La musica di Traetta con i versi di Virgilio sono l’antidoto alla guerra

Con l’intensa lettura di Massimo Wertmüller, La caduta di Troia, in scena al festival dedicato al compositore bitontino, restituisce al mito una voce viva e urgente, ricordando che l’arte non può sottrarsi al compito di illuminare l’orrore

Lo scrittore e drammaturgo austriaco Hermann Broch, in una delle sue pagine più celebri, aveva paragonato Virgilio – considerato non a torto uno dei padri (se non il padre) della latinità – a un’orsa che modella il pelo dei suoi cuccioli, leccandoli ripetutamente, fino a quando la loro pelliccia non assume la forma e il volume che desidera. Qual è il motivo di questo strano paragone? Virgilio aveva l’attitudine caparbia di rivedere le opere che scriveva sino all’ultimo, sino a che non fosse totalmente soddisfatto. Le Bucoliche e le Georgiche non sono altro che il lavoro meticoloso di un’orsa, che con la sua agile penna sostituisce parole, ricalibra il verso, rimuove questa o quella sillaba, in modo che l’esametro risulti slanciato, equilibrato, indimenticabile.

Eppure, per la sua Eneide, il suo capolavoro, Virgilio non ha avuto il tempo per livellare e limare i versi. E, quindi, consapevole che quell’opera non sarebbe morta con lui, che Augusto ne avrebbe fatto il baluardo e il manifesto del suo comando, sul letto di morte chiese ai due amici presenti, Vario Rufo e Plozio Tucca, cui aveva affidato le pagine del suo grandioso poema su Roma, di bruciare il manoscritto o, per lo meno, di non pubblicare alcun verso che non avesse approvato e licenziato lui stesso. Inutile nascondere che quei due amici – non finiremo mai di ringraziarli – fecero orecchio da mercante. Così si avverò esattamente quello che Virgilio aveva supposto. Anzi, visto che ancora oggi, a distanza di secoli, ne stiamo parlando, forse il poeta aveva sottovalutato l’importanza che avrebbe assunto la sua opera. Vero, ci sono esametri incompleti, alle volte è possibile imbattersi in qualche imprecisione, ma vi sono dei passaggi così belli in questo poema, da farci considerare tali inconvenienti quisquilie, minuzie. E sicuramente il secondo Libro è una delle ragioni per cui continuiamo a leggere l’Eneide. Il racconto che Virgilio fa della caduta di Troia è uno dei capitoli più drammatici e commoventi della letteratura. Vi sono momenti in cui un poeta deve scegliere se raccontare o meno ciò che inevitabilmente sfugge alla sua comprensione e alla stessa lingua. Molti, pertanto, volendo evitare di dire ovvietà o essendo consapevoli che le parole sono troppo poche o imperfette, si lasciano andare al silenzio e adoperano, pertanto, la figura retorica della reticenza.

Virgilio, invece, sente il dovere, l’obbligo, la necessità di raccontare l’orrore. Di narrare, senza edulcorarlo, ciò che davvero accade in guerra, quello che succede quando una città inerme viene presa d’assalto, data in pasto alle fiamme. Cosa accade ai bambini e alle donne, quanti corpi può oltrepassare una spada, quanto dolore può assalire chi resta. Enea è il sopravvissuto, il superstite di quell’orrore, e il peso e la responsabilità di essere rimasto, il senso di colpa che vive ogni giorno, lo rendono un eroe ben diverso da quello a cui per secoli gli antichi sono stati abituati. È un apolide, un profugo, un disperato, cui non resta che il ricordo e la promessa di ricominciare. Il lutto, che Enea ha vissuto sulla sua pelle, lo porterà sempre con sé. È un’eredità che ogni popolo oppresso si vede cucita addosso, impressa nella carne.

Leo Binetti

Dopo l’ironia dissacrante della Banda Osiris, che ha aperto il TOF, il festival dedicato a Tommaso Traetta ha cambiato registro: la seconda serata è stata affidata a Massimo Wertmüller e al suo La caduta di Troia, una lettura di quel secondo libro di Virgilio, con la regia di Sergio Maifredi, prodotta dal Teatro Pubblico Ligure nell’ambito del progetto Eneide. Un racconto Mediterraneo. Ad accompagnare la voce dell’attore, il pianoforte di Leo Binetti, chiamato a eseguire le pagine musicali che Tommaso Traetta dedicò proprio al mito dell’eroe troiano.

Il compositore bitontino si confrontò per ben due volte, nel giro di pochi anni, con le vicende dell’eroe troiano, componendo altrettante opere serie che il festival ha scelto di intrecciare alla lettura di Wertmüller. La prima è Enea nel Lazio, andata in scena nel carnevale del 1760 al Teatro Regio di Torino, su libretto di Vittorio Amedeo Cigna-Santi. Un’opera che si inserisce pienamente nei tentativi di riforma del melodramma che attraversano la seconda metà del Settecento europeo. La seconda è Enea e Lavinia, composta l’anno seguente, nella primavera del 1761, per il Teatro Ducale di Parma, su libretto di Giacobbe Antonio Sanvitale tratto da un testo di Bernard le Bovier de Fontenelle. Entrambe le composizioni risalgono al periodo in cui Traetta lavorava alla corte parmense di don Filippo, dove era stato nominato maestro di cappella pochi anni prima, in un ambiente culturale (quello dell’intendente francese Guillaume Du Tillot) particolarmente aperto agli influssi della tragédie lyrique francese e alle sperimentazioni sul melodramma italiano.

Wertmüller, accompagnato dall’epicità delle musiche di Traetta, ha dato voce a Enea nel momento in cui, ospite di Didone a Cartagine, ripercorre la notte in cui Troia viene ingannata dal celebre cavallo, incendiata e infine distrutta. Città in fiamme, profughi, esuli, imbarcazioni cariche di sopravvissuti in cerca di una nuova terra, immagini antiche, eppure capaci di ricordare con inquietante attualità le odierne cronache del Mediterraneo. E ciò che rende ancora più destabilizzante e terribile il racconto è l’immagine della luna che, nel verso di Virgilio, appare tacita, silenziosa. Come se sia amica di quell’invasione, amica di chi distrugge la città; complice di chi, con l’inganno, ha profanato le sue mura. Come se chi osserva dall’alto abbia volontariamente deciso di non vedere quello che accade. Come se l’orrore sia davvero troppo grande per essere visto.

Ed è proprio in questo spazio sospeso tra parola e silenzio che emerge la grandezza interpretativa di Wertmüller. La sua voce, capace di muoversi con naturalezza tra la dolcezza più intima e la potenza più drammatica, diventa strumento di incarnazione. Ogni inflessione, ogni pausa, ogni vibrazione sembra nascere direttamente dal cuore dei personaggi che evoca. Quando dà voce a Enea, non racconta soltanto una storia. La vive. Si immedesima nella paura, nella furia, nella pietà, nella nostalgia di una patria perduta. E quando descrive la città che brucia, il suo timbro si fa più scuro, più profondo, come se il fuoco di Troia arda ancora nelle sue parole. La sua arte consiste proprio nel trasformare il verso in carne, la scena in presenza, il mito in esperienza emotiva. Un talento singolare, che consente allo spettatore di sentire sulla propria pelle ciò che Virgilio ha immaginato duemila anni fa.

Chi si occupa di quella materia viva e dissidente che è l’arte, non può permettersi di essere silente, reticente come la luna che osserva dall’alto. L’arte deve essere testimonianza di quello che abbiamo intorno. Deve rendere eterno anche ciò che vorremmo non ricordare. Deve farci provare le emozioni che non vorremmo mai sentire. Renderci più umani, altrimenti accetteremmo le ingiustizie, le tragedie, il male che abbiamo intorno, sotto i nostri stessi occhi. Accetteremmo, senza l’arte, l’orrore come un dato di fatto, come qualcosa di inevitabile. Abbiamo bisogno degli artisti. Abbiamo bisogno di arte. Abbiamo bisogno non solo di vedere la tragedia, ma di sentirla sulla nostra pelle e riscoprire la nostra umanità. Merito questo dei grandi artisti, come Virgilio, come Traetta. E chi ha realizzato questo Festival sa bene quanto sia necessario ripartire proprio di qui.

Nelle foto Massimo Wertmüller al Teatro Traetta