Se la guerra è un videogioco le vittime sono persone in carne e ossa

L'ascesa e la caduta di Mykhailo Fedorov, artefice della svolta tecnologica dell'offensiva ucraina, è la metafora di un paese che si è illuso di poter fare a meno della politica

Era il 2004 quando il Corriere della Sera dedicava un ampio approfondimento ai 110 milioni di cittadini russi chiamati alle urne e alla soddisfazione di Vladimir Putin nell’annunciare la propria netta vittoria nelle elezioni per il Cremlino. Era sempre nel 2004, quando in Ucraina scoppiava la Rivoluzione Arancione nelle piazze di Kiev, in opposizione al candidato filorusso Viktor Yanukovych. Era ancora il 2004, quando per PlayStation 2 usciva Killzone, il primo capitolo di una celebre saga di sparatutto in prima persona incentrata sul conflitto tra due popoli separati dal destino e da un mondo ostile.

Oggi, ventidue anni dopo, quel nome, Killzone, non richiama più soltanto un videogioco. Per un numero incalcolabile di soldati e per poco più di mille civili che ancora vi abitano, indica una fascia di territorio, in Ucraina, larga tra i 20 e i 40 chilometri lungo la linea del fronte nel Donbass, dominata dai droni e dall’artiglieria. Una terra che continua a dividere due popoli e che è diventata l’emblema di come la guerra sia ormai cambiata.

L’ex ministro della difesa ucraino, Mykhailo Fedorov (Getty Images)

La consapevolezza del progressivo mutamento delle strategie belliche ha permesso a Kiev di staccarsi dal sostegno altalenante e capriccioso del presidente americano e ridurre la propria dipendenza dagli aiuti esterni a fronte delle difficoltà dei paesi europei nel mantenere, nel lungo periodo, lo stesso livello di supporto militare ed economico.  

Oggi il 75% dei droni utilizzati in campo di battaglia è progettato e prodotto in Ucraina. Delegare la guerra alle macchine è la strategia di sopravvivenza ucraina, anche perché le “macchine non sanguinano” come ripetono spesso gli ucraini. Il motivo è evidente: il numero di vittime umane (quasi totalmente uomini) che si registra in media in 2 mesi nella “killzone” è paragonabile a quello registrato in 2 anni nella striscia di Gaza. 

Buona parte del merito dell’intuizione, che la guerra non passi solo dalla resistenza ma dall’innovazione, spetta a Mykhailo Fedorov, un ex imprenditore del marketing tech. Se il ragazzo della canzone di Morandi lasciava la chitarra per un M16 e moriva sul fango della giungla, il soldato-gamer di oggi impugna un joystick e il suo obiettivo lo guarda da chilometri di distanza attraverso uno schermo.

Ma chi è Fedorov? Il New York Times lo descrive così: “Fedorov è diventato il più giovane ministro della difesa dell’Ucraina quando è stato nominato solo sei mesi fa. La sua nomina è stata vista come un’approvazione da parte di Zelensky della visione guidata dalla tecnologia di Fedorov”. Almeno in un primo momento.

Attraverso Fedorov e Sternenko, suo braccio destro, l’Ucraina ha sperimentato un’ondata di ottimismo nelle ultime settimane, che proprio l’ormai ex ministro aveva contribuito a creare. Il suo mandato ha coinciso con campagne di successo di attacco di droni a lungo raggio che hanno colpito raffinerie e altri siti in Russia, così come nella penisola di Crimea. Non un’area qualunque, ma una delle principali zone contese tra Russia e Ucraina, fin dai tempi della sua annessione a Mosca nel 2014.

Se Fedorov è figlio del progresso della Silicon Valley, Sternenko è un uomo del popolo, uno youtuber, che oggi conta 2,18 milioni di iscritti. Se Fedorov è stato l’architetto istituzionale e politico dell’innovazione digitale ucraina, Sternenko ne è stato uno dei principali motori operativi e finanziari “dal basso”.

Sternenko è in prima linea da anni. Ha partecipato attivamente alla Rivoluzione di Euromaidan del 2013-2014, ha subito diversi tentativi di assassinio ed è diventato una delle voci più critiche nei confronti delle autorità di Odessa. The Kyiv Independent riporta come alle sue critiche alla leadership ucraina si accompagnasse un monito: “Stiamo andando incontro a un disastro di portata strategica, che potrebbe portare alla perdita dello Stato”. Quella capacità di leggere in anticipo l’evoluzione del conflitto convinse rapidamente Fedorov, che il 22 gennaio ufficializzò pubblicamente la loro collaborazione: «D’ora in poi, Serhii sarà il mio consulente per incrementare l’utilizzo dei droni in prima linea». Insieme hanno contribuito a rivoluzionare il gioco della guerra. Un gioco che però non ha il tasto “restart”. 

La serie di videogiochi Fallout si apre con un monologo introduttivo che recita “War… War never changes.” (La guerra… La guerra non cambia mai.). Ma il 2026 avrebbe raccontato una storia diversa. Un gruppo di trentenni con l’aria da nerd, ha rivoluzionato completamente il Ministero della difesa ucraino.

Nella sala riunioni è comparso un tavolo da ping pong. Le decisioni belliche ora si fondano sui dati. Alla guerra contro il nemico si è aggiunta quella contro la corruzione. Mykhailo ha scoperto 7 miliardi di dollari di spese in eccesso, ridotto i costi dei proiettili del 16% e ha permesso l’aumento degli stipendi di chi combatte in prima linea, dove il rischio è più alto. Ma soprattutto ha trasformato la guerra in un gioco. Come racconta con dettagli inediti Cecilia Sala all’interno del suo podcast, fonti interne narrano che “I militari ucraini hanno una piattaforma a premi, dove caricano i filmati girati dai loro droni. A ogni mezzo russo distrutto, ogni soldato nemico ucciso, corrisponde un punteggio.” Tramite questo sistema di punteggi ogni soldato può comprare altri droni, ma soprattutto documentare costantemente ogni centimetro del campo di battaglia.

Tutto questo ha reso Fedorov un eroe agli occhi della gente comune. Ma quella stessa gloria lo ha reso un bersaglio per gli alti vertici dell’esercito ucraino. D’altronde “La rovina paga sempre più della costruzione” diceva Rhett Butler (Clark Gable) in “Via col vento”. Così, mentre accumulava successi contro il nemico, Fedorov finiva per accumulare avversari anche all’interno del proprio paese, tanto da essere sollevato dal suo incarico il 15 luglio.  

Da buon protagonista di un videogame, anche Mykhailo Fedorov ha il proprio villain. Uno dei volti che ha spinto maggiormente per la sua cacciata è il generale Syrsky. Syrsky è uno dei nomi piú blasonati all’interno dell’Ucraina militare, uno di quelli cresciuti nell’Unione Sovietica, quella a stampo rigido e gerarchico, dove i soldati sono poco più di un numero. Una figura che avrebbe persino superato i limiti di età per il ruolo che svolge. Lo scontro tra i due era inevitabile. Dopo la decisione di Kiev di rimuovere dall’incarico il giovane ministro però, migliaia di persone nelle piazze ucraine hanno urlato il nome di Fedorov. Su alcuni cartelli campeggiavano scritte inequivocabili “Fedorov = + Russi morti, Syrsky = + Ucraini morti”. 

Nelle ore successive però Fedorov e la piazza ucraina hanno avuto la loro rivincita. E il generale Syrsky, ha perso il posto. Uno degli ultimi atti da leader incosciente è la missione suicida da Konstantinovka. “Siamo stati portati nella città di Konstantinovka pur sapendo che era sotto il controllo russo. I nostri compagni sono stati uccisi, mentre noi siamo stati tenuti in vita e trattati con rispetto”, hanno dichiarato i soldati catturati. Un video li mostra mentre reggono bandiere ucraine con le immagini del presidente Vladimir Zelensky e del comandante militare Aleksandr Syrsky. Prima di sostituirle con quelle russe e ringraziare Mosca per avergli risparmiato la vita. 

Ora il suo ruolo è stato assunto da Michailo Drapati. Un “uomo dal cuore d’acciaio” dei giorni nostri, un riformista giovane ma con diverse stellette già cucite in petto. Un generale che l’esperienza l’ha maturata sul campo, combattendo la Russia dal 2014. È stato proprio nel 2014 che Drapati si è imposto come simbolo della resistenza gialloblu: alla guida di un veicolo corazzato ha forzato a tutta velocità una barricata eretta dai separatisti filorussi a Mariupol. Nel 2025, quando un bombardamento russo ha fatto una strage in un campo di addestramento sotto la sua responsabilità, si è dimesso. Secondo lui la responsabilità di tali “errori” va assunta dai generali e non dai soldati. Oggi il nuovo capo eredita un mestiere difficilissimo, non solo l’eredità politico militare di Syrsky ma anche il peso delle polemiche suscitate dalla riemersione di posizioni fortemente nazionaliste dovute a dichiarazioni del 2023.

Il nuovo ministro della difesa ucraina, Mykhailo Drapati

Sicuramente però, oggi ai vertici dell’esercito di Kiev c’è una figura vicina agli ideali della “rivoluzione” iniziata da Fedorov. A esporsi pubblicamente è stato Sternenko sul proprio canale telegram “È doloroso constatare che oggi il nostro Paese si è ulteriormente allontanato dalla vittoria. È doloroso constatare che non sia stata nemmeno data la possibilità di avviare delle vere riforme, sebbene siamo comunque riusciti a cambiare molte cose. Ma non sono deluso da voi, persone che vedete e capite tutto. E che continuate a sostenerci. Questa non è certo la fine”. In altre dichiarazioni l’ex consigliere del ministro della difesa si è confermato come figura “popolare ma controversa”, come descritto dal Corriere della Sera nell’intervista di Marta Serafini. Corruzione e interessi nascosti sono al centro delle allusioni fatte. “Spero che Zelensky gli chieda di tornare al ministero della Difesa. Non so se accadrà, ma credo che il Paese abbia ancora bisogno di lui (in riferimento a Fedorov)”. È difficile vincere un gioco quando le regole possono essere riscritte durante la partita.

La rivoluzione di Fedorov non racconta soltanto la storia di un ministro caduto, ma il crollo della speranza di un popolo di vincere questa guerra. Il joystick può sostituire il fucile. I droni possono sostituire i soldati. Nessun algoritmo, però, riuscirà mai a sostituire la politica. In fondo, aveva ragione Clausewitz: “La guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi”. Ed è forse questa la vera Killzone del XXI secolo: non quella che attraversa il Donbass, ma quella in cui l’innovazione si scontra con il potere.

In alto, soldati ucraini alle prese con un drone (foto NYT)