sé”, cantava Eros Ramazzotti in Affetti Personali. Un brano che finisce quasi per diventare un inno a chi resta e a chi “inevitabilmente” si perde. Si può immaginare Trump alzarsi la mattina e canticchiare questo brano all’interno dello Studio Ovale, mentre sfoglia la rubrica telefonica per decidere a chi dedicare il suo ennesimo post. Nella playlist delle sue relazioni politiche, però, le canzoni durano sempre meno.

Trump sembra ormai il direttore d’orchestra di una politica del “che D-Io ci aiuti”, dove ogni accordo rischia di trasformarsi in una nota fuori tempo. Da Frank Sinatra a Elvis Presley, alla Casa Bianca suona musica americana anni ’50, ’60 e ’70. Sicuramente, nel giorno del suo ottantesimo compleanno, la melodia risuonata nella dorata dimora è stata “Happy Birthday Mr. President”. Quella stessa canzone con cui, nel 1962, Marilyn Monroe accolse il presidente Kennedy. Un adattamento simile è stato gentilmente offerto dall’eurodeputata spagnola Irene Montero, che ha intonato una versione provocatoria di “Tanti auguri” dedicata al presidente Usa: «Happy Birthday Mr. Genocide». Se gli auguri ricevuti raccontano il clima politico attorno a Trump, ciò che conta davvero è il regalo diplomatico arrivato dal Medio Oriente. «Navi del mondo, fate partire i motori. Fate scorrere il petrolio!», con queste parole Donald ha annunciato un accordo (a tratti unilaterale e destinato a vita breve) con Teheran per riaprire lo stretto di Hormuz, che la Repubblica islamica aveva preso in ostaggio da mesi.

Ma per ogni amicizia ricucita, un’altra sembra sfilacciarsi. Come riportato dal The Times of Israel, domenica 14 giugno, il presidente degli Stati Uniti ha attaccato duramente Israele dopo che le Forze di Difesa di quel paese (IDF) hanno colpito un obiettivo di Hezbollah a Beirut, scatenando l’ira di Teheran e mettendo potenzialmente a rischio l’accordo che Washington era intento a finalizzare con la Repubblica Islamica. «L’attacco di questa mattina a Beirut non sarebbe dovuto accadere, soprattutto in un giorno speciale in cui siamo così vicini a un accordo di pace con l’Iran», aveva sentenziato il tycoon su Truth Social. Sotto le melodie più concilianti, però, continua a pulsare il ritmo aggressivo che da sempre accompagna la sua politica. Trump ha infatti affermato che Netanyahu «non ha un c***o di giudizio», sorprendendo i partner israeliani così come buona parte del web. Israele, tuttavia, pare non fosse a conoscenza di alcun alleggerimento imminente con l’Iran né di alcuna bozza di accordo, come ha rivelato una fonte israeliana alla CNN.

E poi? L’Iran ha attaccato direttamente Israele in risposta alle operazioni militari israeliane in Libano, imponendo una drastica pausa nelle melodie più rassicuranti sul futuro. Si era trattato della fine di una guerra o dell’inizio di una fase più pericolosa? Un conflitto locale e circoscritto in cui l’Iran considera sempre più gli attacchi contro i suoi alleati come attacchi a sé stesso. È ovvio che Netanyahu abbia cercato di mettere pace nel suo “ambiguo rapporto fraterno” col presidente a stelle e strisce. Gli tornerà utile, a breve, in vista della sua nuova candidatura alla presidenza. «Concorrerò alle elezioni e intendo vincere», ha dichiarato. E ancora «I miei rapporti con Trump sono quelli di due partner di lunga data, e ogni tanto ci sono divergenze». «Alla mia guida ho dimostrato di aver portato Israele alla sua posizione di forza attuale” ha concluso il premier. A sentire Netanyahu, le note della discordia appartengono già al passato.

Le certezze sono altre. Il vero successo appartiene ai mediatori di Pakistan e Qatar; esultano i mercati e l’Europa ancora una volta appare non protagonista. «Con il regime ancora in piedi, quello che il presidente ha celebrato è il ripristino della situazione del 27 febbraio, il giorno prima dell’attacco di Israele e Stati Uniti all’Iran», ha sintetizzato il Washington Post. Un po’ troppo entusiasmo per un accordo che già stava vacillando. Tra i nomi segnati a piè di pagina mancano, infatti, due firme importanti. Israele e Hezbollah hanno concordato una tregua bilaterale mediata dagli USA: una precondizione fondamentale affinché i negoziati geopolitici tra Washington e Teheran potessero effettivamente procedere. I Paesi del Golfo alleati degli Stati Uniti hanno visto il loro grande “protettore” eclissarsi. D’altro canto, gli stati che fiancheggiano la repubblica islamica ammirano la capacità dell’Iran di rispondere a Israele con il fuoco per proteggere le truppe di Hezbollah a Beirut.

Eppure il G7 di Evian in Francia era sembrato «uno dei vertici di maggiore successo». Questa la lettura che ne ha dato Trump alla conferenza stampa conclusiva. Un palcoscenico ad hoc per un presidente/comico che ama esibirsi. Il discorso del presidente era terminato con il tipico timbro di Donald J. Trump. E con un ammonimento: se non si raggiunge un’intesa, gli Stati Uniti potrebbero continuare a bombardare “per altre due settimane, tre settimane, quattro settimane, due anni», ha alzato la voce The Donald.

Un meeting importante anche per capire se gli Stati e l’Unione Europea potranno ancora banchettare alla stessa tavola del tycoon. E, magari, essere invitati a quella «cena fantastica a Versailles» – così l’ha definita e non con una certa dose di macismo il presidente Usa – dove i grandi leader mondiali si sono incontrati per trovare un accordo con l’Iran. Ma dopo alcune settimane ancora “niente di nuovo sotto il sole”.

Doha, inizio luglio. Trump cerca di tranquillizzare gli americani sui prezzi della benzina che – assicura – saranno gli stessi dei tempi della “gita in Iran”. I funerali dell’ex leader Khamenei, ucciso a febbraio dai raid congiunti di Israele e Stati Uniti, hanno interrotto bruscamente le trattative. «Invito tutto il popolo iraniano […] a scrivere una pagina gloriosa nella storia dell’Iran islamico con la vostra presenza», ha dichiarato in un comunicato Ghalib. Il ritardo della pace ha segnato l’inizio della vendetta iraniana.

Secondo le analisi riportate dal NYT, la guerra in Iran ha aperto una crepa nei rapporti tra Donald Trump e il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, mettendo in evidenza divergenze profonde sulla gestione del conflitto e sulla sicurezza del Golfo. Neanche il tempo di mettere a tacere le critiche per il coinvolgimento (e l’uscita) dal mondiale di calcio, che il sito del comando centrale degli Usa ha ricominciato a pullulare quotidianamente di notifiche. Il 7 luglio le forze americane hanno completato una nuova serie di attacchi contro l’Iran, colpendo oltre ottanta obiettivi come risposta immediata ai nuovi attacchi iraniani contro navi mercantili in transito nello Stretto di Hormuz. Secondo gli yankee, una violazione palese dell’accordo.

Gli attacchi, continuati nei giorni successivi, puntavano ad indebolire ulteriormente la capacità dell’Iran di attaccare navi mercantili e marinai civili innocenti nello Stretto di Hormuz. Strutture di difesa aerea, infrastrutture di sorveglianza costiera, depositi di missili e droni, capacità navali e infrastrutture logistiche militari lungo la costa iraniana sono stati i bersagli dell’esercito statunitense. Risultato? Lo Stretto è nuovamente paralizzato; l’accordo è ormai carta straccia e la guerra è ripresa con ferocia tra i due popoli rivali.

Le amicizie di Trump, infatti, non si misurano dalle fotografie ufficiali, ma da quanto resistono al primo dissenso. L’intesa vista al G7 con l’Europa era scomparsa dai radar. Quando le cose vanno bene è più facile mostrare a tutti i successi e l’intesa che lega i due continenti. D’altronde, la tirata d’orecchi di Trump «sono stato abbandonato!» (I was abandoned), pronunciata con quel tipico ghigno da bullo, rivela al meglio come il presidente Usa guardi con disprezzo gli alleati europei.

Il caldo torrido di questa estate sembra aver cancellato il freddo inverno, caratterizzato da minacce di annessione della Groenlandia, dazi liberi e fughe da cooperazioni internazionali. Non meravigliamoci. I rapporti tra Usa e Unione Europea sono gli stessi da anni: gli Stati Uniti ripetono urlando di voler abbandonare militarmente il vecchio continente e noi europei chiediamo scusa, non controllando i militari in entrata. Ci viene sventolato in faccia un tovagliolo con sopra percentuali randomiche per dazi illegittimi e subito corriamo ai ripari. Siamo forse un po’ creduloni. Continuiamo ad ascoltare la stessa canzone, sperando ogni volta che il finale cambi.

Ma la playlist diplomatica di Trump non finisce sulle rive del Golfo Persico. C’è un’altra canzone che continua a suonare fuori tempo: quella della guerra in Ucraina. Pochi giorni prima del riemergere della guerra dei droni nei cieli russi-ucraini, Trump si era espresso in maniera molto dura riguardo il protrarsi di questo conflitto, scoppiato nel febbraio 2022 e ad oggi ancora lontano dal concludersi. «Non succedeva niente del genere dalla Seconda Guerra Mondiale», ha dichiarato Trump, prima di riconfermarsi alle telecamere come pacificatore globale, oltre che come show-man. «Ho posto fine a otto guerre», aveva chiosato Donald con il solito gusto per la propaganda più tronfia. «Questa era quella che vi avevo detto sarebbe stata la più facile da risolvere, ma c’è molta antipatia tra i due leader». Putin e Zelensky sono destinati, infatti, a non sedersi, chissà per quanto tempo ancora, al tavolo degli amici.

Il ruolo di Trump all’interno della guerra europea dovrebbe limitarsi esclusivamente a quello di mediatore. «Non c’entriamo niente», ha detto il presidente. «Vendiamo loro armi… L’Unione Europea ci paga il prezzo pieno per le armi. …questo non ci riguarda in alcun modo, se non per il fatto che vendiamo armi. Siamo a migliaia di chilometri di distanza». Giusto per puntualizzare, la distanza che separa Washigton dai due fulcri delle guerre è simile. Anzi, Kiev e più vicina di Teheran. Ma non serve essere pignoli.

Putin, al contrario di molti altri leader, si era ripetutamente offerto per riscrivere le note della diplomazia tra Stati Uniti e Iran, vista la stretta cooperazione instaurata da Mosca con Teheran negli ultimi anni. Ma Trump ha respinto tali offerte, dicendo a Putin che avrebbe dovuto concentrarsi sulla risoluzione della propria guerra. Erano altri i supporti su cui il presidente americano avrebbe voluto cercare appoggio. «Siamo stati delusi. Non avevamo affatto bisogno di aiuto. Abbiamo letteralmente annientato l’Iran nella prima settimana, ma sarebbe stato bello se avessero detto: vorremmo aiutarvi», ha dichiarato Trump, a riguardo degli alleati, durante un incontro con Rutte, segretario generale della Nato, nello Studio Ovale della Casa Bianca.

Le critiche di Trump ai membri dell’alleanza atlantica sono arrivate appena due settimane prima del vertice tra i leader dei 32 paesi, svoltosi il 7 e l’8 luglio ad Ankara. Come riportato da Euractiv, «Washington ha inoltre chiarito all’Europa di voler lasciare che gli alleati della NATO nel continente si assumano la responsabilità primaria della propria difesa convenzionale, man mano che l’attenzione di Washington si sposta verso la Cina».

E veniamo agli ultimi giorni. In che stato sono i rapporti tra Cina e Usa? Sicuramente la loro “amicizia” ha un peso internazionale enorme: insieme determinano commercio, tecnologia, produzione e finanza globale. Le relazioni tra i due stati possono essere lette come una lezione di storia dell’antica Grecia sullo scontro tra titani. Come la classica “trappola di Tucidide”, espressione usata per descrivere quella situazione in cui una potenza emergente sfida una potenza dominante, alimentando il rischio di guerra. Questa citazione filosofica non è altro che il buongiorno con cui Xi Jimping ha accolto Trump a fine maggio. Le parole del presidente cinese non descrivono una guerra inevitabile ma la fragilità dei leader nell’affrontare il cambiamento con ansia, orgoglio e mire autolesioniste. Uno scontro di grandi dimensioni tra le due potenze avrebbe effetti a catena sui mercati, sull’energia, sulle rotte marittime e persino nella corsa al nucleare.

Gli obiettivi dei due Stati non coincidono necessariamente. Gli Stati Uniti sentono l’esigenza di mostrarsi grandi, di mettere la loro firma su diverse aree geografiche. La Cina questa esigenza e queste mire mondiali non le ha, e forse non potrebbe sostenerle. Ad oggi Pechino ha un’età media di 40 anni, destinata a salire drasticamente, così come succede da inizio millennio. Non si può combattere una guerra con un esercito di vecchi. Ma la politica estera cinese sarebbe un’altra storia da analizzare in maniera più approfondita.

Una cosa è certa. Per ridurre i dissapori, Trump è disposto ad accogliere la Cina come “peer power”: le due maggiori economie e i due eserciti più potenti del mondo intendono collaborare o almeno limitare le ostilità. Nonostante le preoccupazioni dell’area est del planisfero. A inizio testo si immaginava Trump sfogliare la rubrica, forse ciò che resta oggi non è altro che una serie di squilli a vuoto. Nella politica internazionale evidentemente le amicizie non nascono e non finiscono, quelli che cambiano sono gli interessi in gioco. Per il leader repubblicano, gli amici resistono finché applaudono. Se smettono di farlo, non cambiano semplicemente posto a tavola, probabilmente vengono esclusi dalla playlist.