Nonostante le “dolenti note” tutti ammirano l’arte di Traetta

Lo show della Banda Osiris, che inaugura il festival dedicato al compositore bitontino, è un atto d'amore, tra ironia e intelligenza, verso il mondo della musica e dei suoi protagonisti

Una delle gioie più grandi di quando si va a teatro è fermarsi fuori, sulla gradinata, in mezzo alla folla, tendendo le orecchie al fine di afferrare qualche brandello di conversazione del pubblico. Prima che lo spettacolo cominci, quando gli spettatori ancora non sanno cosa aspettarsi; se quello cui assisteranno li segnerà o li lascerà indifferenti. Gli astanti parlano tra loro, congetturano, sono sulle spine. Alcuni hanno cercato le recensioni su qualche sito affidabile. Altri hanno ricevuto quelle stesse recensioni e hanno pensato bene di ignorarle. Un po’ tutti, a un tratto, si osservano tra loro. Una coppia piuttosto attempata fissa i gioielli di una signora e prova ad indovinare il posto che occuperà in sala. Una ragazza studia i lineamenti di un giovane che non ha mai visto prima e poi fila diritto verso una vecchia conoscenza.

E mentre si attende che le porte del teatro si aprano, il tempo si ferma e la curiosità, l’impazienza, la trepidazione si fanno strada sui volti. Tempo qualche minuto – le ragazze all’ingresso controllano i biglietti indicando i posti – e la sala può finalmente ingoiare la serpentina famelica del pubblico. Il sipario è ancora calato. La platea si riempie subito e, piano piano, anche i diversi ordini. La luce si fa sempre più fioca e lo spettacolo inizia.

Andare a teatro è una magia difficile da descrivere. Ogni volta, tutte le volte, quella felicità, quel timore, quella sorpresa, fanno capolino, s’insinuano tra le poltrone, accompagnando lo spettatore per tutta la durata di questo insolito viaggio. Lì, tra i velluti rossi delle poltrone e i fregi dorati dei palchi, tutto svanisce. Gli affanni, gli impegni, quella bolletta da pagare, quel lavoro da consegnare, la persona cui non smettiamo di pensare un solo minuto. Tutto scivola via, resta fuori. La mente e il cuore sono un unico organo in mano a qualche gentile attore. O a un musicista.

Il Traetta Opera Festival ha deciso di dare il via alla sua XXI edizione con una bellissima riflessione sul mestiere “ingrato” del musicista. Con uno spettacolo che vuol mettere in guardia i curiosi e i melomani dal fare della musica la propria ragione di vita. Ma come? Un festival che onora un compositore, un raffinato esteta, un precursore dell’opera moderna come Tommaso Traetta? Che vuol far conoscere la potenza della musica di un bitontino ai suoi conterranei e non solo; proprio questo festival che mette al centro la grande musica vuol far passare il messaggio che un lavoro così bello, che tuttavia richiede tanto studio, tanto talento e tanta fortuna, sarebbe meglio non farlo?

La Banda Osiris ha cercato di spiegarlo in tutti i modi. Il musicista non viene pagato adeguatamente, non può esibirsi sempre e quando lo fa c’è il rischio di alluvione. Non ha fortuna con le donne o con gli uomini, con l’amore in generale, e ovunque vada incontrerà sempre qualcuno che gli dirà che quello che fa non è un lavoro, al più un hobby. E come tale, ahimè, viene trattato perfino in un paese – la nostra bella Italia – che ha fatto dell’arte la sua ragion d’essere.

E non deve neanche stupire che il musicista sia come un commesso viaggiatore, sempre con lo strumento e la valigia in mano, alle prese con inviti, stop, proroghe, festival di ogni tipo, in una vita fatta di studio ed esercizio continuo. Insomma di sacrificio. Queste non sono che alcune delle tante ombre, delle tante sventure, dei tanti nei, che questi straordinari musicisti e attori hanno voluto condividere con un intero teatro, gremito fino al loggione. Non a caso il nome dello spettacolo è proprio Le dolenti note, tra i più rappresentativi e rappresentati del repertorio della storica banda. 

Ma chi sono i quattro musicisti e perché hanno scelto un nome così singolare? La Banda Osiris nasce nel 1980 a Vercelli, per iniziativa dei fratelli Gianluigi e Roberto Carlone, di Giancarlo Macrì e di Mario Sgotto, quest’ultimo sostituito nel 1986 dal chitarrista toscano Sandro Berti, che da allora completa la formazione storica. Il nome scelto per il collettivo è un omaggio scherzoso a Wanda Osiris, celebre soubrette e attrice italiana del secolo scorso.

Le origini di quest’avventura sono, come capita spesso, quelle del teatro di strada. Nei primi anni Ottanta il quartetto si esibisce nelle piazze, mescolando musica, recitazione e comicità in una formula che si rivela da subito vincente. L’anno seguente alla fondazione partecipano al Festival del Teatro di Piazza di Santarcangelo di Romagna, e da lì la loro proposta comincia a circolare anche fuori dai confini nazionali, con tournée in Germania e Francia. Il passo verso il palcoscenico, a quel punto, è breve. Nascono dunque i primi spettacoli teatrali: Storia della Musica (volumi 1 e 2), diretto da Gabriele Salvatores, Le Quattro Stagioni da Vivaldi per la regia di Gabriele Vacis, Sinfonia Fantastica, firmato da Maurizio Nichetti.

Il tratto distintivo della Banda Osiris, ciò che l’ha resa negli anni un caso più unico che raro nel panorama italiano, è l’uso della musica non come semplice accompagnamento ma come vera struttura drammaturgica dello spettacolo. Classica, pop, jazz, rock, ogni genere viene scomposto, deformato, rimontato secondo logiche imprevedibili; attraversato da una vena di feroce ironia verso il mondo della musica stessa e verso chi la esegue. Da questa cifra stilistica sono nati, nel corso di oltre quarant’anni di attività, spettacoli entrati ormai nella leggenda del teatro musicale, come Roll Over Beethoven con il Quartetto Euphoria, o le collaborazioni con musicisti del calibro di Enrico Rava, Gianmaria Testa e Stefano Bollani in Guarda che Luna e Primo Piano.

Il pubblico televisivo li ha conosciuti soprattutto per la loro partecipazione a trasmissioni come Parla con me di Serena Dandini su Rai 3, con la band che curava dal vivo una stralunata colonna sonora, o Pista! su Rai 1. Il gruppo ha firmato anche le sigle di trasmissioni radiofoniche di successo, da Caterpillar a Catersport, e ha composto colonne sonore per il cinema, tra cui quella per Anche libero va bene di Kim Rossi Stuart e per diversi film di Matteo Garrone.

Ma torniamo a Le dolenti note. Il punto di partenza è il libro con lo stesso titolo partorito dall’ingegno di questi artisti, che sul palco si trasforma in un vero show. La musica non viene solamente smontata e ricomposta, ma stirata e deformata in ogni direzione possibile. Schiacciata in un frullatore in cui classica, pop, jazz e rock si mescolano ai rituali, ai vezzi e alle piccole nevrosi di chi ha scelto di tirare avanti tra strumenti, spartiti, prove e palcoscenici. Un autoritratto, crudele, impietoso ma soprattutto affettuoso, che solo chi vive il mestiere del musicista da dentro può permettersi di tracciare con tanta libertà.

Eppure, il musicista, questo “povero diavolo”, cui non viene risparmiata alcuna critica, mai come in questo spettacolo appare come un eroe, un protagonista da romanzo. E per quanto il trio si sia impegnato a dissuadere il pubblico, per quanto si sia dato da fare saltando da uno strumento all’altro, per quanto abbia fatto il possibile (e l’impossibile) per farci odiare l’ingrato mestiere, l’effetto ottenuto è di segno opposto: aver forgiato un pubblico di adepti, che già possiamo immaginare in fila, fuori dal conservatorio, pronti ad imbracciare una tromba o una fastidiossima arpa, a pigiare i tasti di un pianoforte o a soffiare con delicatezza in un clarinetto o con tutta la forza in un bassotuba.   

È con questo sguardo, ironico, colto, brillante che la Banda Osiris apre la nuova edizione del festival dedicato a Tommaso Traetta, il musicista partito da Bitonto e riconosciuto in tutta l’Europa del bel canto, in quel secolo dorato che è stato il Settecento. Traetta non è soltanto un nome scolpito nella storia, ma un compagno di viaggio nel nostro inquieto presente. Un modo, forse, per ricordare che anche il compositore più bravo, prima di diventare un monumento, è stato semplicemente un musicista, un uomo, alle prese con le proprie “dolenti note”.

Foto di Luigi Demonte