Dal trauma alla parola, dalla parola alla libertà

Nella giornata internazionale della donna, un tributo ad Alessandra Saugo, una voce radicale, pura e necessaria che con la sua scrittura testimonia la potenza catartica dell'arte

La giornata dell’8 marzo non è soltanto una ricorrenza simbolica, ma un invito a riconoscere le voci che hanno saputo attraversare il dolore, trasformarlo e restituirlo al mondo come testimonianza. Alcune donne lo fanno in silenzio, altre attraverso l’impegno civile, altre ancora con la scrittura, che diventa un atto di resistenza, di attenzione e di verità.

Alessandra Saugo appartiene a quest’ultima schiera: una donna, una scrittrice che ha scavato nelle ferite senza arretrare; che ha illuminato zone d’ombra che molti preferirebbero ignorare, che ha saputo raccontare la fragilità e la forza femminile senza retorica, senza compiacere nessuno.

Ad Alessandra Saugo, tra qualche giorno, l’IRPA (l’Istituto di Ricerca di Psicoanalisi Applicata di Milano) dedicherà un convegno sul tema La scrittura e il trauma. Interverranno la scrittrice Susanna Mati e Antonio Moresco, due figure che hanno profondamente creduto nella sua opera e che hanno contribuito a farla conoscere.

È stato proprio seguendo il lavoro di Susanna Mati, che per la prima volta ho sentito pronunciare il nome della Saugo con un entusiasmo quasi devoto. Poco dopo mi è capitato di leggere un articolo di Massimo Recalcati su la Repubblica dedicato all’autrice. Così ho iniziato a leggere i suoi libri: in particolare La custodia dell’angelo e Come una santa nuda. Antonio Moresco ha firmato prefazione e postfazione de La custodia dell’angelo, ulteriore testimonianza del valore che riconosceva alla sua voce.

Ben poche volte mi accade di sentirmi se non sconvolto, quasi, da un libro, ed è quello che mi è accaduto leggendo Alessandra Saugo. Io credo che la vita di una persona sia quella di dare una qualche testimonianza, quale che sia. E in questa donna, prim’ancora che scrittrice, c’è più verità, più senso del sacro, più vita e tanta di quella luce da illuminare il buio più profondo che dimora in ognuno di noi.

Questa scrittrice si è rivelata un dardo nel costato e finché la leggerò, o la leggeremo, lei avrà voce, avrà carne e nervi. Ogni volta sembra che le sue parole collaborino con lei in maniera non convenzionale. Esse, le parole, ci vengono addosso in parte dolci e corpose e in parte tossiche, e si pongono nel nostro spazio con una forza che scuote ogni nostra verità con tutto il loro fiato, con tutta la loro corporeità.

È una donna, Alessandra, che sembra cinica ed impudente; ma in realtà è una donna che sta cercando di curare le ferite che la vita le ha inferto, dissociandosi quasi da quelle stesse ferite. E per farlo avrebbe potuto chiudersi a tutto e tutti. Ma chiudendo alcune porte ne ha aperte altre: il tipico atteggiamento di chi opera nell’arte dove costantemente e nello stesso tempo si distrugge e si crea, e si bonifica il peggio dopo aver fatto esperienza di stati d’animo in continua alternanza tra noia, rancore e senso di vuoto. Mentre sta crollando si aggrappa alle parole con le quali non fa sconto a nessuno – uomini, donne, amici e neanche a sé stessa – e l’unica luce, l’unica tenerezza è per le sue figlie.

Scrive su tutti da “screanzata”; infligge colpi di sferza ma paradossalmente ci fa anche “rinascere”, indicandoci con un linguaggio diretto e vivo il vero rapporto che si crea, o che si può creare, fra chi scrive e chi legge, chiunque sia l’uno o l’altro.

Parlo di Alessandra Saugo, figlia di madre suicida, madre essa stessa e donna che, benché offesa e ferita, non si fa spiazzare e lotta, soprattutto, ripeto, per l’amore verso le figlie, mai cessando di mettere a fuoco quello che avviene nel “Mondo dell’Arte”: un terreno sabbioso e paludoso da cui cercare di venir fuori dignitosamente, anche se spesso la dignità è immersa in vasche di acido.

Scrive con un enorme dispendio di forze e, a tratti, come se fosse una orante, dandoci un modo nuovo di guardare alla letteratura, un lavoro che ha in sé la stranezza di attivare l’umano e il divino nello stesso momento e del lettore sembra non curarsi e lo affronta a muso duro con un linguaggio feroce e critico.

Lei, Alessandra Saugo, scrittrice, la prendi o la lasci ma se la lasci perdi tantissimo della sua (e della tua) umanità. Io l’ho presa e ne ho subìto il contagio: mi ha ferito, sconcertato, spiazzato e per un po’ di tempo ne ho portato il lutto perché Alessandra è morta a 45 anni e solo adesso, a distanza di tempo, scrivo di lei; lei che ha scritto con un linguaggio potente e amaro ma anche tenero e generoso, senza artifici ma tagliente e ironico.

Raccontare oggi la sua voce significa riconoscere il valore di quelle donne che hanno pagato un prezzo alto per essere autentiche, per essere libere, per essere vive fino in fondo. Significa, soprattutto, restituire spazio a chi ha saputo trasformare il trauma in parola, e la parola in un gesto di libertà.