Il cinema come esperienza che educa lo sguardo, che aiuta i bambini a riconoscere emozioni, leggere la realtà e crescere insieme. E’ questa l’idea da cui prende forma Storie, la rassegna di film per ragazzi promossa dall’associazione Just Imagine, giunta alla sua seconda edizione e sempre più radicata nella comunità bitontina.
L’apertura è stata affidata a Il monello di Charlie Chaplin, proiettato in piazza Cattedrale: fascinosa e popolare cornice, scelta per il lancio del nuovo percorso, erede diretto di Cinema a Colazione. Nato nel 2016, il progetto ha portato al Cinema Coviello oltre 10.000 bambini, trasformando la sala in uno spazio di incontro e formazione condivisa. Negli anni, l’impegno di Just Imagine è proseguito con Backstage, il laboratorio ospitato a Palazzo Planelli dedicato alla lettura delle trame cinematografiche e alla comprensione del linguaggio delle immagini. Storie raccoglie questa eredità e la rilancia, proponendo un itinerario pensato per le scuole primarie, dove ogni film diventa una preziosa occasione di dialogo, scoperta e crescita.

Lo scorso anno la rassegna ha registrato un risultato straordinario: 2.000 bambini di tutte le scuole primarie hanno partecipato alle proiezioni, trasformando la rassegna in uno dei momenti educativi più significativi della città. Un dato ancora più rilevante se si considera che oggi molti film vengono consumati in streaming, spesso prima ancora dell’uscita ufficiale. La nuova rassegna, che gode del sostegno dell’assessorato all’Istruzione, si svolgerà da ottobre ad aprile 2027 e coinvolgerà nuovamente le scuole primarie del territorio. In queste settimane il progetto è al vaglio dei dirigenti scolastici: saranno le classi, insieme agli insegnanti, a scegliere i film più adatti al percorso educativo.
Nel contesto storico in cui nasce il capolavoro di Chaplin, siamo negli anni venti del secolo scorso, fare il monello non era un gioco ma una necessità di sopravvivenza. Significava aguzzare l’ingegno e imparare l’arte della strada per andare avanti. Come testimonia con ironia, intelligenza e raffinata poesia, la regia e l’interpretazione di Chaplin.
La storia racconta il legame profondo che nasce tra Charlot, il vagabondo, e un neonato abbandonato che lui decide di accogliere senza esitazione. Charlot diventa padre per scelta, costruendo con il bambino una piccola casa piena d’affetto in mezzo alla povertà, proteggendolo da un mondo che spesso appare duro e ostile. Crescendo insieme, i due formano una famiglia fuori dalle regole, ma autentica: una comunità di due persone che si sostengono e si amano nonostante tutto.
Il film riflette la vita personale di Charlie Chaplin. Da bambino conobbe la miseria nelle strade di Londra e, proprio poco prima di girare Il monello, aveva perso il suo primo figlio. Un dolore attraversa il film e lo rende ancora più vero, più umano. Con questo capolavoro Chaplin critica apertamente le istituzioni dell’epoca – orfanotrofi, assistenza pubblica, servizi sociali – che spesso agivano con freddezza burocratica, rischiando di separare le persone che si vogliono bene in nome di una legge rigida e impersonale. Il monello resta così un racconto universale: la difesa dell’amore contro l’indifferenza, della cura contro la povertà, della famiglia contro le ingiustizie.

L’assessora ai Servizi sociali e psicologa Lizia D’Agostino, invitata da Domenico Saracino a commentare il film, ha richiamato l’importanza di leggere le decisioni istituzionali senza ricorrere a categorie come colpa o peccato, ma cercando sempre una soluzione. «Le scelte delle istituzioni – ha spiegato – devono essere comprese e condivise. Serve un lavoro serio sull’analisi dei contesti. In psicologia capita di rifugiarsi nel “comportamento oppositivo”, schierandosi contro qualcosa solo perché non ci piace. Ma nel caso di decisioni delicate, come quelle che riguardano i minori, non dobbiamo dividerci tra chi sostiene il giudice e chi difende la famiglia: dobbiamo continuare a parlarne e capire le ragioni profonde di ciascuno».
Il film offre un esempio efficace: Charlot, inizialmente, rifiuta il bambino e tenta di liberarsene. Ma quando decide di accoglierlo, lo ama senza riserve. «Già nel 1921 Chaplin proponeva una pedagogia diversa», osserva D’Agostino. «La domanda è: ci siamo davvero emancipati da quel modello? Purtroppo vedo ancora diffusa la pedagogia del ricatto affettivo, ma siamo in cammino».
Come psicologa, D’Agostino lavora sulla formazione degli adulti: «Il miglior dono che possiamo fare ai figli è essere persone risolte e felici. Il bene si impara, la gratuità si impara. E dobbiamo abituarci a governare la frustrazione: i frutti non sono immediati». Ogni adulto, ricorda, svolge una funzione pedagogica: docenti, educatori, operatori, famiglie. «Il traguardo è diventare figure di autorità sana: stabili, capaci di governare emozioni e comportamenti, di porre limiti. Saper dire di no è fondamentale: non impulsivo, non punitivo, ma contestualizzato alla relazione».
Il percorso è lungo, ma condiviso: «Occasioni di confronto come questa devono moltiplicarsi. Stiamo facendo un lavoro importante perché lo stiamo facendo insieme. Il cammino si fa uniti, e anche le storie possono brillare nel buio di una sala cinematografica».






