Da giorni il Medio Oriente è travolto da un’escalation che sembra non conoscere tregua: lo stretto di Hormuz è stato bloccato, i prezzi dell’energia sono schizzati alle stelle, diversi paesi europei hanno mobilitato risorse militari e Teheran ha avviato raid contro obiettivi strategici in varie aree della regione. La morte di Ali Khamenei, confermata nelle prime 24 ore dall’attacco, non ha fermato la macchina del potere iraniano, né ha attenuato le minacce incrociate tra Washington, Tel Aviv e la nuova Guida Suprema. In questo scenario già incandescente, ogni ora aggiunge un tassello a un conflitto che si allarga e si complica.
Un conflitto che si allarga di ora in ora
Per capire come si è arrivati a questo punto, però, è necessario riavvolgere il nastro e tornare ai primi momenti dell’operazione congiunta lanciata dagli Stati Uniti e da Israele contro Teheran. Completo nero, nessuna cravatta, capellino bianco con la scritta USA a nascondere il taglio degli occhi. Parlata lenta e decisa. Alle sue spalle, lo sfondo scuro: la bandiera americana e il motto nazionale “E pluribus unum” / “Da tanti, l’unità”. Si era presentato così Donald Trump davanti alle telecamere per annunciare la partecipazione e le ragioni del raid congiunto su Teheran insieme a Israele.

Come tutto è iniziato
Il discorso, disponibile sul suo profilo ufficiale su Truth, parte da lontano, dal 20 gennaio 1981. Ripercorre decenni di attacchi dell’Iran al popolo americano e avverte: “È stato un terrore di massa e non lo tollereremo più.” Quasi sorridendo, il presidente americano attribuisce poi ad Hamas e all’Iran la responsabilità dell’escalation della guerra a Gaza, dopo l’attacco del 7 ottobre 2023. Ogni punto del suo discorso è scandito come se fosse un metronomo. “Non potranno mai avere un’arma nucleare”, afferma senza esitazioni.
Il messaggio al popolo iraniano
Poi il messaggio alla nazione iraniana. Prima alla Guardia Rivoluzionaria Islamica, alle forze armate e alla polizia, con l’ordine di deporre le armi in cambio dell’immunità. Subito dopo, si rivolge “al grande e orgoglioso popolo iraniano”, a cui promette un futuro libero e sicuro, con l’aiuto degli Stati Uniti. In più punti, Trump si presenta come il presidente americano che finalmente accoglie le richieste di aiuto del popolo, ciò che i suoi predecessori non hanno fatto.
Troppo spesso si tende a raccontare il presidente americano evidenziandone i tratti più impulsivi. Più complicato è riconoscerne il tempismo politico. Questa volta, Donald Trump potrebbe aver scelto il momento strategico migliore per una soluzione destinata a diventare definitiva nei confronti della Repubblica Islamica Iraniana. Teheran, infatti, si trova a dover affrontare le conseguenze di circa 2 anni e mezzo di scelte militari e politiche discutibili e fallimentari. Il paese è precipitato in un declino drastico.
Il tempismo politico di Trump
L’operazione militare, denominata Furia Epica, si differenzia dagli altri attacchi per la natura dei bersagli. Gli aerei americani, questa volta, hanno colpito gli uffici della Guida Suprema del paese e della magistratura. A cadere per primi sono stati i responsabili di uno dei massacri di innocenti più terribili e violenti della storia recente. Che il vero obiettivo dell’attacco sia quello di un cambio di regime? Solo il tempo potrà dare una risposta. Resta però la speranza che gli iraniani possano presto rivedere il sole, lì dove ora c’è solo del fumo nero.

Le motivazioni strategiche dell’operazione “Furia Epica”
Per comprendere meglio le probabili motivazioni e scelte strategiche del raid, Federico Rampini richiama le analisi di Michael Rozenblat, ricercatore dell’Atlantic Council con esperienza nell’apparato di sicurezza israeliano. Nei suoi studi, oltre all’opportunità strategica offerta dalla crisi politico-sociale che assale il paese, e all’imperativo morale dovuto alla “promessa di intervento” a tutela del popolo iraniano, emergono diversi altri fattori. Tra i più importanti, gli interessi economici americani.
Gli Stati Uniti sperano di poter influenzare la gestione delle enormi riserve energetiche di Teheran. L’Iran, infatti, non è solo uno dei principali possessori di gas e petrolio al mondo, ma anche uno dei principali partner commerciali della Cina. Non è la prima volta che il cambio di regime può incidere sugli interessi di Pechino. L’ultimo precedente? La caduta del regime di Nicolas Maduro in Venezuela, sempre per mano di Trump. La gestione della transizione potrebbe realizzarsi sotto il supporto economico e politico degli Stati Uniti, limitando ogni possibile interesse di Cina e Russia verso un eventuale vuoto di potere. Infine, il programma nucleare rimane un punto cardine: Teheran più volte ha dichiarato di non voler effettuare nessun passo indietro. Rifiutato l’ultimatum di Trump, il cielo del Medio Oriente è stato trafitto da missili, come tagli in un quadro di Lucio Fontana.
I primi risultati di questo attacco sono emersi già in meno di 24 ore. Le maggiori testate mondiali riportano la morte del leader assoluto iraniano Khamenei: è crollato un volto, non l’architettura del potere. Ad oggi, in Iran non esiste un’alternativa consolidata a quel potere che ha controllato lo Stato fino a pochi giorni fa. Come ipotizza il Wall Street Journal, inoltre, la morte di Khamenei potrebbe essere stata semplicemente un’occasione improvvisa presentata alla scrivania del presidente americano, insieme a pressioni esterne. Occasione sfruttata senza indugi. Situazione simile a quella verificatasi con Maduro, in un contesto però molto più complicato rispetto a quello venezuelano.

Le reazioni interne all’Iran: tra paura e liberazione
Le reazioni in alcune aree dell’Iran possono apparire inspiegabili, soprattutto a chi una dittatura non l’ha mai vissuta. Abadan, Gellehdar, Karaj, Shiraz: rappresentano solo quattro città di diverse regioni del Paese, che hanno accolto con gioia e liberazione la morte del leader Khamenei. Le immagini riportate da Middle East Matters mostrano strade piene, gente che si abbraccia, grida che danno voce anche a chi è caduto sotto i colpi di fucile. Una parte consistente della popolazione festeggia perché ha nuovamente la possibilità di sperare un futuro, sicuramente incerto, ma che lascia almeno la forza di sperare.
Il miglior modo per comprendere le varie prospettive per il futuro dell’Iran, è analizzare le parole di Sadjadpour, con il suo testo l’Autunno degli Ayatollah. Lui ne individua tre, all’interno della storia, con cui ipotizzare alcuni destini per il popolo iraniano.
Tre possibili futuri: russo, cinese, pakistano
Il modello russo dove la fine di un regime non garantisce necessariamente l’imposizione di una democrazia. Lo dimostra Mosca. Alla fine della Dissoluzione dell’Unione Sovietica, infatti è emersa la figura di Vladimir Putin, l’uomo forte che ha sostituito il comunismo con il nazionalismo. Una traiettoria simile potrebbe presentarsi anche per l’Iran: il forte nazionalismo interno e la delusione di molti cittadini per le condizioni in cui il regime ha lasciato il Paese potrebbero favorire l’ascesa di una nuova figura dominante. Qualcuno di giovane, non compromesso con il passato del regime. Una sorta di “Putin iraniano”, capace di consolidare il potere e di rivolgere l’attenzione verso nemici più gestibili, come l’Afghanistan.

Il modello cinese, il più roseo. La Cina comunista è sopravvissuta alla morte di Mao Zedong adattandosi e puntando sulla crescita economica. Considerata la situazione iraniana e le enormi risorse energetiche del Paese, basterebbe poco per avviare una ripresa significativa. Alcuni uomini del regime avevano già guardato a questa strada: sacrificare l’ossessione religiosa a favore dello sviluppo economico e di una reintegrazione nell’economia occidentale. Ma c’è una differenza sostanziale: in Cina la normalizzazione con gli Stati Uniti fu avviata dallo stesso Mao. In Iran, invece, l’assassinio di Ali Khamenei renderebbe molto difficile un dialogo immediato con Donald Trump.
Il modello pakistano. Il Pakistan è spesso citato come esempio di uno Stato in cui esercito e servizi segreti detengono il vero potere. “Non è una nazione con un esercito, è un esercito con una nazione”, dicono ironicamente i pakistani. Uno scenario simile potrebbe emergere anche in Iran con l’ascesa della Guardia Rivoluzionaria Islamica. In questo caso il clero sarebbe costretto a fare un passo indietro, ma resterebbe un nodo cruciale: i Pasdaran sono tra i principali sostenitori del programma nucleare, elemento che renderebbe molto complessi i rapporti con Washington.
Lo stretto di Hormuz e il rischio globale
Le prime conseguenze di questa guerra sono già esplose. La Repubblica Islamica ha ordinato il blocco dello stretto di Hormuz, passaggio da cui la Cina riceve quasi la metà delle sue importazioni di greggio. Nonostante la maggior parte dei barili viaggi verso l’Asia, anche noi europei dobbiamo essere grati a questo canale. Post 2022, durante il periodo della guerra Russo-Ucraina, i nostri riscaldamenti erano sostenuti grazie all’arrivo del gas da queste aree. “Solo le navi di Stati Uniti e di Israele saranno prese di mira dalle forze armate iraniane”, questo è stato dichiarato dal portavoce delle forze armate Iraniane, ma i prezzi della benzina e gas europei stanno salendo ugualmente alle stelle, facendo rivivere i déjà-vu della corsa ai rifornimenti presso le stazioni di servizio, vissute post invasione dell’Ucraina.
Teheran ha già avviato raid contro varie aree del Medio Oriente con lo scopo di colpire obiettivi strategici. Diversi Stati europei, su tutti Germania, Francia e Regno Unito, a seguito di un comunicato congiunto, hanno mobilitato diverse risorse militari per eventuali azioni difensive. Trump continua a rivendicare sui social i successi dell’operazione, mentre l’ANSA riporta le sue parole su un conflitto destinato a durare almeno quattro settimane. Teheran nel mentre ha iniziato una serie di azioni “punitive” nei confronti di diversi paesi del Golfo e non solo. Amnesty International ha lanciato però un appello urgente a tutte le parti coinvolte affinché proteggano le persone civili e rispettino il diritto internazionale umanitario. Libano, Turchia, Qatar, sono solo alcuni dei Paesi coinvolti.

Diplomazia fragile: Macron apre un varco
Ciò nonostante Massoud Pezeskhian, il presidente iraniano, ha diffuso un messaggio tramite i media iraniani “Chiedo scusa ai Paesi Confinanti”. “Nessuna inimicizia con i Paesi della regione” spiegando come le azioni militari dello Stato Iraniano saranno d’ora in poi esclusivamente difensive o di reazione. Rifiutando categoricamente la richiesta di resa proposta dagli Stati Uniti, e aprendo però il dialogo con Emmanuel Macron, il primo capo di stato occidentale a parlare con il regime iraniano dall’inizio della guerra.
Una nuova Guida Suprema e nuove minacce
La situazione non sembra destinata a semplificarsi nel breve periodo. Se si va a dormire con qualche timido segnale positivo, alle prime luci dell’alba il mondo ha già offerto nuovi spunti di riflessione. Il figlio dell’ayatollah, Ali Khamenei, è la nuova Guida Suprema, dopo ore di incertezze legate alle sue condizioni di salute. Donald Trump ha commentato: “Non durerà a lungo”. Da Israele è arrivata una minaccia ancora più esplicita: “Uccideremo anche lui”. È l’ennesimo gettare benzina sul fuoco.
“So bene che è una grande incognita il futuro”, canta Sal Da Vinci, reduce dalla vittoria al Festival della musica. Una frase che sembra adattarsi fin troppo bene al destino dell’Iran. La morte di Khamenei ha già dimostrato di non rappresentare automaticamente la fine del regime: la Repubblica islamica è stata costruita per resistere alla scomparsa dei suoi uomini simbolo. Questo conflitto non si misura in settimane, ma in decenni. Sono passati quarantasette anni dall’intervista di Oriana Fallaci all’ayatollah Khomeini, quando si parlava di democrazia e libertà per il popolo iraniano. Oggi quella libertà resta una promessa incompiuta, incisa nei nomi e nei volti di milioni di vittime senza voce.
Scene di vita “normale” a Teheran nonostante la guerra. Credit ANSA/EPA/ABEDIN TAHERKENAREK





