Il nuovo paradigma della giustizia è la riparazione

Il Comune di Bari, insieme alla cooperativa CRISI e all'UEPE, avvia il primo centro cittadino per offrire percorsi di mediazione penale che mettono in dialogo vittime, autori di reato e comunità

La giustizia riparativa, in Italia, non è più un tema da affrontare in termini astratti o meramente teorici, ma una concreta modalità di amministrazione della giustizia. Un traguardo reso possibile dall’entrata in vigore della disciplina introdotta dal decreto legislativo 150/2022, che ne ha definito principi, strumenti e ambiti di applicazione.

La giustizia riparativa entra nella pratica giudiziaria

Sulla scorta di questa interessante novità, la giunta comunale di Bari, su proposta dell’assessora alla Giustizia e al Benessere sociale e ai Diritti civili, Elisabetta Vaccarella, ha approvato la bozza di protocollo d’intesa per l’istituzione del Centro per la giustizia riparativa nel Distretto della Corte d’Appello.

Una co-progettazione tra pubblico e privato sociale

Il Centro in fase di gestazione è frutto di un percorso di co-progettazione avviato ai sensi dell’articolo 55 del decreto legislativo 117/2017, che ha visto il Comune di Bari e la cooperativa C.R.I.S.I. (Centro Ricerche e Interventi sullo Stress Interpersonale) lavorare congiuntamente alla definizione del servizio, in collaborazione con l’Ufficio di esecuzione penale esterna (UEPE). Un modello di collaborazione pubblico-privato che mira a rafforzare l’efficacia dell’intervento e ad ampliare le opportunità di accesso ai percorsi di giustizia riparativa.

Il quadro regionale: Bari e l’esperienza di Taranto

Quello di Bari è il primo Centro riparativo del capoluogo, ma non il primo in Puglia. Già da gennaio di quest’anno, infatti, un centro che copre, per competenza, l’intero distretto della Corte d’Appello di Lecce è attivo a Taranto. Gestita dallo Studio IRIS, su indicazione del Ministero della Giustizia, la struttura offre similmente un approccio nuovo al reato, specialmente in ambito di giustizia minorile ma non solo, volto alla riparazione del danno causato dal reo, accompagnato nel percorso di presa di coscienza del dolore provocato nell’altro, con il coinvolgimento attivo della vittima, che spesso rischia invece di finire in secondo piano, se non addirittura di essere vittimizzata due volte.

I principi: riparazione, partecipazione, trasformazione

Tali programmi tendono a promuovere il riconoscimento della vittima del reato, la responsabilizzazione della persona indicata come autore dell’offesa e la ricostruzione dei legami con la comunità di riferimento. Per spiegare un paradigma così diverso da quello tradizionale può essere utile concentrarsi su alcuni elementi fondamentali sui quali si fonda: non solo “riparazione”, ma anche “partecipazione” e “trasformazione”. La “partecipazione” è quella che si esercita facendosi prossimi alla vittima e permettendo alla stessa di riconoscere la finitezza del male che ha subito, coinvolgendola nel procedimento di giustizia e dandole la possibilità di scoprire le capacità riparative dell’offensore. Si presume, quindi, che il procedimento riparativo si rivolga alle persone coinvolte permettendo loro, secondo le proprie responsabilità, di riparare e di accettare la riparazione. Quanto, poi, alla “trasformazione”, essa si fonda sul principio che l’attraversamento del male non è mai un ritorno: non consiste nel tornare indietro nel tempo, bensì nell’andare avanti, liberando i soggetti coinvolti dalle conseguenze del fatto malvagio.

La partecipazione come elemento distintivo

È proprio la “partecipazione” a distinguere nettamente i due modelli: la giustizia riparativa dal sistema penale tradizionale. Non tanto per la sua mera possibilità, visto che anche nel sistema tradizionale l’imputato ha diritto di partecipare e la persona offesa può farlo, anche se limitatamente, quale testimone o anche parte civile, ma quanto alla sua qualità. La partecipazione è infatti da intendersi nel senso più pregnante possibile, a partire dalla ricezione di informazioni circa i percorsi di giustizia riparativa, fino a coinvolgere altri soggetti nella partecipazione all’incontro col mediatore: familiari della vittima del reato e della persona indicata come autore dell’offesa, persone di supporto segnalate dalla vittima del reato e dalla persona indicata come autore dell’offesa, enti ed associazioni rappresentativi di interessi lesi dal reato, rappresentanti o delegati di Stato, Regioni, enti locali o di altri enti pubblici, autorità di pubblica sicurezza, servizi sociali.

Oltre la condanna: il valore della riparazione

Il sistema penale tradizionale non sembra interessato a trasformare gli esiti del reato, ma solamente ad accertarli, dato che la condanna fissa i ruoli dei soggetti coinvolti ma non è in grado di trasformarli. L’idea, però, non è quella di svalutare l’importanza della condanna, ma di sottolineare che la condanna non è tutto quello che si può fare. Scrive Paolo Bettineschi in “Etica del riparare”, uno dei testi fondamentali sul tema: “Se è vero certamente che la colpa di chi commette un’ingiustizia va punita e non premiata o trattata come se niente di male fosse stato commesso, è vero anche che, per poter oltrepassare la colpa mediante l’opera di riparazione, la pur necessaria pena o la pur necessaria punizione non è qualcosa di sufficiente per raggiungere quest’altro obiettivo”.

Accesso ai programmi: gratuito, volontario e universale

L’accesso ai programmi è gratuito, volontario ed è sempre favorito, senza discriminazioni e nel rispetto della dignità di ogni persona, senza preclusioni in ordine alla fattispecie di reato e alla sua gravità e può essere limitato soltanto in caso di pericolo concreto per i partecipanti, che derivi dallo svolgimento del programma stesso. È, inoltre, garantito per tutti i reati, in ogni stato e grado del procedimento penale, nella fase esecutiva della pena e della misura di sicurezza, dopo l’esecuzione delle stesse e all’esito di una sentenza di non luogo a procedere o di non doversi procedere per difetto della condizione di procedibilità, o per intervenuta causa estintiva del reato, nonché, per i reati perseguibili a querela di parte, anche prima della proposizione della querela.

Il progetto del Centro di Bari

In questa prospettiva si inserisce il progetto operativo del centro barese, il cui obiettivo principale è il ripristino della relazione tra le parti attraverso l’incontro, il confronto e la partecipazione attiva nella ricerca di una soluzione condivisa che tenga conto dei bisogni di tutti i soggetti coinvolti. L’organismo si propone di sviluppare e rafforzare una rete territoriale stabile e sostenibile che coinvolga organismi giudiziari, servizi della giustizia, istituti penitenziari, scuole, università, enti religiosi e realtà del terzo settore. Accanto alle attività di mediazione, saranno organizzati momenti di formazione, webinar e seminari rivolti sia agli operatori del settore sia alla cittadinanza, con l’obiettivo di diffondere la cultura della riparazione e sottolinearne la profonda valenza etica e sociale.

Servizi e destinatari

L’accesso ai servizi sarà garantito alle vittime di reato, che potranno rivolgersi direttamente al centro o tramite il proprio difensore, mentre gli autori dei reati potranno accedere ai programmi su invio dell’autorità giudiziaria o su indicazione dei servizi della giustizia, dell’area trattamentale carceraria o dei difensori. Tra le attività previste rientrano la mediazione penale tra autore e vittima del reato – anche estesa ai gruppi familiari –, percorsi di dialogo riparativo guidati da mediatori esperti, iniziative di prevenzione e sensibilizzazione sulla cultura della legalità e della riparazione, nonché percorsi di inclusione sociale collegati ai programmi di giustizia riparativa. Particolare attenzione sarà dedicata ai minori e alle vittime in condizioni di vulnerabilità, attraverso l’impiego di mediatori dotati di specifiche competenze e formazione.

Un’équipe qualificata

Il centro opererà attraverso un’équipe di mediatori penali qualificati, tutti iscritti nell’elenco ministeriale previsto dal decreto legislativo 150/2022, con esperienza pluriennale in progetti di giustizia riparativa, affiancati da interpreti e traduttori per garantire anche ai partecipanti stranieri un accesso pieno e consapevole ai programmi. Un’opportunità concreta per costruire percorsi di responsabilità, riconciliazione e riparazione, contribuendo alla costruzione di una giustizia più umana ed efficace, capace non solo di accertare il passato ma anche di orientarsi verso il futuro delle persone e delle comunità.

Una scelta politica e culturale

Il ricorso alla giustizia riparativa rimane una scelta politica significativa, ma forse occorre un ulteriore riflessione circa la totale volontarietà del ricorso a questo tipo di percorso, così come le fonti sovranazionali impongono, interrogandosi su nuovi e possibili modi per valorizzare la riparazione senza per questo imporre la mediazione alla vittima che potrebbe, giustamente, non voler avere a che fare con il reo.

L’illustrazione in alto è tratta dal documento del convegno della Caritas sul tema della giustizia riparativa