Il blues non è soltanto un genere musicale ma una genealogia sonora. Un humus primordiale da cui sono germinate molte delle forme che oggi chiamiamo musica popolare e moderna.
La sua eredità si coglie persino nelle interpretazioni più avveniristiche e ibride di oggi. E’ riconoscibile nei fraseggi spezzati, negli accenti sincopati, nelle dinamiche che giocano sul contrasto tra sussurro e urlo; nelle ritmiche che insistono su backbeat e shuffle, nei brani armonici che rimandano a pentatoniche e scale blues. Nelle produzioni più recenti (dal rock & blues alternativo alle sperimentazioni elettroniche che campionano chitarre slide o voci “sporcate”) si ritrovano spesso accenni di fraseggio, microinfrazioni tonali e un’attitudine narrativa che discende direttamente da quel patrimonio.

Artisti che a prima vista sembrano lontani dal blues talvolta lo evocano con un semplice bending, con un vibrato prolungato, con un’espressione che privilegia la tensione emotiva più che la perfezione tecnica. È questa resistenza genetica che rende un evento come il Bitonto Blues Festival non solo celebrazione di un genere, ma osservatorio vivo su come il linguaggio musicale si trasmette, si trasforma e continua a parlare alle nuove generazioni. Appuntamento di riferimento, con le sue quattordici edizioni, nel panorama musicale pugliese e nazionale, si avvale della macchina organizzativa alimentata dalla sana ostinazione di Beppe Granieri, direttore artistico della rassegna, la cui visione ha saputo coniugare rigore storico e apertura alle contaminazioni.

Granieri ha mantenuto nel tempo un livello qualitativo costante nonostante le difficoltà logistiche, economiche e burocratiche che spesso tormentano gli eventi culturali nelle città di provincia. In questi anni, la sua strategia è stata duplice: da un lato preservare il nucleo identitario del festival (la centralità del blues come linguaggio), dall’altro, aprire il cartellone a interpreti che suonano il blues in dialogo con jazz, folk, world music e sperimentazione contemporanea. Questa tenacia organizzativa si traduce in scelte concrete: cura nella selezione degli artisti, attenzione alla qualità del suono e delle produzioni e una attitudine alla resilienza che ha permesso al festival di sopravvivere e crescere anche in anni difficili. Il risultato è un evento che non si limita a riproporre formule collaudate, ma che prova a raccontare il blues nella sua attualità, mostrando come il genere continui a nutrire nuove estetiche.

La scelta della villa comunale come scenario del festival, dopo anni di piazza cattedrale, segna una scelta significativa, sia sul piano pratico sia su quello simbolico. La villa offre un contesto più raccolto, verde e potenzialmente più adatto a una fruizione attenta: acustica più controllabile, percorsi per il pubblico, aree per incontri e workshop. Allo stesso tempo, il passaggio dalla piazza a un giardino pubblico introduce una dimensione più intima e contemplativa, che ben si sposa con la natura riflessiva di molte esecuzioni blues.
E veniamo agli ospiti. Eclettica ukulele band romana, gli Ukus in Fabula uniscono la versatilità dello strumento a quattro corde a un forte impatto scenico. Arrangiamenti originali, mash-up imprevedibili e sonorità crossover tra blues, rock e pop, puntando tutto su un live travolgente e interattivo. Storico gruppo attivo nella capitale sin dagli anni ’80, i Fleurs du Mal hanno presentato il loro più recente progetto discografico. Spacetime Mystery è un mix ben collaudato di blues, rock, swing e funk, con brani in inglese, italiano e spagnolo.

Mino Lionetti, cantante e armonicista pugliese con oltre 35 anni di carriera alle spalle, influenzato da leggende come Little Walter e James Cotton, sale sul palco con The Shuffle Brothers. La band si rifà alla tradizione più sanguigna del Chicago e del Texas blues, alternando classici del genere a pezzi dal forte groove blues‑rock. Per i fan più rigorosi, un tuffo nel sud degli Stati Uniti con la calda voce di Shanna Waterstown, tra le interpreti più autorevoli della scena internazionale. Tra blues tradizionale e sfumature soul e gospel, uno show travolgente.
Con The Rumblers, formazione nata nel 2017 e rivolta al recupero filologico delle sonorità degli anni ’40 e ’50, un fascinoso e coinvolgente viaggio sonoro dal jump blues al rock ‘n’ roll delle origini. Uno spettacolo interamente dedicato a Janis Joplin e Jimi Hendrix – atmosfera psichedelica, rock e blues fine anni ’60, repertorio ricco di pietre miliari eseguite in modo fedele e appassionato – quello della band veneta The Nebraska Experience.

Artisti e repertorio, progetti e sonorità, tutto concorre insomma all’idea di custodire la memoria e trasmetterla con gusto e intelligenza al futuro. La storia del blues in dialogo con le nuove sonorità. La scelta di artisti che spaziano dalla tradizione alle sperimentazioni elettroniche, testimonia la volontà di raccontare questo genere come un linguaggio vivo. Una formula di successo, frutto della sagacia di Beppe Granieri che, grazie al team di Blu & Soci e ai preziosi suggerimenti di Pierluigi Morizio, col sostegno dell’amministrazione comunale e dei numerosi sponsor, è riuscito a conferire al festival una sua precisa fisionomia e riconoscibilità.
Il blues, genitore biologico di gran parte della musica contemporanea, continua a parlare attraverso voci nuove che riflettono echi antichi, insegnando che la musica è memoria e metamorfosi insieme. Imparare ad ascoltare il blues significa riconoscere le radici di ciò che suoniamo e amiamo, accogliendo la responsabilità di custodirne il valore e le qualità espressive mentre lo si trasforma. Una consapevolezza che accompagna con entusiasmo il pubblico sempre più numeroso della rassegna.
In alto, Shanna Watersttown. Le foto sono di Paki Cassano





