Il cinema di Bertolucci rivela l’identità del Sudestival

La retrospettiva dedicata al maestro, da Novecento che compie cinquant'anni a L’ultimo tango a Parigi, è il simbolo di una rassegna che fa dialogare memoria e presente, nuovi registi e la tradizione di chi ha reso grande la cinematografia italiana

Ricordo bene la prima volta che andai a Monopoli per il Sudestival. Era a inizio marzo 2022, una bellissima giornata. Avevo preso un paio di treni per raggiungere Monopoli. Lungo e denso di passeggiate e mezzi è il viaggio di chi non ha una macchina (all’epoca non avevo neppure la patente!), eppure in qualche modo poetico. In realtà, la fatica di quegli spostamenti rafforza, in qualche modo, la memoria. Lo conferma anche Björn Larsson, scrittore svedese, in alcuni suoi libri di viaggio.

Ricordo molto bene anche il Cineteatro Radar, nel centro di questa capitale pugliese del mare, gremito di persone che fissavano con occhi pieni di curiosità lo schermo, in attesa che iniziasse Regina di Alessandro Grande. Dopo il film, era intervenuto il regista e molti spettatori avevano preso coraggio e gli avevano rivolto qualche timida domanda sul suo lavoro, ringraziandolo, al termine di ogni risposta, per essere lì presente. Un’esperienza davvero piacevole, che dà l’idea del carattere volutamente intimo, quasi familiare di questo festival.

Foto Angelo Novi

Da allora il Sudestival ne ha fatta di strada, diventando un appuntamento irrinunciabile, che copre due mesi di programmazione, da gennaio a metà marzo. E in questo festival pugliese non mancano i laboratori, i film d’animazione, i documentari, i lunghi, i corti e, tra un concorso e l’altro, gli omaggi. A quei film e a quei registi che hanno reso indimenticabile il cinema italiano e internazionale, e tra i quali non può che esserci Bernardo Bertolucci, sceneggiatore e cineasta tra i più importanti al mondo, scomparso alla fine del 2018.

Proprio qualche giornio fa si è conclusa la retrospettiva dedicata a questo cineasta, nato a Parma e vissuto a Roma, con uno dei suoi film più amati e discussi, che ha coronato, nel bene e nel male, la longevità del suo cinema. L’ultimo tango a Parigi, pellicola del 1972, venne infatti sequestrato per quel suo “esasperato pansessualismo fine a se stesso” e ai tempi costò al suo ideatore la condanna per offesa al pubblico pudore e la privazione di tutti i diritti politici per cinque anni. Ma ben presto quello stesso film finì per essere acclamato dalla critica come capolavoro assoluto, anche e soprattutto grazie ai due protagonisti Maria Schneider, che in realtà riportò gravi danni psicologici in seguito ad alcune scene di violenza sessuale da parte di Marlon Brando, all’epoca tra gli attori più acclamati del panorama internazionale.

Foto Angelo Novi

Eppure, questa retrospettiva dedicata a Bertolucci non poteva non partire, il 16 gennaio data d’inizio del festival, proprio con Novecento, per celebrarne i cinquant’anni. Uscito nel 1976, il film è diviso in due atti e la sua versione integrale ha una durata di cinque ore e venti. Non è un lungometraggio come gli altri, e non solo in termini di durata. Infatti, come scrive il critico Federico Frusciante, scomparso da poco, Novecentoè un progetto politico e poetico, oltre che cinematografico, perché finisce col raccontare la Storia d’Italia attraverso due vite completamente agli antipodi. È un’opera colossale perché, come il secolo che evoca nel titolo, non cerca la sintesi ma l’eccesso, la contraddizione, la stratificazione”.

E non è un caso che il Sudestival di Monopoli l’abbia scelto per inaugurare la sua ventiseiesima edizione, che ha messo in cartellone sessanta proiezioni e ottantatré ospiti. “Questa edizione – sottolinea il direttore artistico Michele Sumanasce dall’incontro tra memoria e sguardo contemporaneo. Si concentra sulla capacità narrativa del nuovo cinema, dando spazio agli esordienti e a chi porta avanti il cinema italiano senza adeguata visibilità, ma senza mai dimenticare chi ha reso grande quel cinema”. Il festival, che lavora da anni sul cinema d’autore, sulla memoria e sulla relazione tra territorio e immaginario, non poteva che aprirsi con un film che è, prima di tutto, una riflessione sul rapporto tra individuo e Storia.

Novecento, infatti, non racconta l’Italia da una prospettiva centrale o istituzionale, ma attraverso uno sguardo dal basso. A partire dai campi, dalla provincia, dalle lotte contadine, dai corpi che lavorano e resistono. La storia è nota: due uomini, Alfredo Berlinghieri (Robert De Niro) e Olmo Dalcò (Gérard Depardieu), nascono lo stesso giorno, nello stesso luogo, all’inizio del secolo breve. Uno è figlio dei padroni, l’altro dei braccianti. Le loro vite s’intrecciano per decenni, attraversando le grandi fratture della storia italiana e, attorno a loro, un coro di personaggi indimenticabili (da Attila, incarnazione mostruosa del fascismo interpretata da Donald Sutherland, fino alla figura tragica e luminosa di Ada (Dominique Sanda) costruisce un affresco corale che rifiuta la neutralità.

Bertolucci non ha mai nascosto l’ambizione epica di Novecento, che nasce dalla volontà di realizzare “un film comunista”, confrontandosi con la grande tradizione del cinema epico e letterario. Eppure, ciò che rende Novecento ancora oggi un’opera viva è il modo in cui il regista mette in scena il conflitto. La lotta di classe non è un concetto astratto, ma un’esperienza fisica, che prende forma nel fango dei campi di lavoro, nel sudore, nella violenza. La Storia passa attraverso corpi, che non sono mai pacificati.

Un’opera barocca, sensuale, visivamente sontuosa, in cui la fotografia di Vittorio Storaro trasforma la pianura padana in un paesaggio mitico, sospeso tra realismo e astrazione. I movimenti di macchina sono ampi, fluidi, spesso circolari, come se la cinepresa danzasse attorno ai personaggi invece di osservarli da una distanza critica. Tutto ciò perché Bertolucci non ha mai creduto in un cinema oggettivo, distante dai sogni e dagli obiettivi dei personaggi; in un verismo che non si sporcasse le mani col giudizio personale. Ma in un cinema che fosse consapevole della brutalità e crudeltà della storia. Il suo è sempre uno sguardo coinvolto e dichiaratamente parziale.

E Novecento non può che essere un film profondamente autobiografico. Bertolucci, figlio della borghesia intellettuale, mette in scena il proprio rapporto conflittuale con la classe di appartenenza. Alfredo, chiamato a rappresentare la codardia e il privilegio della borghesia, non è un eroe positivo. È un indeciso, un vigliacco, incapace di rompere davvero con il sistema che l’ha generato. Olmo, al contrario, incarna una vitalità politica e umana che il regista (e lo stesso Alfredo) guarda con ammirazione ma anche con una certa distanza. E tra questi due mondi agli antipodi non ci potrà mai essere una vera riconciliazione, un vero punto d’incontro.

È impossibile non notare la grande distanza dall’omonimo monologo di Alessandro Baricco del ’94, che si concentra sulla storia di Danny Boodmann T.D. Lemon Novecento, pianista geniale nato e vissuto su una nave, incapace di scendere a terra. Quindi, un altro Novecento, apparentemente lontanissimo dall’opera di Bertolucci.

Al di là delle differenze formali e narrative, le due opere condividono, tuttavia, una riflessione profonda sul secolo e sulla modernità. Se Bertolucci racconta quel secolo come scontro collettivo, nella difficoltà di realizzare fino in fondo un’utopia e nel fallimento delle promesse rivoluzionarie, Baricco lo osserva attraverso la solitudine di un individuo, che non riesce a vivere pienamente nel suo tempo e che prova un senso di vertigine, di kierkegaardiana memoria, di fronte alle tante scelte che gli si prospettano davanti. È un’altra chiave di lettura di questo secolo, e rappresenta coloro che non riescono ad abbandonare quelle poche certezze che hanno, che preferiscono aggrapparsi con ogni forza a esse, piuttosto che gettarsi a capofitto nel nuovo, nell’inafferrabile, nell’ignoto. Non è un caso che nessuna delle due opere abbia un vero lieto fine.

Rivedere oggi Novecento, soprattutto all’interno di una cornice come quella del Sudestival, significa interrogarsi su cosa ci sia rimasto di quel secolo. Non tanto delle sue certezze ideologiche, quanto dell’ambizione di chi lo ha vissuto. In un’epoca in cui il cinema sembra spesso ripiegato su formati ridotti e narrazioni individuali, Novecento ricorda che un film può ancora tentare di raccontare la Storia, assumendosi il rischio del fallimento. E, come il secolo che racconta, Novecento resta aperto, irrisolto e profondamente attuale. Insomma, cinquant’anni portati davvero bene!

Nelle immagini, alcune scene di “Novecento”. La foto in copertina è di Angelo Novi