Nel quarto anniversario della guerra russo‑ucraina, mentre l’Europa osserva un conflitto che continua a erodere certezze e a ridefinire confini politici e psicologici, un’altra frattura – meno visibile ma potenzialmente più destabilizzante – si apre nel sistema internazionale.
Dalla guerra in Ucraina al vuoto del New START
La scadenza del New START ha lasciato per la prima volta dalla fine della Guerra Fredda un vuoto normativo attorno agli arsenali nucleari strategici delle grandi potenze. È un passaggio che arriva in un momento di tensioni crescenti, di diplomazie affaticate e di riarmo diffuso, e che riporta al centro del dibattito una domanda che credevamo archiviata con il Novecento: quanto è solido l’equilibrio che separa il mondo da un errore irreversibile? In questi giorni, tra anniversari che pesano e trattative che arrancano, il tema del controllo degli armamenti torna a imporsi con urgenza, ricordandoci che la sicurezza globale non è mai un dato acquisito, ma un fragile compromesso da ricostruire ogni giorno.

Dall’ombra di Potsdam alla cultura pop
Sono passati ottant’anni dalla Conferenza di Potsdam, il vertice segnato dall’ombra dell’atomica. Eppure il mondo continua ancora oggi a convivere con un futuro – e un presente – oscurato dalla possibilità di un’apocalisse nucleare. E’ stato invece lo scorso anno, il 2025, quando le critiche al finale di House of Dynamite, film diretto da Kathryn Bigelow, hanno spinto la regista a esporsi pubblicamente su un tema quanto mai delicato: il pericolo costituito dalla proliferazione delle armi nucleari. «L’antagonista è il sistema che abbiamo costruito per porre fine al mondo in un colpo solo», ha dichiarato a Tudum di Netflix, spiegando come il suo finale aperto sia stato una scelta consapevole, pensata per concentrarsi sul fenomeno della corsa all’atomica senza centrare l’attenzione su una singola nazione.
Gli arsenali nel mondo: numeri che inquietano
Secondo l’Istituto internazionale di ricerca sulla pace di Stoccolma (SIPRI), a gennaio 2025 nel mondo esistevano poco più di 12.000 testate nucleari. La grande maggioranza era conservata in arsenali militari potenzialmente utilizzabili; una parte consistente, invece, era collegata a sistemi d’arma pronti all’uso. Quasi tutto questo potenziale era concentrato nelle mani di Russia e Stati Uniti, che da soli detenevano circa nove armi nucleari su dieci presenti sul pianeta. La Cina sta espandendo le proprie capacità militari e potrebbe già disporre di alcune testate operative anche in tempo di pace. Per capire la portata della situazione, bisogna ricordare che durante la fase più tesa della Guerra Fredda le due superpotenze avevano circa 20.000 armi strategiche puntate l’una contro l’altra, mentre a livello globale si superavano le 70.000 testate: numeri enormemente superiori a quelli attuali.

La fine del New START: un vuoto pericoloso
Non è un caso che questi temi stiano tornando proprio in questi giorni tra le prime pagine dei giornali locali e internazionali. Il 5 febbraio 2026, infatti, è terminato l’accordo New START, l’ultimo degli accordi riguardanti il nucleare tra Washington e Mosca. Il testo prevedeva che USA e Russia non potessero dispiegare più di 1.550 testate nucleari e 700 tra missili e bombardieri in grado di sganciare ordigni nucleari. Per la prima volta da 35 anni, dopo START I e II e il Trattato di Mosca del 2002, il mondo si ritrova senza un quadro giuridico capace di contenere gli arsenali nucleari intercontinentali.
Oltre i numeri: il valore politico di un trattato
Tanti numeri che però non devono distogliere l’attenzione sull’importanza di questo accordo durato 15 anni: START non ha rappresentato esclusivamente un tetto massimo da non superare, ma anche un ricircolo di informazioni, ricerche, riunioni strategiche e periodiche. «Il pericolo più grande non è l’intenzione malvagia dell’altro, ma l’errore di interpretazione delle sue intenzioni», sosteneva l’ex segretario alla Difesa statunitense Robert McNamara, «soprattutto quando le decisioni devono essere prese in pochi minuti». Le sue riflessioni restano, ad oggi, spaventosamente attuali.

Un equilibrio appeso alla prudenza dei leader
“È tutto un equilibrio sopra la follia”. Un equilibrio sorretto dal potere in mano a due uomini, spesso imprudenti nelle decisioni internazionali, con la capacità di poter decidere sul destino del mondo. D’altronde, come ammoniva Albert Einstein, «non so con quali armi si combatterà la terza guerra mondiale, ma la quarta si combatterà con bastoni e pietre». È giusto però conservare una punta di ottimismo: per quanto i leader di Stati Uniti e Russia possano apparire avventati o irrazionali, considerarli ignoranti sarebbe un errore.
Rinnovare o riscrivere? Il dilemma del dopo-START
Ma quindi ora, si può semplicemente rinnovare l’accordo o stilarne uno nuovo? La risposta è molto più complicata di quanto possa sembrare. Gli incontri tra Washington e Mosca ci sono effettivamente già stati, a margine dei colloqui sull’Ucraina ad Abu Dhabi. “Abbiamo concordato con la Russia di agire in buona fede e di avviare una discussione sulle modalità di aggiornamento”, ha dichiarato un funzionario americano ad Axios. Tante parole, pochi risultati.

La posizione di Trump e il nodo Cina
Come riportato dall’Ansa, Donald J. Trump ha dichiarato che invece di prorogare il trattato “dovremmo incaricare i nostri esperti di elaborare un nuovo trattato, modernizzato e duraturo”. Le sue perplessità riguardano il coinvolgimento della Cina, ormai inevitabile in un accordo dal così grande peso politico. Pechino però appare contraria a partecipare ai negoziati: il divario tra gli arsenali è ancora troppo ampio per un accordo tripartito. Eppure, durante l’incontro tra Trump e Xi Jinping della scorsa settimana, il tema non è stato affrontato.
Le voci degli esperti: il rischio di una nuova corsa agli armamenti
Diversi esperti hanno espresso le loro paure sul mancato rinnovo di START. Barack Obama ha scritto su X che lasciare scadere il trattato “cancellerebbe inutilmente decenni di diplomazia e potrebbe innescare un’altra corsa agli armamenti”. Un timore condiviso anche dall’ex presidente russo Dmitry Medvedev. A loro si aggiungono il senatore Ed Markey, Tom Nichols su The Atlantic, WJ Hennigan sul New York Times e molti altri. Forse tra uno spettacolo del Super Bowl e un altro, Trump troverà il tempo di valutare i rischi di un ulteriore rinvio.

Un trattato figlio degli anni ’90
Ma il New START quando ha iniziato a sgretolarsi? È erede della stagione degli anni ’90, del sogno di un mondo globalizzato e di un equilibrio fondato sulla diplomazia. Negli ultimi anni, però, gli investimenti militari sono aumentati: gli Stati Uniti con la lotta al terrorismo, la Russia con l’invasione dell’Ucraina. Le armi nucleari restano il vertice del militarismo. I dati di ICAN mostrano investimenti crescenti non solo in quantità, ma anche in qualità. E il mondo non è più bipolare: Cina, India, Pakistan e Corea del Nord stanno ampliando i propri arsenali.
Tra diplomazia e minacce: un futuro da scrivere
Mentre l’orologio dell’Apocalisse continua a ticchettare verso la “mezzanotte”, Trump moltiplica gli incontri. Prima Washington‑Teheran, con il ministro iraniano Araghchi che parla di un’atmosfera “amichevole” e di possibili accordi sull’arricchimento nucleare. Poi l’incontro con Netanyahu alla Casa Bianca. La speranza è coinvolgere più nazioni possibile in un nuovo accordo per cancellare la minaccia del nucleare. Se così non fosse, il titolo di questo articolo rischierebbe di diventare una tragica fatalità, piuttosto che un drammatico allarme.
Le immagini di IMDb sono tratte dal film “House of Dynamite”, diretto da Kathryn Bigelow




