Decifrare la voce degli dei

L'esordio dell'artista bitontino Cosimo Terlizzi nella finzione cinematografica è un'opera intima e sentita sulla necessità di tornare ad ascoltare il linguaggio universale che tutto unisce

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C’è chi, negli ambienti della critica cinematografica più illuminata, ha parlato di Cosimo Terlizzi come di un rabdomante. Una definizione che ci sembra francamente perfetta per racchiudere in un’immagine eloquente la vibrante tensione verso il divino (inteso neo-platonicamente come spirito che unisce tutte le cose) che caratterizza l’eclettico artista bitontino. Che nella sua carriera, cominciata nella seconda metà degli anni Novanta a Bologna, ha sperimentato con grande libertà l’utilizzo dei più svariati congegni espressivi, dalla fotografia all’art video, passando per sculture, cortometraggi, performance, installazioni e documentari.

Fino ad approdare, con l’imminente uscita in sala di Dei, suo primo lavoro cinematografico di finzione prodotto dalla Buena Onda di Riccardo Scamarcio, Valeria Golino e Viola Prestieri col sostegno di Apulia Film Commission e la produzione esecutiva della società barese OzFilm, al dispositivo filmico.

Cosimo Terlizzi
Cosimo Terlizzi sul set di Dei

Fuori dalle forme che la sua ricerca assume, gran parte della sua produzione – incentrata perlopiù su due temi principali, la definizione dell’identità e il rapporto uomo-natura – può essere letta come una pratica divinatoria, un tentativo di decifrare la “voce degli dei” per poterne riconoscere la presenza dentro di noi. E tutt’attorno.

C’è una scena, durante uno dei brevi inserti onirici di Dei, che sembra suggerire proprio questo. Il protagonista del film, Martino (Luigi Catani), adolescente di campagna messo in crisi dalla scoperta di un mondo altro, quello dell’università e della vita metropolitana di Bari e dalla voglia di fuggire dal proprio, sogna di svegliarsi, seminudo, come una delle statue greche ammirate a lezione, nel mezzo di una radura, tra fronde aleggianti, lo stormire del vento, il cinguettio degli uccelli. Piedi nudi in terra, richiamato dal misterioso suono universale della natura, si muove verso una piccola quercia, tendendo l’orecchio a foglie e ghiande, come a voler ascoltare qualcuno che sta cercando di dirgli qualcosa.

Ma Martino non capisce, strabuzza gli occhi mentre prorompe in un emblematico “Eh?”. Che è espressione esemplare dell’incapacità dell’uomo di ascoltare e comprendere la musica delle sfere celesti, il linguaggio universale, l’anima mundi, il logos da cui discende il molteplice, di cui il mito si è fatto, un tempo, contenitore narrativo-espositivo.

Per quanto l’amore di Martino – e con lui di Cosimo Terlizzi e dell’essere umano tout court – per l’universo naturale sia istintivo e palpabile, soprattutto nell’affetto che riserva agli animali, esso presuppone un allontanamento formativo, una “problematizzazione”, una lacerazione da sanare attraverso un percorso di ricerca del bello (ma anche del buono e del vero), prima di poter essere compreso appieno nella sua armonia rivelatrice. Per riuscire a comprendere che gli dei sono in ogni cosa l’uomo deve prima uscire a cercarli, rintracciandoli, imparando a riconoscerli in ogni luogo, ameno o abominevole che sia. Per scoprire, infine, come nel labirinto del mito, che il centro, il punto di congiunzione di ogni diramazione, è sempre dentro di noi.

Nella città coi palazzi di dieci piani, nella musica, nello yoga, la poesia, l’arte, il sapere, così’ come in un amplesso volgare, nel verso dei rapaci notturni, nel cane ferito, nello schiaffo d’un padre, l’ulivo sradicato, in un “cuore pieno di zecche”, come quello che la madre mostra a Martino durante l’incubo che lo riporta alla roulotte dove suo padre fa sesso con una prostituta. Ying e yang, apollineo e dionisiaco. Gli dei risiedono, panicamente, in ogni dove, nell’Olimpo e negli Inferi, nel cuore e nella mente degli uomini. E come loro “amano e al tempo stesso odiano”, capirà Martino stesso alla fine del film.

Per Terlizzi è importante che l’uomo ricordi «di essere un tutt’uno con gli altri elementi della natura, coi quali forma “il corpo unico del mondo”». E per farlo deve prima riconoscerne il tradimento, perpetrato a suon di inquinamento, crudeltà, soprusi e violenze. Non c’è innocenza che tenga, sembra dirci l’autore, ma una sensibilità da mettere in atto, per ritrovarsi, ancora una volta, sulla Murgia che abbiamo abbandonato e offeso (e cui il regista dedica una scena molto sentita, lui che già se ne era mostrato innamorato nella docu-fiction in 3 puntate ad essa dedicata nel 2008). Facendo risuonare le nostre grida di liberazione verso l’infinito di cui la natura è patria, fino a (ri)sentire, nell’eco di ritorno, la nostra voce. Riconoscendo, forse in essa, la stessa lingua degli dei che abbiamo dimenticato.