La battaglia per Nico sia in cima all’agenda di Minervini

Il rientro a casa del prof. Centrone dipenderà anche dalla capacità che avrà il neoeletto sindaco di Molfetta di far sentire sul governo e le istituzioni il peso e la forza della comunità che rappresenta

Sono certo che Nico sia in cima ai pensieri di Manuel. Ma in queste ore ancora sospese, tra la festa e forse un po’ di stordimento (chissà se Minervini si aspettasse un risultato così brillante) può darsi che l’attenzione per l’assurda e feroce detenzione di Centrone nelle carceri libiche sia scivolata per un attimo in standby.

E allora, caro sindaco, è il momento di riprendere la battaglia; di rilanciare l’iniziativa per la liberazione del professore. Con un impegno e un’urgenza ancora più netti di prima, quando da militante di Rifondazione e poi da candidato sindaco sei stato uno dei suoi sostenitori più convinti, nelle piazze, nelle assemblee e nei comizi elettorali.

 

La vicenda degli attivisti italiani della Global Sumud Flotilla trattenuti in Libia – insieme ad altri nove di nazionalità diversa – è ormai nota. Domenico Centrone, insegnante molfettese, e Dina Alberizia, attivista foggiana, avevano deciso di mettersi in cammino verso Gaza, una delle frontiere più dolorose del mondo, per portare testimonianza e solidarietà. Due cittadini che hanno rifiutato di restare spettatori inermi e che oggi sono trattenuti in un paese dove la legalità è un miraggio, i poteri si sovrappongono, un checkpoint può trasformarsi in un confine invalicabile e dove un’accusa come “migrazione illegale” può essere usata come strumento di pressione politica.

Il convoglio umanitario è stato fermato a Sirte il 24 maggio scorso. Da lì, gli attivisti pugliesi sono stati condotti insieme agli altri nelle carceri di Bengasi, in attesa di un verdetto del tribunale – ogni giorno più lontano – che dovrebbe rimetterli in libertà per l’inesistenza del reato. Una drammatica vicenda che segue di qualche settimana quella dei volontari della flottiglia fermati in acque internazionali dall’esercito israeliano e trattenuti in condizioni di assoluto degrado fiscico e psichico. La barese Simona Losito ha raccontato: «Ci puntavano le pistole in testa, anche togliendo la sicura». Storie collegate da un unico filo rosso: chi porta solidarietà verso Gaza è automaticamente esposto a poteri che non riconoscono la tutela dei civili. E questo dovrebbe bastare a far capire quanto sia fragile la posizione di Nico e Dina.

Un sindaco non libera un concittadino detenuto all’estero, ma può pretendere risposte. Può chiedere aggiornamenti costanti alla Farnesina, può sollecitare la Regione Puglia a intervenire con la forza istituzionale che le compete. Può sollecitare, attraverso i propri rappresentanti in parlamento, un ordine del giorno che costringa ministri, governo e presidenza a fornire spiegazioni chiare e circostanziate sullo stato delle trattative con il governo libico del generale Haftar. E può farlo con ancora maggiore determinazione alla luce del modello di “cooperazione internazionale” che la presidente Meloni ha più volte rivendicato come cifra della propria politica estera: un modello che prevede interlocuzioni costanti con entrambe le sponde della Libia, dall’Est di Haftar al governo ufficiale di Tripoli. Un modello che portò nel 2023 alla riconsegna in tempi record alle autorità di Tripoli di Osama Almasri, l’ufficiale libico fermato in Italia, destinatario di un mandato di arresto internazionale della Corte Penale Internazionale. Sempre che quel modello abbia qualche fondamento. Che sia in grado di produrre qualche dividendo politico. E non sia piuttosto una formula diplomatica utile a mascherare l’incapacità — o la mancanza di volontà — di affrontare le emergenze internazionali con la necessaria responsabilità politica.

La legge non conferisce ad un sindaco poteri diplomatici, ma gli dà la rappresentanza politica di una comunità intera. E questo – quando la diplomazia tende a scomparire dietro formule prudenti – è un potere tutt’altro che secondario.

Dunque, caro sindaco la tua voce non è un dettaglio. È una parte essenziale della pressione democratica necessaria per impedire che la vicenda di Nico venga inghiottita dal caos libico e dall’opacità dei rapporti internazionali. È la voce che può ricordare allo Stato che un cittadino non è un numero in un dossier, ma una vita sospesa. Una voce capace di trasformare un fatto relegato alla diplomazia in una questione politica, e una questione politica in una responsabilità nazionale. Come certo tu stesso sai bene.

Le foto delle carceri libiche sono di Manu Brabo