La “vita felice” di Franco Percoco che sterminò la sua famiglia

Ci vorrebbe il Truman Capote di “A sangue freddo” per raccontare la storia del giovane che nel 1956 a Bari trucidò madre, padre e fratello disabile e poi "iniziò a vivere"

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Ci vorrebbe il Truman Capote di “A sangue freddo” per raccontare la storia di Franco Percoco, che nel 1956 sterminò la famiglia e poi iniziò a vivere.

Il luogo in cui si consuma la tragedia è Bari, all’interno di una famiglia piccolo-borghese: padre ispettore delle ferrovie, madre casalinga e tre figli maschi, a cui sono legati i sogni di elevazione sociale. Per la ricostruzione della vicenda ci fornisce un prezioso ausilio il volume “Percoco”, scritto da Marcello Introna e pubblicato da Mondadori nel 2012.

All’epoca dei fatti Vittorio, primogenito, è in carcere perché affetto da cleptomania, e Giulio, con la sua sindrome di Down è un ragazzone mai cresciuto. Resta solo Franco che i genitori vogliono a tutti i costi laureato. Franco si iscrive ad Agraria ma studiare proprio non gli piace: è in ritardo con gli esami e sempre più soffocato dalle trepide attenzioni di mamma e papà.

Timidi rimbrotti che, col tempo, finiscono per diventare macigni e alimentare ossessioni, fino al momento in cui il giovane concepisce l’idea di liberarsi definitivamente da ogni ostacolo che compromette le sue libere scelte di vita. Con un coltello da cucina uccide padre, madre e fratello disabile. Poi cerca di nascondere i loro corpi in un armadio che però, come rivelerà egli stesso ai giudici, mal si adatta a contenere i tre cadaveri. Decide, allora, di nascondere i corpi martoriati in una stanza ben chiusa a chiave e di cospargere i muri d’acqua di colonia per coprire, in qualche modo, il tanfo dei cadaveri in decomposizione.

Dopo una “dormita serena e senza sogni” (sono le parole dell’assassino) dà inizio alla sua “vita normale”. Riceve tutte le sere gli amici e organizza convivi nella casa familiare, divenuta ricettacolo di morte, proprio come fanno i protagonisti di “Nodo alla gola” di Hitchcock, che apparecchiano il buffet di una loro festicciuola proprio sulla cassa con dentro il cadavere dell’amico ucciso. Arriva il momento, tuttavia, in cui il tanfo si espande dalla stanza di morte e irrompe nella vita nuova di Franco, costringendolo a lasciare Bari e a cercare ristoro a Ischia.

Ma è proprio nell’isola campana che le forze dell’ordine lo arrestano, dopo aver scoperto il terribile segreto racchiuso nell’appartamento di via Celentano. Percoco vestito da dandy, con una camicia alla moda e un pantalone bianco appena comprato, sta seguendo in tv “Lascia o raddoppia” con Mike Bongiorno che grida: “Allegria!”. È un ragazzo tranquillo quello che affronta il processo: evita l’ergastolo e viene condannato a trent’anni che sopporta, consapevole che sia il prezzo giusto da pagare per aver vissuto pochi giorni di vita felice. Come dice un aforisma di Confucio: “Abbiamo due vite: la seconda inizia quando ci rendiamo conto di averne solo una”.