All’alba della nuova vita

A Bitonto "Hanukkah" racconta l’evoluzione culturale del commiato, vissuto come un’esperienza consapevole, condivisa e sotenuta dalla professionalità degli operatori del settore

Nelle società occidentali, il modo in cui si affronta il lutto sta attraversando una trasformazione profonda. Per secoli il distacco dalla vita è stata un’esperienza condivisa, quasi pubblica: la veglia nelle case, le visite dei vicini, il corteo funebre per le strade del paese. La comunità non era solo spettatrice, ma parte attiva dell’evento. Il lutto era un fenomeno sociale, un momento in cui il dolore individuale trovava sostegno nella presenza degli altri.

Poi, negli ultimi decenni del Novecento, questo rapporto si è progressivamente modificato. La morte è stata spostata negli ospedali, delegata ai professionisti, allontanata dagli spazi domestici. È diventata un fatto privato, talvolta persino rimosso, come se la modernità avesse voluto proteggerci da ciò che non può essere controllato. La scomparsa dei rituali che coinvolgevano la comunità, l’affievolirsi dei legami di vicinato, la crescente dispersione dei componenti della famiglia hanno contribuito a rendere il lutto un’esperienza più solitaria, più silenziosa, più difficile da condividere.

Negli ultimi anni, tuttavia, qualcosa sta cambiando di nuovo. Le persone sembrano cercare un modo più maturo e più consapevole di affrontare la perdita dei propri congiunti. Non si tratta di un ritorno nostalgico al passato, ma di un bisogno nuovo: disporre di luoghi che permettano di vivere il commiato senza improvvisazione, senza fretta, senza la sensazione di essere soli in un momento che richiede invece attenzione, tempo e presenza. Le case funerarie nascono dentro questa evoluzione, che potremmo definire culturale: non semplici strutture tecniche, ma spazi che restituiscono dignità al passaggio finale, offrendo un contesto protetto in cui il dolore può essere accolto e non esposto.

È in questo scenario che si inserisce Hanukkah. Il nome, nella tradizione ebraica, richiama il concetto di inaugurazione, ma soprattutto evoca la luce che resiste nel buio. Un simbolo antico, che parla di continuità, di memoria, di un modo diverso di attraversare il dolore. Non stupisce, dunque, che questa parola sia stata scelta per indicare un luogo che, per sua natura, si colloca nel punto in cui la vita incontra il silenzio del raccoglimento, e dove la comunità cerca forme più consapevoli per accompagnare le persone care in questo passaggio.

A riflettere su questo cambiamento è Michele Colaninno, imprenditore del settore farmaceutico e titolare di un’impresa di onoranze funebri, oggi impegnato nel varo di Hanukkah, la nuova casa funeraria di Bitonto. Una doppia esperienza che gli ha permesso di osservare da vicino come stia cambiando il modo in cui le persone vivono il lutto. «Negli ultimi anni – spiega – ho visto crescere il bisogno di luoghi che non siano solo funzionali, ma che permettano alle famiglie di attraversare il commiato con maggiore serenità. Non è tanto una questione estetica, piuttosto culturale. Le persone cercano un luogo “ospitale”, che le faccia sentire protette».

Il suono dell’arpa e del violino nel momento dell’inaugurazione

Colaninno nota come il rapporto con la fine della vita stia diventando più consapevole: «Oggi c’è meno paura di parlarne. Le famiglie chiedono informazioni, vogliono capire, vogliono essere accompagnate. Non c’è più quella distanza che un tempo sembrava inevitabile. È come se la morte fosse tornata a essere un tema umano, non solo un evento ineluttabile».

La diffusione delle case funerarie in Italia è un fenomeno relativamente recente, ma in costante espansione. Fino a pochi decenni fa, la veglia si svolgeva quasi esclusivamente nelle abitazioni private, in un contesto domestico che rifletteva una società più stanziale, più comunitaria, più abituata a condividere gli spazi del dolore. Oggi, con abitazioni più piccole, famiglie spesso lontane e un rapporto diverso e più maturo con la separazione dai propri cari, si è reso necessario ripensare questi luoghi.

Il taglio del nastro: al centro, Michele Colaninno, a destra il sindaco Francesco Ricci e la sig.ra Antonia Calamita, a sinistra don Vincenzo Cozzella

Le case funerarie rispondono proprio a questa trasformazione: offrono ambienti riservati, spazi adeguati al raccoglimento, un contesto che permette di vivere il lutto senza l’improvvisazione o il disagio logistico che spesso accompagna i momenti più delicati. «Non si tratta di sostituire un rito – osserva Colaninno – ma di restituirgli dignità. La morte è sempre stata un fatto comunitario, e questi spazi aiutano a ritrovare una dimensione collettiva che non sia caotica o impersonale».

In realtà, le case funerarie rappresentano un cambiamento culturale più profondo: «Stiamo imparando a dare un tempo al dolore. Per anni abbiamo pensato che la cosa migliore fosse “andare avanti”, chiudere in fretta, non pensarci troppo. Oggi capiamo che il lutto ha bisogno di essere attraversato, non evitato. E questi luoghi servono proprio a questo: a non avere fretta».

Hanukkah si inserisce in questo scenario come un tassello di una trasformazione più ampia, che riguarda non solo l’ambito funebre, ma il modo in cui la società contemporanea affronta la fragilità. Raccontano un cambiamento nel rapporto con il corpo, con il tempo, con la memoria. Raccontano il bisogno di rallentare, di ritrovare un luogo in cui il dolore possa essere accolto senza essere esposto.

Colaninno insiste su questo punto: «La cura non finisce con la vita. È un concetto che nel nostro settore stiamo imparando a declinare in modo nuovo. Una casa funeraria è un luogo in cui la cura continua, non perché si possa eliminare il dolore, ma perché si può accompagnarlo. È un modo per dire alle famiglie: non siete sole».

E aggiunge una riflessione che tocca il cuore del cambiamento: «La morte non è un evento da nascondere. È un passaggio che riguarda tutti. E quando una comunità impara a guardarlo con la serenità necessaria, diventa più forte. Le case funerarie non servono solo alle famiglie, servono alla città: sono luoghi che restituiscono umanità a un momento che spesso viene vissuto come un trauma». E certo il nome Hanukkah, con la sua immagine di luce che resiste nel buio del lutto, è il modo migliore per esprimere questo concetto.

Nelle foto, alcuni ambienti della nuova struttura