La vera storia del signore di Conversano

Un volume di Angelo Panarese dà dignità storica alla figura di Gian Girolamo II Acquaviva d'Aragona, inserendola nel contesto del baronaggio meridionale

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“Ricostruire la vicenda storica, politica e umana di Giovan Girolamo II Acquaviva d’Aragona, conte di Conversano, signore feudale del mezzogiorno spagnolo, non è cosa agevole e semplice”. Sono le parole di Angelo Panarese che spiega il complesso lavoro svolto per ricercare, definire e capire un protagonista così significativo del periodo storico in cui visse e quanto la sua iniziativa politica abbia inciso sulla realtà territoriale. Siamo in pieno Seicento e il Regno di Napoli è in piena crisi. Gian Girolamo II nasce a Conversano nel 1600 e muore a Barcellona il 1665. Viene sepolto a Conversano nel monastero di San Benedetto. Oltre che ventesimo conte di Conversano, si fregia del titolo di settimo duca di Nardò. E’ detto il Guercio delle Puglie, per un occhio strambo, o anche il Guelfo di Puglia.

Non è stato un personaggio né semplice né facile. Tuttora su di lui grava il peso di losche leggende, spesso indecenti e cariche di sofferenza per un territorio dove i signorotti del tempo avevano potere di vita e di morte sui propri sudditi. Pare che anche lui, come altri, amasse esercitare il diritto dello jus primae noctis, tant’è che ancora oggi i conversanesi si dicono tutti “figli” del conte. Per non dire della ferocia contro le povere donne che attingevano l’acqua dai pozzi, sulle quali si esercitava a sparare dall’alto della torre del castello. O di quando non esitò a scuoiare i canonici della cattedrale di Nardò, rei di aver fomentato l’insurrezione dei cittadini.

I sudditi non lo amavano; anzi lo temevano perché era considerato malvagio e vendicativo. Ma fu pure considerato coraggioso e mecenate, perché contribuì a migliorare la vita dei contadini. Tutto ciò non gli impedì di essere incarcerato in Spagna per gravi abusi feudali. Una lunga prigionia durata sedici anni e terminata con la sua morte.

A questo personaggio così discusso è dedicato il volume di Angelo Panarese, docente, storico, dottore di ricerca e sindaco di Alberobello dal 1994 al 2001, autore di diversi volumi di indagine storica.

Un ritratto di Gian Girolamo II Acquaviva d’Aragona

Tra mito e realtà – Gian Girolamo II Acquaviva D’Aragona, signore feudale del Mezzogiorno spagnolo. Il Regno di Napoli e l’Italia nella crisi del Seicento (Editrice AGA – Alberobello – pag. 229 – € 18,00) il titolo dell’opera, che è stata presentata al pubblico, con una ricca introduzione del prof. Piero Sisto dell’università di Bari che ha dialogato con l’autore.

Di questo personaggio, tanto noto alle cronache del tempo, Benedetto Croce nella Storia del Regno di Napoli, scrisse: “i baroni soffocarono nel sangue le ribellioni dei comuni: nel che andò famoso il conte di Conversano Acquaviva, il quale, alla rinnovata rivolta della sua Nardò, accorse con gente armata, impiccò il sindaco e molti cittadini, e perfino quattro canonici, di cui fece collocare le mozze teste sui loro stalli del Duomo, rase al suolo parecchie case, vi sparse il sale, vi pose segni d’infamia”. Una figura particolarmente controversa, dunque, sulla quale il libro di Panarese ha il merito di fare chiarezza, al di là della leggenda e, soprattutto, nel contesto della realtà storica del tempo.

Cosa può insegnare oggi un accurato studio delle vicende storiche narrate nel libro?

Ad agire diversamente dal conte (risponde il prof Panarese, ndr) il quale ha intessuto la sua vita di tanti atti violenti e ribaldi. E’ l’espressione propria del baronaggio meridionale. L’esatto contrario di quello che dovrebbe essere, diciamo così, una classe dirigente.

Ha sofferto molto il nostro popolo per questi atteggiamenti?

Moltissimo. Prima il ducato di Nardò, poi, sia la terra del Salento sia la terra di Bari, tutto il nostro territorio, la contea di Conversano. Questa era l’espressione massima del potere. Non c’era controllo, non c’erano giurisdizioni. C’era un esercizio assoluto del potere. In parte la situazione cambierà quando saranno sequestrate le rendite e le giurisdizioni. Ma siamo già dopo il 1647-48, cioè dopo la rivolta antispagnola di Napoli. Tutto in un momento di riorganizzazione del Regno di Napoli e degli assetti complessivi di potere quando, col vicerè Dognate, si passa a un nuovo blocco socio-politico, in cui il peso della nobiltà è fortemente ridimensionato dal fattio che lo stato spagnolo non ammette che ci sia uno stato nello stato.

Quando il popolo trova in sé la forza per reagire a queste forme di abuso, a questi soprusi?

Diciamo intorno al 1640-42 quando, soprattutto a Nardò, si crea un’élite antifeudale e antibaronale che porterà all’uccisione, all’omicidio del sindaco Manieri e anche di un gruppo di suoi sostenitori nobili e borghesi. E poi, nel periodo più triste, dopo il rientro, dopo il 1645-46 si arriva all’uccisione non solo di nobili e aristocratici ma anche dei canonici le cui teste vengono affisse nel duomo di Nardò. C’è una strada intitolata a questo eccidio a Conversano, denominata ‘la strada delle forche’.

Che ruolo ha giocato la chiesa rispetto a questa forma di potere oppressivo?

La chiesa ha svolto un ruolo particolare a Napoli con il cardinale Ascanio Filomarino. Questi durante i moti di Masaniello cercò di esercitare una funzione di mediazione e soprattutto di aiuto nei confronti delle fasce popolari. Poi ci sono espressioni valide soprattutto dell’opposizione antibaronale nella terra del Salento. Quattro canonici uccisi la dice lunga su quello che era l’indirizzo di fondo delle scelte di governo di Gian Girolamo II. E quindi, nonostante le drammatiche condizioni del tempo, di fatto si crea tutta una serie di situazioni e di condizioni grazie alle quali alcuni esponenti della chiesa assumono un atteggiamento contrario.

Pagando un prezzo alto…

Con la vita, con la propria vita, con la propria pelle.

Professore, c’è un monito per oggi da tirare da questi eventi?

Credo proprio di sì. Nel senso che in ogni circostanza deve prevalere il rispetto della persona, il rispetto degli altri. Non si può imporre un giogo, diciamo un dominio, un dominio assoluto sulle persone. E’ chiaro che quella è una vicenda legata all’epoca moderna, epoca in cui ormai il sistema feudale entra profondamente in crisi, soprattutto in altri paesi. Da noi persisterà ma di fatto arriveremo a cambiare le regole del gioco con la rivoluzione napoletana del 1797 e poi con l’eversione della feudalità grazie alla legge del 1806 con i napoleonidi, Gioacchino Murat e Giuseppe Buonaparte.

Un messaggio. La funzione della storia oggi, soprattutto per i giovani…

Educativa e formativa, come ha scritto Giuseppe Galasso e March Bloch: la storia è la scienza del passato. E se un popolo non conosce la propria storia è un popolo cieco. Non si rende conto di quello che è l’elemento fondamentale del futuro. Il futuro si basa sulla conoscenza diretta dei processi contingenti, immediati, e anche dei collegamenti stretti che esistono con quella realtà. Non si può interrompere il filo della storia. Come dicevano i latini historia magistra vitae.

Nella foto in alto, tratta dal sito del Comune, il castello di Conversano