Con la vittoria di Minervini la politica torna a Molfetta

Il successo del dirigente di Rifondazione mostra che quando si escludono trasformismo e liste‑schermo, e si costruisce un’alleanza fondata su identità, coerenza e progetti condivisi, la sinistra può tornare competitiva e offrire una lezione utile anche al campo largo nazionale

Non vorremmo essere nei panni di Manuel Flavio Minervini, il neoeletto sindaco di Molfetta, acclamato trionfalmente al ballottaggio – dopo una splendida campagna elettorale – sfiorando il 68% delle preferenze contro lo sfidante civico Pietro Mastrapasqua, indicato inizialmente come volto proprio del campo largo.

Una città ferita che cerca riscatto

Senza dubbio una vittoria che riaccende le speranze di una cittadinanza avvilita, che nel 2025 ha dovuto assistere inerme al triste scenario della giunta decapitata da un’inchiesta, in cui era rimasto coinvolto l’allora primo cittadino Tommaso Minervini (l’omonimia non è sinonimo di parentela).

Il caos del campo largo e il commissariamento del Pd

Per un anno e mezzo, da quel momento lì, era andato avanti il tavolo di un campo progressista che però (la cosa non sorprenderà nessuno) non riusciva a trovare la quadra. D’altro canto Mastrapasqua era appoggiato anche da persone vicine al presidente della Regione, Antonio Decaro, e il Pd molfettese aveva fatto intendere di volerlo candidare a sindaco per il campo largo. Gli entusiasmi attorno alla figura di Manuel Minervini erano però ormai troppi per far rientrare il “genio nella lampada”, tanto che il responsabile organizzazione del Pd, Igor Taruffi, sentito il capogruppo in senato Francesco Boccia, aveva deciso poi di commissariare la sezione molfettese. L’arduo compito era spettato al sen. Alberto Losacco, il quale era riuscito ad allontanare lo spettro di una catastrofe (per il Pd) paventata da molti. Alla fine, quella del Partito Democratico è stata la terza lista più votata, subito dopo il movimento civico Rinascere e Rifondazione Comunista, che invece si è imposta come la lista più suffragata.

Il dibattito surreale: tra iperboli mediatiche e caricature

Proprio questo dato, assolutamente inedito nel panorama nazionale, l’elezione di un sindaco comunista e il trionfo di Rifondazione, ha alimentato in questi giorni un dibattito piuttosto surreale sui media, come spesso accade, trasformando il comprensibile e sacrosanto entusiasmo per l’elezione di Minervini in una “grottesca caricatura”. Non vorremmo essere nei suoi panni, dicevamo all’inizio, proprio perché sarà adesso difficile per il neosindaco soddisfare le aspettative miracolistiche che in molti hanno riposto in lui. Il Corriere lo definisce “Il Luca Argentero di Molfetta”. Anzi, “un attore spagnolo, un po’ come quelli delle soap opera ambientate agli inizi del ‘900”. C’è chi infatti lo “vedrebbe benissimo nella fortunata serie iberica “Il Segreto”, si legge – arrossendo – sul quotidiano. Le iperboli non spaventano neanche Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista, che scrive: “Dopo Mamdani a New York la conferma che c’è voglia di sinistra viene dalla vittoria del nostro compagno Manuel a Molfetta”. Insomma, profilo basso.

Il pragmatismo di Minervini e la crisi del civismo senz’anima

Fortunatamente per tutti, a essere più sobrio e pragmatico è lo stesso Minervini, che a poche ore dal risultato, in un’intervista concessa al Manifesto, spiega perché la vittoria di Rifondazione Comunista a Molfetta non dovrebbe sorprendere: “Abbiamo vinto per la nostra credibilità, a Molfetta Rifondazione sta nelle strade da trent’anni a fare militanza, ha resistito alla deriva dei partiti liquidi, alle liste civiche senza colore che spolpano i partiti per perpetuare la stessa classe dirigente che si sposta da una parte e dall’altra per sopravvivere, come nell’ancien regime”. Ed è proprio così. A Molfetta, infatti, naufraga un progetto civico incolore (ben undici liste a sostegno di Mastrapasqua) che è l’esempio di una strategia che puntualmente viene riproposta alle amministrative: nascondere “capibastone e clientes” (come li chiama Minervini) dietro simboli tutti uguali, con slogan pressoché identici, identità grafiche da intelligenza artificiale. Una cortina fumogena dietro la quale, spesso, si nascondono solo interessi di bottega, in assenza di un reale progetto per la città.

Una lezione per il campo largo nazionale

Ma c’è un altro fattore della vittoria di Manuel Minervini che può servire da lezione per il campo largo a livello nazionale. A Molfetta è stato infatti costruito un campo progressista coerente, diverso anche dallo schema utilizzato in Regione Puglia, dove invece ha prevalso la logica della depoliticizzazione e del rifiuto peloso della contrapposizione tra destra e sinistra. Il perimetro dell’alleanza che ha sostenuto Minervini ha tenuto invece fuori i transfughi della destra, quei soggetti che a ogni stormir di fronde cambiano idee, valori e casacche, o ancora i soggetti civici non meglio identificati. “Se si è radicati sul territorio, si vince anche con una proposta radicale”, riassume il neoeletto sindaco, che nella sua coalizione è riuscito a tenere dentro anche lo “spazio riformista” (sic!) composto da Italia Viva, Psi e Avanti.

Il nodo nazionale: il ritorno dei “riformisti” e l’ombra di Renzi

Se ci sia effettivamente spazio per questi sedicenti riformisti a livello nazionale, però, è cosa tutta da dimostrare. È solo una suggestione o un’anticipazione di quello che verrà l’indiscrezione resa nota da Marco Travaglio durante la trasmissione “Accordi & Disaccordi” di qualche giorno fa? Davvero Renzi si farà candidare da Elly Schlein nelle liste del Pd? E quale sarebbe il ritorno politico, per la segretaria, di questo “do ut des”? Conosciamo da tempo questi attori (da commedia all’italiana, più che da soap opera spagnola), disposti – come spiega Travaglio – a firmare qualsiasi programma pur di essere eletti, anche quelli in cui si promette la dittatura del proletariato, il ritorno dei soviet e del bolscevismo, per poi – il giorno dopo aver ottenuto il seggio – ricominciare a trafficare per picconare nuovamente il campo largo dall’interno.

D’altronde, era lo stesso Renzi che – poco dopo l’elezione di Schlein alla segreteria del Pd – in un’intervista al Giornale (la scelta della testata non era casuale), diceva: “La Schlein? Un petardo, perderà pure alle condominiali”. O ancora: “Il mio Pd su molti temi aveva le idee chiare, ed erano opposte a quelle di Schlein”. Ecco, cosa è cambiato da allora? Probabilmente nulla, se non che le possibilità di superare la soglia di sbarramento con Italia Viva diventano ogni giorno più scarse. Quindi meglio, come spesso è avvenuto in passato, utilizzare il Pd come taxi per ottenere uno strapuntino. Ma davvero si è ancora disposti ad accettare questo schema fallimentare?

Minervini con (a sin.) il segretario nazionale di Rifondazione, Maurizio Acerbo
Un progetto riconoscibile premia più dei nomi

La vittoria a Molfetta di Manuel Minervini segnala innanzitutto che gli elettori premiano un progetto comprensibile, attento ai problemi concreti delle persone – lavoro povero, mancanza di spazi pubblici, lotta alla speculazione edilizia e un piano per una rigenerazione urbana reale – e, soprattutto, riconoscibile. Ragionare sul programma – prima dei nomi – non è retorica. Vuol dire definire, in ambito nazionale, un perimetro d’azione abbastanza circoscritto e puntuale che, inevitabilmente non potrà tenere dentro tutti, su riarmo, energia, politiche fiscali ecc. Il tempo del civismo è finito, dice Minervini. Speriamo anche quello del cinismo.

Nella foto in alto, Manuel Minervini neoeletto sindaco di Molfetta. Nelle altre foto, la festa per la vittoria del candidato progressita