L’ingegnere bitontino che “dà la scossa” al Regno Unito

Vincenzo Trovato con i suoi colleghi di Électricité de France si aggiudica uno dei premi più prestigiosi riservati ai giovani professionisti del mondo dell’energia

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Nella foto, al centro, l’ing. Vincenzo Trovato stringe tra le mani il premio YEP

 

In questi anni molti, moltissimi ragazzi hanno deciso di fare la valigia e di vivere e continuare la loro crescita oltre le colonne d’Ercole della Poligonale. Fino ad un paio di anni fa (forse meno) chi partiva lo faceva sempre per gli stessi motivi che, anche oggi, caratterizzano questa scelta: un mancato feeling con la città (pochi, pochissimi) o la quasi maniacale volontà di capire come si viva, si mangi, si studi, ci si innamori, disperi ed ancora gioisca anche altrove (molti, moltissimi, io tra questi). Chi restava invece – non tutti, ovviamente – applaudiva, ammirava e a volte invidiava questi aspiranti globetrotters. Nessuno di loro cercava di fermare coloro che partivano”.

Questo scriveva, tre anni fa, in una lettera pubblicata sul nostro mensile cartaceo, l’allora ventisettenne Vincenzo Trovato, ingegnere elettrico partito per Londra per farsi attraversare da energie nuove, fresche, mai provate. Mollando gli ormeggi, come direbbe Mark Twain, per lasciar gonfiare le sue vele. Per esplorare, sognare, scoprire. E meno male che nessuno ha cercato di fermarlo, di mettere un freno alla sua curiosità, al suo desiderio di setacciare il mondo.

Ora quella sua curiosità inquieta che lo contraddistingueva già dagli anni del Liceo, frequentato assieme, messa al servizio della ricerca nel campo delle tecnologie energetiche in EDF, società francese operante in UK, dopo il dottorato all’Imperial College, l’ha portato a vincere uno dei premi più importanti riservati ai giovani professionisti del mondo dell’energia nel Regno Unito (gli Young Energy Professionals Awards).

Un riconoscimento al suo lavoro e a quello di tutto il suo team, composto da esperti (Agnes Bialecki, Clemence Benevent, Camille Roux, Hippolyte Coste) che hanno – secondo le motivazioni della giuria – “il potenziale di diventare futuri leader nell’industria e protagonisti del mercato”. E per questo giudicato da top manager di grandi multinazionali del settore come “Miglior team dell’anno”.

Il merito di Vincenzo e dei suoi quattro colleghi è di aver tradotto le proprie ricerche scientifiche, a partire da complessi modelli matematici e statistici, in una piattaforma rinominata GEM (Grid Energy Management), ovvero un software in grado di fornire informazioni fondamentali, sia a livello tecnico che commerciale, per l’ottimizzazione di grandi sistemi di stoccaggio dell’energia (immaginiamole come grandi batterie) e del sistema elettrico in generale, con particolare attenzione all’utilizzo di energie rinnovabili e alla sicurezza per prevenire situazioni come un black out (una questione non di poco conto se si pensa a quanto questo possa essere cruciale per strutture come gli ospedali.

Un aspetto, quest’ultimo, su cui l’ingegnere italiano aveva già svolto approfondite valutazioni durante il dottorato, rivelatesi preziose nei successivi sviluppi operativi che hanno condotto alla creazione della piattaforma.

Il premio, assegnato da Energy UK, consorzio che riunisce centinaia di produttori/distributori, società di consulenza e stakeholder del business dell’energia, è stato assegnato dai giurati al termine di una dura fase di selezioni sulla base di criteri ben precisi, tra cui “l’impatto del lavoro del candidato o del suo team sulla propria azienda e sull’industria energetica”, la “capacità di intrattenere rapporti produttivi con colleghi e partner” e, soprattutto, “la capacità di risolvere, progettare e sviluppare il proprio lavoro mostrando creatività, resilienza e professionalità”.

Ci è sembrata una buona occasione per fare a Vincenzo qualche domanda.

Sei l’unico italiano all’interno del team che si è aggiudicato il premio. Cosa si prova a lavorare in un contesto internazionale e che importanza riveste questo riconoscimento per te?

Sono molto orgoglioso di essere italiano e dell’Italia. Da lontano è anche più semplice apprezzare tutta la sua “grande bellezza”. Ciononostante, sono quasi indifferente nei confronti di un connazionale che fa bene il proprio lavoro. Invece mi fa molta rabbia quando non pratichiamo comportamenti virtuosi, soprattutto nei Paesi che ci ospitano e ci danno fiducia.

All’interno del mio team, o allargando gli estremi dell’insieme all’intero centro di ricerca, abbiamo tanti modi per suddividerci e categorizzarci. Tuttavia, Il privilegio più grande di lavorare in un contesto internazionale è che la nazionalità non forma una categoria in sè. Questo non perché si è politicamente corretti, ma semplicemente non conta. Il mio team qui ad EDF o i miei colleghi all’Imperial College appartengono alla generazione Erasmus. Divorano sushi da 15-20 anni, bevono birra tedesca, vino francese, mangiano pizza italiana o pierogi polacchi.

Sono molto felice ed onorato di aver ricevuto questo premio. Dal punto di vista professionale e personale è, in larga parte, un riconoscimento ad un’idea avuta durante gli anni di dottorato e portata a pieno compimento ora in EDF. Tuttavia, ciò che mi regala più gioia è la passione e la coraggiosa voglia di misurarsi con i propri limiti che i ragazzi del team hanno dimostrato quotidianamente. Questa è l’essenza della ricerca, né più né meno.

Come sei arrivato a Londra e cosa ti ha portato a lavorare per EDF?

Sono arrivato a Londra grazie alla presunzione, se vuoi un po’ incosciente, di un ragazzo di 23 anni appena compiuti. Ho scritto una mail ad uno dei massimi esperti al mondo nel campo delle “smart grids”, ho allegato un paio di lettere di raccomandazione dei miei professori dell’università in Italia (non esistono concorsi all’estero, ci si fa raccomandare, nel senso più nobile del termine, questa è la vera meritocrazia) e qualche settimana dopo ero davanti alla scrivania della mia stanza all’Imperial College.

A EDF sono arrivato con la volontà di coniugare il mondo della ricerca accademica, a volte un po’ chiuso dentro se stesso, e l’applicazione reale, il business, a volte pervaso dall’idea che gli accademici siano scollegati dalla realtà. Il professore dell’Imperial, a cui anni fa avevo mandato le lettere di raccomandazione, è stato felice di scrivermene una che mi ha aiutato ad entrare a EDF.

In questi anni ti sarai fatto un’idea generale delle principali differenze, se ce ne sono, tra il nostro Paese e il Regno Unito per quanto riguarda ricerca, sviluppo, innovazione e processi industriali nell’ambito dell’ingegneria elettrica

Premetto che mi riferisco solo al settore dell’Energia e che non ho mai lavorato in Italia ma tuttavia collaboro con alcuni politecnici italiani. La differenza principale è nella quantità di finanziamenti pubblici e privati a cui si ha accesso. In Italia, i primi sono scarsi per mille motivi, i secondi sono stati spesso osteggiati dietro la falsa presunzione di salvaguardare la funzione pubblica delle istituzioni universitarie. L’idea che interessi privati possano portare vantaggi all’intera società, è un limite strutturale italiano. I ricercatori nel Regno Unito sono precari tanto quanto quelli italiani, i loro contratti raramente superano i due anni. Tuttavia hanno più possibilità ma anche caparbietà di ricercare nuovi finanziamenti per allungare i propri contratti.

Fortunatamente, questo sta cambiando e vedo molta più collaborazione attiva tra industria e accademia e vivacità nell’attrarre finanziamenti da parte dei giovani ricercatori italiani. Penso soprattutto ai fondi europei Horizon 2020.

Altre due differenze. La prima è la scarsa capacità di attrarre ricercatori stranieri anche solo perché il livello medio di inglese parlato è ancora tristemente insufficiente. La seconda è il mix di profili all’interno dei gruppi di ricerca. Prendi un Dipartimento di Ingegneria Elettrica. Nel Regno Unito trovi matematici, fisici, informatici, economisti e forse anche ingegneri elettrici. In Italia molto spesso, trovi solo ingegneri elettrici. La cultura della diversità è fondamentale in ogni ambito della società.

Infine, per quanto riguarda la qualità della ricerca, l’Italia rimane ancora un Paese che stupisce tutti per la sua eccellenza, ma occorre non abbassare la guardia o ci ritroveremo come nel calcio, ahimè, a non qualificarci ai Mondiali.

Come si svolge la tua giornata tipo? 

Che sia l’Inghilterra, gli USA o l’Australia non riesco a concepire altro modo per iniziare la giornata che non sia un espresso. Dedico trenta, quaranta minuti alla lettura dei giornali. Mi piace il The Guardian, mentre, leggo La Stampa per le vicende Italiane. Leggo anche molta stampa genuinamente bitontina.

La fortuna di lavorare nel mondo della ricerca è che sostanzialmente non esistono orari fissi e giornate tipo. Perciò mi capita di andare al parco il lunedì mattina alle 10 con un pallone e di lavorare il pomeriggio della domenica. Bevo con piacere una tazza di tè nero il pomeriggio e faccio la spesa il sabato mattina al mercato locale. Ho un pescivendolo e un macellaio di fiducia. Mi fa sentire a casa tutto questo. Da qualche mese a questa parte, nella giornata tipo è entrata la chiamata su Skype con la mia bellissima nipotina. Ah già, poi c’è il Pub…

Rifaresti la scelta di partire? Senti il desiderio di tornare in Italia?

Non sono domande semplici perciò non esistono risposte secche. Fortunatamente la poesia ha il dono di condensare in pochi versi concetti molto ampi. Le parole di Costantino Kavafis mi sono molto care.

«Sempre devi avere in mente Itaca/raggiungerla sia il pensiero costante./Soprattutto, non affrettare il viaggio;/fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio/metta piede sull’isola, tu, ricco/dei tesori accumulati per strada/senza aspettarti ricchezze da Itaca». Non so ancora dove sia davvero Itaca e secondo il buon Kavafis non dovrei preoccuparmene ora. In realtà, da quando ho lasciato Bitonto (10 anni fa) ad oggi, la mia vita è cambiata molte volte ormai. Essere in “viaggio” ha aumentato esponenzialmente questa possibilità. La noia e l’abitudine mi fanno davvero paura perciò non potevo chiedere di meglio. Sono felice per le tante cose belle e nuove che ho provato e sono molto orgoglioso dei miei errori.