“Cosa spinge un ragazzo a indossare la divisa, il fischietto e i cartellini per dirigere una gara immerso in una bolgia di tifosi inferociti… per di più senza gloria né protezioni?” È attorno a questa domanda che Valentino Losito costruisce il suo Un uomo “solo” al comando: un interrogativo che diventa filo narrativo, chiave di lettura e, in fondo, un atto di fiducia verso chi sceglie di stare nel punto più esposto del terreno di gioco.
Figura autorevole del giornalismo pugliese, Losito ha legato la sua carriera alla Gazzetta del Mezzogiorno, per poi guidare l’Ordine dei Giornalisti di Puglia. Oggi è nel Comitato Tecnico Scientifico dell’Odg nazionale, dedicato alla formazione e alle scuole di giornalismo. Il libro, arricchito dalla prefazione di Graziano Cesari – ex arbitro e noto moviolista televisivo – offre uno sguardo autentico sul calcio dilettantistico di provincia, lontano dai riflettori e dalle narrazioni patinate del professionismo.

La prospettiva scelta non è quella del calciatore né dell’allenatore, ma dell’arbitro: la figura più discussa, isolata e spesso fraintesa del mondo del pallone. Quel ragazzo che, per pochi spiccioli, affronta giocatori e tifosi pur di alimentare una passione collettiva. L’ispirazione nasce dal percorso arbitrale del figlio Lorenzo: attraverso la sua esperienza, Losito indaga le ragioni profonde che spingono un minorenne a scegliere un ruolo solitario e spesso ingrato, una vera “palestra di vita” fatta di sacrificio, silenzi e responsabilità.
Il cuore del libro risiede proprio nella domanda iniziale. L’arbitro decide in una frazione di secondo, sapendo che ogni errore – oggi amplificato dal VAR – può comprometterne valutazione e carriera. Se un attaccante sbaglia un gol, avrà altre occasioni; se sbaglia l’arbitro, scatta l’inquisizione, persino per una rimessa laterale invertita. Il calcio, ricorda Losito, è un romanzo popolare che unisce migliaia di sconosciuti per novanta minuti, ma l’arbitro resta il “Giudice Centrale”, solo come un magistrato o un’autorità istituzionale, costretti ad assumersi responsabilità senza il sostegno immediato di altre figure.

Emblematico il caso di Pierluigi Collina nella celebre partita Perugia–Juventus del 2000: una decisione presa in perfetta solitudine che, a ventisei anni di distanza, continua a far discutere. Essere arbitro significa esporsi a critiche, talvolta ad aggressioni, pur restando lì, spinto soltanto dalla passione. Un arbistro gioca sempre “fuori casa”, partecipa alla festa senza essere celebrato. Dopo il triplice fischio, il confronto con l’osservatore diventa momento di crescita, mentre il libro richiama persino il mito del “Tiranno di Siracusa”, antica figura di selezione fisica dei direttori di gara.
Il valore del libro sta nella capacità di ribaltare lo sguardo: invita a vedere l’arbitro non come un bersaglio facile, ma come un ragazzo che sceglie consapevolmente un ruolo difficile e che, proprio dentro quella difficoltà, costruisce carattere, responsabilità e coraggio. Una riflessione condivisa dai relatori intervenuti alla presentazione al Lodge – Rifugio sul Mare di Bisceglie: Gerry Anellino, Responsabile Relazioni Istituzionali e Comunicazione di Ferrotramviaria S.p.A., Massimiliano Cuccovillo, CEO del Lodge, il giornalista Vito Troilo ed Emanuele Prenna, ex assistente arbitrale di Serie A e video match official di serie A e B.

Un uomo “solo” al comando è un racconto che non giudica, ma comprende. Non cerca eroi, ma persone. Non parla soltanto di calcio, ma della vita reale: delle scelte che ci espongono, delle paure che ci accompagnano, della forza silenziosa che ci permette di restare al centro del campo anche quando nessuno applaude. È la storia di chi, ogni giorno, deve decidere senza la certezza di essere capito. Ed è proprio in quella solitudine che nasce la sua grandezza.
Nella foto in alto, il giornalista Valentino Losito alla presentazione del suo ultimo volume al Lodge – Rifugio sul Mare di Bisceglie




