Il trionfo della Meloni è un atto di accusa contro la sinistra

Nel raduno di Bari la premier rivendica stabilità e successi, ma la sua narrazione si regge sulla delegittimazione dell’opposizione, che come testimonia la piazza alternativa, trasversale e intergenerazionale, chiede politiche concrete e non slogan

La darsena del porto di Bari è stata lo “scintillante” palcoscenico del grande raduno di Fratelli d’Italia, organizzato per celebrare il record di longevità del governo Meloni, il più duraturo della storia della Repubblica. Il momento più atteso, il comizio di Giorgia Meloni, seguito dagli interventi dei due vicepresidenti Matteo Salvini e Antonio Tajani.

La presidente di FdI illustra il percorso compiuto dal governo, di cui è premier, in questi quattro anni, elencando i “numerosi” traguardi. È molto fiera della stabilità del paese conseguita dalla sua maggioranza; orgogliosa di essere a capo di una nazione che descrive come oggi finalmente sana, non più la “malata d’Europa”. Giorgia apre le danze con una frase che vuole riassumere il senso del proprio mandato: “Le uniche coalizioni che possono dare risposte sono quelle che si costruiscono non contro qualcuno ma per qualcosa”. E ancora: “Quello che cerchiamo di fare è togliere incrostazioni di potere vecchie di decenni. Convincere una nazione rassegnata che vale la pena tornare a credere”, un punto su cui torna frequentemente. Eppure, mentre afferma che la politica deve nascere “per qualcosa e non contro qualcuno”, il comizio scivola proprio nel contrario: un lungo affresco polemico contro il centrosinistra, che diventa il negativo fotografico attraverso cui la premier prova a illuminare i successi della propria maggioranza.

Il paese – spiega – negli anni in cui è stato governato dalla sinistra (presumibilmente dal governo Letta al primo governo Conte) ha subìto un forte calo in termini di credibilità nazionale e internazionale, stabilità economica e politica. Sconfitte che hanno portato i cittadini a non credere più nella politica e a vedere i problemi come a un debito inestinguibile, piuttosto che come criticità risolvibili. Più volte la premier torna su uno stesso tema: l’abbandono al proprio destino del popolo da parte dei governi precedenti. Un punto che sottolinea con un inciso ironico e beffeggiante: ”Si stava meglio quando c’erano loro, il salario era minimo davvero, i banchi a rotelle arrivavano in orario e potevi lasciare la porta di casa aperta tanto anche se la chiudevi te la occupavano“. La classe politica oggi all’opposizione viene descritta come un teatro delle marionette, senza autonomia di pensiero né competenza tecnica sufficiente per ricoprire un ruolo al governo del paese. La retorica adottata trasforma un problema reale della politica italiana – la necessità di un’opposizione solida e riconoscibile – in una caricatura delle idee della sinistra nel suo complesso.

Per riassumere i malanni causati dagli anni di governo di sinistra (più precisamente di centro o tendenti a sinistra) Giorgia Meloni ricorre ad una collaudata serie di stereotipi: instabilità politica che tocca livelli di precarietà catastrofici, una politica economica che ha portato lo stato sul baratro della bancarotta e programmi elettorali indecisi su cosa rivendicare, tra ideologia woke e questioni gender, asterischi e drag queen, bagni neutri e strade imbrattate (non è dato sapere da cosa). Un’analisi impietosa a cui fa da contraltare l’ultima stagione di governo, presentata come il risultato di un arrivo messianico (la nostra premier) corroborato dall’iniziativa di solerti evangelisti (gli esponenti dei partiti in maggioranza).

Se gli elettori di sinistra sono considerati tradizionalmente espressione delle fasce sociali più deboli, Meloni rivendica orgogliosamente di essersi fatta carico lei delle necessità strutturali che affliggono proprio i ceti meno abbienti. Mentre richiama la frustrazione e la rabbia repressa della sinistra, ne stigmatizza l’incapacità, quando è stata forza di governo, di portare avanti i progetti annunciati per mancanza di volontà politica. Nella sua narrazione, il fatto che tali progetti siano stati ripresi e realizzati con il suo arrivo a Palazzo Chigi non dipende da una collocazione ideologica, ma dal suo essere una “donna del popolo”, capace di trasformare promesse dimenticate in risultati concreti.

Chi arriva a Palazzo Chigi ha il dovere, in realtà, di pensare al bene del Paese e al benessere dei cittadini: è il minimo indispensabile. Appare quindi forzato – e con un sottotono di bizzarria – rivendicare la propria identità politica proprio su questo principio, soprattutto se lo si fa contrapponendosi a chi, nella narrazione proposta, avrebbe invece perseguito obiettivi opposti.

In realtà, la premier farebbe meglio a non insistere su ciò che definisce, riferendosi a principi e valori della sinistra, una “minestra riscaldata”, ma a volgere lo sguardo altrove, verso le nuove leve, le fasce più giovanili della società. Non è solo lei a considerare i vecchi partiti della sinistra come l’ombra di ciò che furono: la stessa percezione è ormai diffusa anche tra gli elettori di quest’area politica.

L’aumento esponenziale dell’astensionismo nel centrosinistra, al contrario di quanto accade nel centrodestra (ancorato ad una visione pressocché immutata della società), è legato al desiderio di un nuovo orizzonte politico, in cui ad agire non siano i soliti personaggi. C’è una fetta di cittadini, ben visibile, che non si rassegna a un’idea di sinistra senza spina dorsale e costantemente dileggiata. Un esempio lampante è la manifestazione organizzata a Bari, in alternativa al raduno di Fratelli d’Italia, che ha fatto registrare una larga e convinta partecipazione.

In quella manifestazione c’è stato qualcosa di particolarmente sigificativo: a protestare insieme ai giovani c’erano persone di ogni età. Al corteo, partito da piazza del Ferrarese, ha partecipato una comunità di cittadini che si ritrova nelle medesime idee e negli stessi valori; che attende solo di veder intercettate e comprese le proprie istanze. C’è stata una frase, pronunciata da Giorgia Meloni, la cui risposta giunta dalla piazza alternativa, offre chiaro il senso di questo comune sentire. “Quando una nazione viene presa sul serio, a livello internazionale, può permettersi di determinare le scelte invece che subirle”, ha detto Giorgia al culmine della sua enfasi oratoria. “La Palestina sarà il tuo Vietnam”, la “risposta” dei manifestanti tra le strade di Bari, chiara allusione al silenzio del nostro paese sul genocidio perpetrato da Israele nella striscia di Gaza. Un dissenso che fa riflettere seriamente sulla presunta indipendenza sullo scenario internazionale proclamata dalla premier.

L’aver atteso sino ad aprile scorso per bloccare il rinnovo automatico del memorandum d’intesa Italia‑Israele sulla cooperazione militare e difensiva sembra raccontare molto più di una semplice esitazione burocratica, segnala una piena e convinta subordinazione del governo alle scelte di Trump, oggi principale sponsor politico del governo israeliano.

Nello stesso solco si inserisce l’atteggiamento degli ultimi giorni, con la mancata adesione alla linea dura adottata da un gruppo di dodici Paesi guidati dal Regno Unito, che ha annunciato il divieto di importare beni prodotti negli insediamenti dei coloni israeliani nella Cisgiordania occupata. Una decisione accompagnata dalle parole pesantissime del ministro degli Esteri britannico, Ed Miliband, che ha accusato i coloni “terroristi” di star perpetrando una vera e propria pulizia etnica nei territori palestinesi.

Molte delle tematiche emerse dal corteo che ha attraversato la città – il definanziamento delle università, l’aumento della spesa militare, la pressione fiscale che grava soprattutto sui redditi medio‑bassi, un debito pubblico ormai il più alto d’Europa, insieme alle richieste di politiche sociali più eque, investimenti nella sanità territoriale e tutele reali per i lavoratori precari – raccontano un disagio che va ben oltre le appartenenze politiche tradizionali. Sono istanze che non si limitano a riproporre le posizioni del centrosinistra, ma che esprimono la volontà di affrontare questioni concrete e urgenti, quelle che toccano la vita quotidiana di studenti, famiglie, lavoratori, giovani professionisti, insegnanti, operatori sanitari: un tessuto sociale che chiede risposte e non slogan, politiche e non narrazioni. La domanda che si leva dalla piazza è un appello alla serietà che non nasce “contro” qualcuno, ma per un Paese che chiede di essere ascoltato nelle sue fragilità più profonde.

Nelle foto Giorgia Meloni, al raduno di Fratelli d’Italia a Bari