La storia del maestro che nel Conservatorio di Bari scrisse la musica di Hollywood

Il documentario del regista barese Walter Fasano, Fuori Concorso alla Mostra di Venezia, è un omaggio al genio di Nino Rota, pugliese d'adozione e autore di alcune delle più indimenticabili colonne sonore del cinema, da Fellini a Visconti, da Zeffirelli a Coppola

C’è un movimento geografico, prima ancora che biografico, al centro di Nino – Un film su Nino Rota, il documentario presentato fuori concorso alla 83esima Mostra del cinema di Venezia, con cui il regista barese Walter Fasano torna, dopo Pino, a interrogare una grande figura dell’arte italiana del Novecento. Da Pino Pascali a Nino Rota, appunto: da un artista nato a Bari e partito dalla Puglia a un musicista nato a Milano che in Puglia, invece, ci arriva ma soprattutto, ci resta. Fasano si avvicina così in punta di piedi a un compositore sul quale sembrerebbe ormai essere stato detto tutto, schiacciato com’è nell’immaginario collettivo dalla grandezza delle sue collaborazioni: Fellini, Visconti, Zeffirelli, Coppola. Nino prova invece a spostare il centro della mappa. E scopre che, per capire Rota, bisogna guardare verso Bari.

Il regista Walter Fasano

Non si tratta semplicemente del luogo nel quale Rota insegnò e poi diresse il Conservatorio Niccolò Piccinni. Bari sembra essere stata qualcosa di più profondo: uno spazio mentale dentro il quale la sua musica ha potuto assumere la propria forma, lontana dalle polarizzazioni ideologiche e culturali dei grandi centri artistici italiani, lontano dal trambusto della capitale o delle grandi città. È significativo che nel 1976, durante un’intervista in Giappone, Rota spiegasse di tenere pochi concerti anche perché gli dispiaceva lasciare Bari. E ancora più eloquente è il fatto che avesse rifiutato persino la possibilità di dirigere l’orchestra di Santa Cecilia pur di non abbandonare il suo «amatissimo istituto pugliese».

Fasano sembra comprendere perfettamente che questa scelta periferica non è un dettaglio della biografia, ma una possibile spiegazione della poetica. Rota sceglie di stare fuori dal centro proprio mentre diventa uno dei musicisti più richiesti del cinema mondiale. Hollywood lo cerca, Coppola attraversa l’Atlantico per raggiungerlo, mentre lui continua a comporre nella sua stanza del Conservatorio. Un reportage del 1975 descrive quello spazio quasi come l’estensione fisica della sua personalità: spartiti, libri, ceramiche, carte che sommergono il pianoforte. Ed è lì che nasce una parte considerevole della sua musica cinematografica. La stessa Roma diventa, significativamente, una sorta di replica ingrandita del «rifugio di Bari»: il luogo originario resta quello pugliese.

Un frame del film

Ma la storia comincia ancora prima del conservatorio. Comincia soprattutto a Torre a Mare, durante gli anni della guerra. Nei documenti raccolti da Francesco Lombardi in un libro sul musicista emerge un Rota che trova nella costa barese quella pace necessaria alla composizione che il resto dell’Italia non può più garantirgli. Nel 1945 scrive al fratello che proprio a Torre a Mare deve di non avere «buttato via» anni che considera preziosissimi per la propria formazione: il paese gli offre «una gran pace e una gran serenità». La casa diventa rifugio materiale dalla guerra ma anche laboratorio artistico.

Ed è probabilmente qui che il rapporto tra Puglia e musica di Rota diventa davvero interessante. Non tanto perché il maestro assorba superficialmente elementi del folklore locale – sarebbe riduttivo cercare nelle sue partiture una qualche pugliesità immediatamente riconoscibile – quanto perché la Puglia gli permette di ricomporre una frattura fondamentale della cultura musicale novecentesca: quella tra musica “alta” e musica popolare, tra composizione assoluta e musica d’uso.

Durante la guerra, Torre a Mare si popola degli amici baresi sfollati dalla città. Si organizzano cene, incontri, piccole rappresentazioni; Rota improvvisa al pianoforte, compone, scherza, intrattiene. Nasce persino un piccolo divertissement teatrale, Tioseptale, concluso da un Inno a Torre a Mare che celebra quel microcosmo di marinai, mare, amicizia e serenità contrapposto al «fragor di guerra». Proprio quell’ambiente, lontanissimo dalle élite musicali di Milano e Roma, consente a Rota di non vivere più come una contraddizione il passaggio dalla musica colta a quella popolare, dal concerto alla canzone, dall’opera alla colonna sonora.

Un altro frame

È una prospettiva che illumina retroattivamente tutta la sua carriera. Il compositore che verrà accusato di essere inattuale, melodico, troppo disponibile verso la contaminazione, trova forse in Puglia il luogo nel quale smettere di avere paura dell’impurità. E allora diventa più comprensibile quella straordinaria naturalezza con cui Rota attraverserà Mozart e la marcetta, il melodramma e il circo felliniano, Verdi e La pappa col pomodoro, la musica sacra e Il padrino. Del resto, i documenti ricordano come la sua personalità fosse continuamente attraversata dagli opposti: «stile alto e stile basso o contaminato», frammentarietà e costruzione, commercio e dignità artistica, sacro e profano.

Bari non è però soltanto il luogo nel quale Rota compone. È un ambiente che entra concretamente nel processo compositivo. Un caso quasi perfetto è il Divertimento concertante per contrabbasso e orchestra, nato all’interno del Piccinni e dedicato a Franco Petracchi, che Rota aveva fortemente voluto come docente. Le lezioni di Petracchi si svolgevano talvolta quando il Conservatorio era praticamente vuoto: mentre Rota lavorava nella propria stanza, scale, arpeggi ed esercizi di contrabbasso risuonavano per ore nell’edificio deserto. Quel materiale sonoro quotidiano finì per diventare materia musicale. È un’immagine meravigliosa perché rovescia l’idea romantica dell’ispirazione: il luogo non ispira Rota attraverso il paesaggio, ma attraverso i suoi rumori, le persone che lo abitano, le relazioni che vi si producono.

Anche per questo Fasano fa bene a tornare fisicamente in quei luoghi. Il film riporta la musica di Rota nel Conservatorio attraverso l’orchestra formata in larga parte da studenti e alunni, diretta da Vince Mendoza, trasformando l’operazione documentaria in qualcosa di più di una ricostruzione biografica. Bari, Torre a Mare e la Murgia non sono semplicemente scenografie: costituiscono la geografia sentimentale attraverso la quale Fasano prova a interrogare il mistero dell’uomo.

Il maestro Rota, in un fotogramma di “Nino”

Fasano non cerca soltanto Rota nelle immagini d’archivio: cerca ciò che di Rota è rimasto nei luoghi. Bari ha permesso a Rota di sottrarsi alle scuole e alle avanguardie senza diventare un eremita; di partecipare all’industria cinematografica senza appartenervi completamente; di essere contemporaneamente professore e compositore, artigiano e artista, provinciale e cosmopolita. Rota lavorava con una naturalezza quasi disarmante: il regista gli raccontava il film, lui preparava i motivi al pianoforte, poi li adattava alla moviola. Dietro quella semplicità apparente c’era però una concezione radicale della musica, nella quale la distinzione tra il compositore “serio” e quello cinematografico semplicemente non esisteva. Non c’erano, come lui stesso amava ribadire, «due Nino Rota».

Forse è questo che il film di Fasano riesce infine a mostrare meglio di qualsiasi definizione critica. Il paradosso di un artista diventato universale proprio scegliendo un luogo appartato dal quale osservare il mondo. Un milanese che trova la propria casa sulle rive dell’Adriatico; un compositore dell’immaginario cinematografico mondiale che scrive mentre, fuori dalla sua stanza, gli studenti provano scale ed esercizi; un uomo corteggiato da Hollywood che preferisce restare nel suo conservatorio. La Puglia, allora, non è semplicemente un capitolo della biografia di Nino Rota. È forse il luogo che gli ha consentito di trasformare le contraddizioni della propria musica in uno stile. E Nino, nei suoi momenti migliori, sembra comprenderlo: per raccontare davvero un musicista non basta chiedersi da dove vengano le sue melodie. Bisogna capire da quale luogo abbia scelto di ascoltare il mondo.

In alto, Nino Rota dal manifesto del film di Walter Fasano