Tra verità e propaganda, il Festival dei Giornalisti del Mediterraneo è una certezza

Dalla fuga dai Balcani alle fake news su Gaza, dal caso Kushner in Albania alla crisi iraniana: la XVIII edizione della rassegna di Otranto è un viaggio nelle narrazioni che plasmano il nostro sguardo sul mondo

Otranto è l’anagramma di tornato. Il luogo a cui si ritorna sempre, quello che resta addosso come una memoria luminosa, capace di riaffiorare ogni volta con la stessa intensità. E il Festival dei Giornalisti del Mediterraneo, giunto alla sua diciottesima edizione, ne è la prova più evidente: un appuntamento che richiama un pubblico vasto e fedele, pronto a rinnovare il rito collettivo delle piazze gremite e dei monumenti trasformati in palcoscenici. Un pubblico sospinto dal desiderio di riattivare una narrazione del mondo viva, necessaria, contemporanea, che si affida con piena fiducia alle scelte sagaci e illuminate del patron Tommaso Forte, in grado di costruire, anno dopo anno, un impianto culturale capace di trasformare Otranto in uno dei palcoscenici più attrattivi del Mediterraneo, dove il giornalismo torna ad essere incontro, confronto, sguardo critico sul presente.

Si apre il sipario sul mondo e lo sguardo raggiunge subito le montagne dell’Albania, che affiorano come un’ombra chiara lungo la linea del mare. È da quest’orizzonte che prende avvio il racconto: un viaggio che comincia dalle parole di Giuseppe Laganà e Pierino Ceno, e dalla fuga di quest’ultimo dai Balcani, in un tempo segnato dal regime di Enver Hoxha. Un italianese, un italiano in Albania ma un albanese in Italia. «Come un albero le cui radici sono in Albania e le cui foglie sono illuminate dal sole dell’Italia», diceva Ermal Meta in tempi recenti. O dalla storia di Francesco Fino, che prima di partire per la campagna d’Albania si concede una notte d’amore con sua moglie e un ultimo ritmo di tamburello tra le vie di Torrepaduli, per festeggiare San Rocco.

  Sono solo alcune delle storie presentate nel corso del festival. La memoria va protetta, ma anche interrogata, perché vincitori e sconfitti raccontano due storie diverse. Troppo spesso è più facile conservare la memoria di chi ha vissuto dalla parte giusta della guerra. Ma cosa succede se si vizia il racconto? Il potere di raggiungere tante persone dovrebbe portare con sè il dovere di avvicinarsi il più possibile alla verità. Ma esiste un limite alla libertà di raccontare un fatto? Cosa resta del cane da guardia della democrazia (la stampa) se c’è chi ha il potere di indirizzare e controllare l’informazione in base ai propri interessi? Se esistono notizie che viaggiano più velocemente, guerre che ricevono più attenzione e morti che acchiappano più like di altri?

Dalle coste albanesi arriva un primo esempio di quanto sia sottile la differenza tra narrazione, informazione e disinformazione: il controverso progetto immobiliare legato al genero di Donald Trump, Jared Kushner. Sono emerse numerose false affermazioni, che riguardano l’isola disabitata di Sazan e una porzione del paesaggio costiero di Vjosa-Narta. È Lucio Caracciolo, fondatore e direttore della rivista di geopolitica Limes, a raccontare la visione immobiliarista di Trump. Chi sostiene il progetto crede nella possibilità di rilanciare turismo e investimenti. I critici avvertono che rischia di danneggiare uno degli habitat naturali più importanti del paese e di svendere l’Albania agli investitori stranieri.

Tra le varie fake news, un video circolato sui social sostiene di mostrare la casa del primo ministro albanese, Edi Rama, in fiamme durante le proteste nel paese. La verità? Le immagini risalgono al febbraio 2026 e mostrano manifestanti legati al Partito democratico d’Albania che danno fuoco all’ex villa di Enver Hoxha, il leader comunista, che voleva ricostruire il paese dopo la seconda guerra mondiale. Dalle affermazioni più diffuse di chi sostiene che il progetto immobiliare albanese sia sostenuto o controllato dallo stato di Israele, fino alle false accuse secondo cui il progetto di sviluppo farebbe parte di un piano per trasferire palestinesi in Albania. Un rimbalzo continuo di notifiche e tweet.
Come emerge ormai da anni se in una notizia viene coinvolto Trump, Netanyahu o la crisi Palestinese, i numeri delle condivisioni crescono in maniera esponenziale.

Ma è informazione questa? Fa notizia la concezione di cacocrazia, un governo in cui il potere è affidato alle figure meno competenti e qualificate, e Trump e Netanyahu vengono definiti come il male assoluto di questo mondo moderno. In realtà, si tratta di figure polarizzanti, ma la loro rilevanza politica non nasce da un algoritmo o da una manipolazione dei social: deriva da consenso elettorale, istituzioni e processi politici reali. Ma allora, i leader di queste nazioni come hanno avuto il consenso? Che milioni di elettori si siano presentati alle urne ubriachi? O che magicamente abbia preso vita la “Idiocracy” ideata da Mike Judge nel 2006 come prodotto cinematografico. Una cosa è certa: tra pochi mesi in Israele si andrà alle votazioni, e il leader in carica sembra destinato a rimanere al vertice del potere.

A riflettere sui limiti della democrazia moderna è Aldo Torchiaro, penna illustre (e tagliente) de “Il riformista”. “Trump non è il promotore del male, Trump è il prodotto di una frattura del mondo moderno”. Tuttavia non possiamo piangere perché c’è Trump, ma possiamo cercare di rimediare alla crisi della diplomazia, del diritto internazionale. Lo si insegna ma è un ricordo che non esiste più veramente (forse).

Dobbiamo correre ai ripari, perché se il mondo politico sta implodendo dobbiamo almeno cercare di scremare le notizie a cui veniamo sottoposti. Tra deep fake e notizie false, ricorrendo la timeline di una visione soggettiva a discapito di una verità oggettiva. Analizziamo la questione palestinese. Nessuno può negare la violazione su vasta scala del Diritto Internazionale Umanitario che è avvenuto a Gaza. A raccontarlo è il giornalista palestinese Al Hassan Selmi. “Essere giornalisti lì, all’interno del genocidio, vuol dire rischiare di essere ucciso, sei un bersaglio diretto”, afferma con un inglese tremolante. Racconta dei giorni nel nord di Gaza quando intorno a lui c’erano tantissime persone morte, mutilate, bimbi che piangevano. È difficile avere la forza di testimoniare il tutto, perché prima di essere un giornalista sei un uomo. Le sue sono parole forti che riaffiorano, ricordi che ogni essere umano preferirebbe dimenticare. Tra le memorie più dure il ricordo di una perdita molto vicina, un amico, un collega e i suoi sforzi per cercare di riportarne i resti ai parenti. Dentro una borsa. “Quello che viene mandato in onda è meno dell’1% di quello che i media veramente testimoniano”. Dopo di che, al Hassan Selmi, ringrazia l’Italia per i suoi movimenti a favore della causa Palestinese, e spera in un futuro migliore dove tutti i cittadini possano vivere liberi e insieme, indifferentemente dalla loro religione. Sembra parafrase John Lennon.

Eppure c’è un qualcosa che stona all’interno del racconto di Gaza. La questione palestinese è da considerarsi uno dei principali esempi di propaganda mediatica basata sulla disinformazione. A Gaza si è combattuta una guerra parallela sotto le bombe delle fake news. S’è diffusa rapidamente una narrazione falsa che mira a minare il sostegno ad Israele o ad Hamas. Fonti ed utenti inaffidabili hanno tentato di spacciare per vere, immagini di guerra generate dall’IA o alterate in altro modo, prendendo di mira anche marchi importanti come Nike o Starbucks, dipingendoli come sostenitori di una delle due parti, generando false informazioni spacciate come la voce di testate ufficiali come CNN o Le Figaro.

Immaginate il danno che possa causare una fake news all’interno di un conflitto che si è inserito in maniera così forte all’interno del dibattito sociale. Ancor di più accentuando divisioni societarie legate alla visione politica di due grandi stati controversi come Usa e Israele, coinvolti in maniera diretta e indiretta all’interno di questa crisi umanitaria. Una crisi umanitaria come tante altre nel mondo in questo periodo, che però non hanno avuto lo stesso impatto mediatico. Nel mondo sono attivi infatti oltre 50 conflitti armati oltre ai più gettonati riguardo la Striscia di Gaza o il conflitto in Ucraina, come per esempio Sud-Sudan o Nigeria.

Uno dei maggiori casi presi in esame durante le giornate del festival, grazie anche al contributo della dottoressa Shervin Haravi, è l’Iran. “Mi manca quando dormivo sulle tue gambe, non ho fatto niente di male mamma, non avrei potuto”: solo una parte delle parole dell’ultima telefonata di Majiid Madineh alla mamma prima di essere impiccato in Iran. La sua colpa? Aver partecipato alle proteste contro il regime in Iran. Perchè si applicano dei doppi standard dell’umanità, del diritto internazionale? Quella di Majiid Madineh rischia di essere solo una delle migliaia di memorie dimenticate.

Tra l’8 e il 9 gennaio si è verificato “il più grande massacro nella storia contemporanea del Paese” ha dichiarato l’Iran International. Al contrario di ciò che è successo per Gaza, questa volta non si è indetta nessuna manifestazione di solidarietà, nessuno sciopero generale, nessuna flottilia. Perchè una storia ci tocca più di un altra? Ipocrisia o sudditanza nei confronti di ideali politici utopici? Era stato Trump a spingere il popolo Iraniano a rivoltarsi contro il regime, in cambio di un sostegno militare. Sostegno giunto tramite i raid congiunti insieme a Tel Aviv. Analizzando gli scontri avvenuti il 25 aprile in Italia, dove sono stai attaccati fortemente i promotori del caso Iran che sventolavano la bandiera Israeliana, emerge l’idea che la forte ideologia anti Trump e anti Netayahu abbia distolto l’attenziona dalla crisi iraniana e dal sostegno al popolo iraniano.

Uno dei punti di forza del regime contro i rivoltosi è l’uso dei media, in quanto la tv è gestita dalla parte più radicale del Paese. Le immagini raccontano una storia viziata visto che la parte ancora fedele al regime rappresenta all’interno della repubblica islamica una minoranza. All’interno del dibattito si inserisce la testimonianza diretta di Shelly Kittleston, giornalista americana con un forte legame con il Medio Oriente.

Secondo la dottoressa Kittleston infatti, il problema principale della mancanza di informazione su diverse aree del medioriente è la assenza di inviati sul campo. Mentre nella striscia di Gaza, Al Jaazeera garantisce una tramissione e diffusione continua di notizie. In Iran la situazione è molto più difficile. Non basta un esperto per poter raccontare la socialità di un popolo, di una nazione; c’è la necessità di viverla continuamente, anche perchè spesso le situazioni possono cambiare in una notte.

Anche Hormuz, che sembrava essere il passaggio vitale per le nostre economie, in breve tempo ha finito di essere in vetta alle ricerche online. Il volto Rai, Leonardo Zellino racconta che anche le notizie che arrivano dallo stretto sono diverse dalla realtà. Parla di una sua esperienza sul campo, dove si è finto un turista su un isolotto omanita che affaccia sulla repubblica Islamica. Racconta che per quanto chiuso, alcune navi riuscivano tranquillamente a passare, soprattutto piccoli motoscafi probabilmente adibiti al narcotraffico. Quelle bloccate erano forse solo le notizie. Da quel blocco, parziale o meno che sia, dipendono le condizioni economiche di buona parte del mondo occidentale. Lo stretto non è solo una linea sulla carta; è una linea che arriva fino alle nostre tasche. Basta guardare i tabelloni luminosi delle stazioni di servizio per vedere i numeri crescere in maniera esorbitante.

Sta nascendo però una via alternativa, proprio attraverso l’Oman. Alcune sfaccettature e zone in ombra del giornalismo economico sono state presentate da Claudio Antonelli, vice direttore del nuovo progetto Sole24oreNextMed. Parla della complessità dell’analisi quando la ricerca di informazioni è viziata da un algortirmo spinto dalla propaganda politica e come diventi difficile non esporsi e restare neutrale.

Economia o umanità, Iran o Israele, informare o informarsi: sono due lati della stessa moneta. Così simili ma anche opposti. Magari proprio la moneta raffigurativa da 1 dollaro creata per i 250 anni degli Stati Uniti dove è raffigurato il volto di Donald Trump. Una moneta che se fatta roteare, forse non esprime un verdetto, perchè non esiste una risposta esatta.

E allora non è così folle il signor Felice in Robe da pazzi, a denunciare la pericolisità di vivere legati troppo stretti ai propri ideali, perchè se questi cadono, si rischia di diventare “invalidi.” Forse è il caso di accettare che la nostra societa è malata da tempo: esistono zingari, poveri, disperati e le loro storie devono essere raccontate. Viviamo in un mondo dove non si sa quanti bambini muoiono di fame, ma giornali nazionali parlano di dove trascorrere le vacanze estive o quale giocatore comprare al fantacalcio. Ma è giusto ricordare che è solo un caso che siano cadute certe regole e non altre, che si parli di Palestina e non di Iran, che non sia caduto un regime ma la fiducia di un popolo.

E allora di chi è la responsabilità? Di chi informa senza verificare, di chi sceglie male le proprie fonti, con la sufficienza che non concederebbe nemmeno alla scelta del gusto di un gelato. O forse anche di chi legge, condivide e decide quale storia merita di essere ricordata. Perché alla fine il problema non è soltanto ciò che vediamo, ma tutto quello che rimane fuori dall’inquadratura.

Forse è questo il compito del giornalismo: non scegliere quale delle due facce della moneta debba cadere verso l’alto, ma continuare a farla girare. Guardare entrambe le sponde, anche quando una delle due è più lontana, più scomoda o semplicemente meno conveniente da raccontare. Otranto è l’anagramma di tornato. Tra un anno Tommaso Forte e il suo team torneranno ancora una volta per raccontare nuove storie, un anno intero per prepararle e 4 giorni che, attraverso parole e testimonianze, possono cambiare delle vite intere.