Se i Re Magi sono ancora in cerca del Bambinello

Le vignette sull'Epifania di Alberto Zuccalà con i presepi “alternativi” di Terlizzi e Francavilla Fontana sono un potente richiamo al senso del Natale, una luce che resiste anche nelle tenebre della guerra

A quest’ora del giorno i Re Magi si staranno ancora chiedendo come raggiungere la grotta di Betlemme, dopo le devastazioni della guerra. La stella cometa, d’altro canto, non si sarà dimostrata di grande aiuto nella ricerca della divina mangiatoia. Come spiega la vignetta che circola sui social: tra le macerie causate dalla guerra in Palestina, Alberto Zuccalà, medico leccese con la passione per il disegno e la scrittura, mostra l’astro con la sua lunga coda luminosa, che osserva la terra bruciata e commenta: “Eppure era qui da qualche parte”.

Spulciando tra le numerose vignette pubblicate sulla pagina delle sue Graforecensioni, Zuccalà, insieme ad altri disegnatori titolari di altri profili satirici, mostra i Re Magi increduli che anziché portare in dono oro, incenso e mirra, regalano alla Sacra Famiglia dei giubbotti antiproiettile. O, giunti in Palestina, pensano di aver fatto ritardo per il Natale, ritrovandosi sullo sfondo il Golgota con il Cristo Crocifisso.

I riferimenti al genocidio commesso a Gaza sono inevitabili e i Magi diventano involontari protagonisti dell’ironia. Sulla pagina fb di don Giovanni Berti, sacerdote della diocesi di Verona con la passione per il disegno satirico che utilizza come linguaggio per trasmettere il messaggio evangelico, è possibile soffermarsi sulla vignetta in cui un magio è impegnato in una conversazione telefonica con Trump, a cui chiede prima di mettersi in viaggio, come per ottenere rassicurazioni: “Signor presidente, non è che mi bombarda Betlemme è mi fa l’estrazione forzata di un bambino?”. Chiaro il riferimento alla cattura di Maduro in Venezuela.

L’ironia tra sacro e profano, mescolando storia e attualità, risulta l’ingrediente attraverso cui provare a ritrovare un barlume di speranza e di lucidità in un mondo dilaniato dall’assurdità della guerra. I magi in fondo rappresentano l’intera umanità: guidati dalla luce, con le loro diversità, anche culturali, intraprendono un viaggio comune per ammirare l’Epifania, “la manifestazione” di Gesù al mondo intero. E certamente, in queste ore si staranno chiedendo da quale Erode contemporaneo sfuggire…

L’Epifania, in cui la liturgia mette al centro i tre Magi giunti dall’Oriente, conclude le festività natalizie. Ma questa festa porta con sé un profondo significato di universalità e di sacralità, se si considera che coincide anche con il Natale ortodosso, che Bari celebra grazie alla presenza delle reliquie di San Nicola e di numerose comunità dell’est europeo. La cosiddetta “divina liturgia” verrà celebrata domani 7 gennaio in Basilica alle 13,30 e nella Chiesa russa alle 9.

La carica simbolica dei personaggi di queste festività, dai Magi alla Sacra Famiglia, invita ad una profonda e silenziosa riflessione personale, comunitaria e sociale. Le immagini, soprattutto quelle che l’opinione pubblica conserva negli occhi dalla striscia di Gaza, in effetti, non lasciano spazio a dubbi e incertezze.

Il presepe senza Bambinello all’esterno della chiesa di San Gioacchino a Terlizzi

Non è passato inosservato, in questo senso, il presepe realizzato presso la chiesa di San Gioacchino a Terlizzi: nella grande mangiatoia, posizionata all’esterno, non c’è Gesu Bambino. Coperta da un velo bianco e delimitata da due foto raffiguranti lo strazio dei bambini di Gaza, la grande natività allestita dall’artista Paolo De Santoli, è stata accolta dal parroco don Michele Stragapede che ne ha spiegato il significato: “Potrà mai nascere il Principe della Pace se abbiamo dichiarato guerra alla vita? Abbiamo pensato con chi fa parte della nostra comunità, che facciamo? Facciamo finta che tutto vada bene? Che non ci sono stati bambini uccisi a Gaza, in Israele, in Sudan?”

“Nella Striscia di Gaza e in Israele sono stati ammazzati o lasciati morire oltre 16 mila bambini sotto i 12 anni: una vera strage degli Innocenti ad opera di Erode”, spiega, a sua volta, De Santoli. “A quasi 4 anni dall’invasione dell’Ucraina, la vita di 2,4 milioni di bambini è sempre più a rischio, intrappolati o sfollati nel paese. Si stima che siano 20mila i minori ucraini deportati in Russia. In Sudan i combattimenti hanno causato una delle peggiori crisi umanitarie a memoria d’uomo. Più di 60.000 vittime e 11 milioni di persone costrette a lasciare le proprie case”.

Immagine eloquente, sulla stessa scia della mangiatoia allestita a Terlizzi, è quella offerta dal presepe della parrocchia di San Lorenzo Martire a Francavilla Fontana, in provincia di Brindisi. Dietro la statua di Gesù Bambino, “orfano” di Maria e Giuseppe, domina la foto, tratta dai giorni in cui le bombe israeliane distruggevano i territori della Striscia, di due fratellini, il maggiore dei quali portava la sorellina sulle spalle, provando a scappare dall’orrore della guerra.

La sacra natività realizzata nella parrocchia di San Lorenzo Martire a Fracavilla Fontana

La capanna di Gesù Bambino appare lacerata da una bomba, intorno alla culla si accumulano macerie e segni di distruzione. “È notte” spiega il parroco don Pompeo Delli Santi, “ma una notte che si apre all’alba di un giorno nuovo, quello del Natale, segno di una speranza che resiste anche tra le rovine”. L’assenza di Maria e Giuseppe richiama il dramma di tanti bambini rimasti orfani a causa delle guerre e dei conflitti che insanguinano il mondo. In fondo anche le responsabilità, le scelte e le mancanze degli adulti lasciano soli e sperduti i più piccoli. Un’intera generazione rischia di essere emarginata e perduta per le conseguenze dei conflitti.  Proprio l’assenza e l’orgoglio degli adulti impongono seri interrogativi educativi. Nel presepe di Francavilla Fontana, rispetto a quello di Terlizzi Gesù Bambino è presente, fragile e indifeso, ma posto al centro: una luce che non sin lascia soffocare dalla violenza. Sullo sfondo della grande culla un pannello raffigura i due bambini in fuga dalla Striscia di Gaza, immagine simbolo della guerra in Medio Oriente e icona di questo tempo assai difficile e travagliato. Il bimbo esausto cammina sulla strada con la sorellina aggrappata al collo con lo sguardo perso, i piedi nudi, con alle spalle solo macerie e un orizzonte grigio.

Don Pompeo racconta la scelta di questa tragica scena, che ha fatto il giro del mondo tra i vari tg: “È il ritratto di un’infanzia spezzata, costretta a farsi adulta troppo presto. Il corridoio della fuga diventa la scena di un dramma collettivo, dove il gesto d’amore di un fratello resta l’unico appiglio di normalità sotto il peso della guerra. Questo presepe richiama alla memoria non solo i conflitti più noti, ma anche le tante guerre dimenticate che continuano a devastare popoli e territori, seminando morte, povertà e sofferenza silenziosa in molte parti del mondo”. Davanti a questa rappresentazione, il Natale si fa invocazione di pace, giustizia e responsabilità verso i più piccoli e i più fragili.

Senza dubbio, per i credenti, la venuta del Signore è la vera speranza in ogni circostanza. Di speranza si è parlato tanto durante l’anno giubilare appena giunto al termine. Papa Leone XIV, chiudendo oggi la Porta Santa in San Pietro, ha ricordato: “Il Giubileo giunge al termine, non finisce però la speranza”.

C’è da sperare che, insieme ai Re Magi, anche la fuga di quei due fratellini sia stata accompagnata da una luce. Non una luce ingenua o consolatoria, ma quella ostinata che continua a brillare anche quando il cielo è oscurato dal fumo delle bombe. La luce dell’Epifania non indica soltanto una meta, ma smaschera le responsabilità della storia e chiama ciascuno a scegliere da che parte stare. Se la stella cometa oggi sembra smarrita tra le macerie, forse non ha smesso di brillare: attende occhi capaci di riconoscerla e passi disposti a seguirla. Perché l’Epifania non è solo memoria di un viaggio lontano, ma promessa sempre attuale di una pace che chiede di essere cercata, costruita e difesa, soprattutto a partire dai più piccoli, i veri custodi della speranza del mondo.