Ritorno a Itaca per il Beat Onto Jazz Festival

La rassegna celebra un quarto di secolo di itinerari strepitosi, sfidando tempeste e approdi incerti, con una nuova edizione all'insegna della qualità, fra tradizione e innovazione

Eccola “Itaca”, che torna più maliosa del ricordo più luminoso, tra le luci morbide della notte e il profumo di pietra che si leva dal suo tempio più celebrato.

C’è un momento, nella storia di ogni viaggio, in cui la rotta s’interrompe; in cui s’avverte chiara e forte l’urgenza di una pausa; la necessità di una riflessione prima di riprendere il largo. Il tempo, pur breve di un respiro, per guardare indietro, riavvolgere la matassa dei ricordi. Ripensare all’origine di quel peregrinare, alle intenzioni, ai luoghi da cui tutto ha avuto origine. Un “principio” che per il Beat Onto Jazz Festival coincide con piazza Cattedrale: da un quarto di secolo scenografia naturale, simbolo e identità della rassegna.

Vincen Garcia

Per Emanuele Dimundo, che del festival è l’anima sin dall’inizio, una sorta di “Itaca personale”, custodita gelosamente nel fondo del cuore e finalmente “ritrovata” dopo una navigazione lunga, complessa ma anche sorprendentemente radiosa.

Venticinque anni sono una vita intera. Una stagione che si dilata nell’assolo di una tromba e poi si contrae nel respiro profondo e malinconico di un pianoforte che sussurra alle stelle. Un quarto di secolo di palchi rutilanti, di platee che s’accendono come costellazioni, di limpidi trionfi ma anche di mari in burrasca, di rotte incerte, di approdi provvisori. Il Beat Onto Jazz Festival non è stato un cammino lineare, né un viaggio facile seppur così sfolgorante. Una vera odissea, con tutte le sue insidie, i suoi personaggi ambigui, le sue tempeste improvvise, le sue isole che promettevano pace ma nascondevano inediti pericoli.

C’erano le sirene delle facili soluzioni, quelle che sussurravano di ridurre la qualità, di accontentarsi pur di restare sulla scena. C’erano i ciclopi delle burocrazie, che sbarravano il passo con l’occhio capace di vedere solo ostacoli. C’erano le tempeste degli imprevisti, che ogni anno sembravano voler strappare le vele del festival: problemi tecnici, magri bottini, spazi da riconquistare, equilibri da ricostruire. E poi c’erano le isole di Circe, quelle che seducono con la promessa del riposo, del “fermiamoci qui”, del “basta così”.

Eri Yamamoto

Ma l’avv. Dimundo non si è mai arreso. Ha resistito, ha rilanciato, ha ricucito, ha ideato nuovi palchi. Attraversando venticinque anni di mare aperto con la testardaggine di chi sa che il jazz non è solo musica, ma un modo di stare al mondo; un progetto culturale, uno stile di vita, persino. Un’arte che richiede coraggio, ostinazione, orizzonte e, soprattutto, una comunità che crede nella rotta. “Se questo festival è riuscito a superare le sue Colonne d’Ercole e a traguardare il quarto di secolo, è perché un gruppo di amici ha creduto con ostinazione in un’idea, accompagnando con sconfinata passione ogni passo di quest’avventura”, spiega il direttore artistico del festival. E qui il richiamo, finanche commosso, ai soci di In Jazz, che ancora si affannano dietro le quinte perchè lo spettacolo possa cominciare: dal grande Franco Rossiello al bravo Leo di Nunno, al solerte vicepresidente Carmine Derenzio, al più giovane ed entusiasta Pasquale Garofalo, ai quali già da qualche anno si è associata una schiera di giovani e volenterose promesse.

Una navigazione – si diceva – che, in fondo, non sarebbe nemmeno partita se non avesse incontrato il vento propizio di quel Mentore inarrestabile di infinite iniziative culturali, qual è stato il sindaco dei primi anni duemila, Nicola Pice, come lo stesso Dimundo ricorda.

Mike Stern e Randy Brecker

In venticinque anni il Beat Onto Jazz Festival ha portato a Bitonto alcuni tra i protagonisti più autorevoli della scena internazionale: dalle raffinate vocalità di Gegè Telesforo al lirismo brasiliano di Irio De Paula, dal fiato poetico di Paolo Fresu all’energia luminosa di Flavio Boltro. Sul palco di piazza Cattedrale sono arrivati il jazz elettrico di Mike Stern, il sax incisivo di Bob Mintzer, il pianismo narrativo di Danilo Rea e la potenza afro‑caraibica di Bobby Watson e Ray Mantilla.

Il festival ha accolto le atmosfere sospese di Kurt Rosenwinkel, la ritualità sonora di Omar Sosa, il cosmopolitismo di Richard Bona, l’intensità di Sarah Jane Morris e la scultura del suono di Kurt Elling. Accanto a loro, la tromba siderea di Enrico Rava, la brillantezza di Fabrizio Bosso, il pianismo lirico di Giovanni Guidi, la sensibilità di Enrico Zanisi, la fisarmonica visionaria di Simone Zanchini, la sfavillante allegria percussionistica di Tullio De Piscopo, hanno contribuito a definire l’identità della rassegna.

E ancora i virtuosismi di Jeff Berlin, la maestria di Peter Erskine, la voce cosmopolita di Carmen Souza, il contrabbasso cerebrale di Lars Danielsson, la profondità di Leszek Możdżer, la forza soul di Serena Brancale, fino alle traiettorie contemporanee di John Patitucci, Gregory Privat, Andrew McCormack e Alfredo Rodriguez. Per non dire del sax vulcanico di Rosario Giuliani, della tecnica esplosiva di Frank Gambale, della voce del tenore moderno di Seamus Blake o delle nuove rotte di Vincen Garcia.

Tullio De Piscopo

Una affollata teoria di star da riempire un intero firmamento. “Ma il Beat Onto Jazz Festival non si è limitato a mettere in scena i grandi nomi. C’è sempre stato un filo ad unire gli artisti, una trama a raccontare una stagione, un pensiero, una corrente. Solo così si può meritare l’attenzione di un pubblico esigente: un’onda sonora che nasce da mille gocce e diventa un’unica, fragorosa energia”, spiega Dimundo.

Un’energia che ha attraversato indenne ogni stagione ed è pronta a rinnovarsi uguale a sè stessa questa sera, quando i riflettori torneranno ad accendersi nella splendida cornice della guglia settecentesca, del bestiario medievale della cattedrale e delle architetture nobiliari del cuore antico di Bitonto.

Il Pete Roth Trio, in scena il 2 agosto

A tagliare il nastro sarà il trio del pianista newyorkese Aaron Goldberg, affiancato da Matt Penman e Joe Santoro: un jazz contemporaneo di grande raffinatezza, dove lirismo, interplay e improvvisazione reinventano standard e brani originali con grande eleganza. A seguire, il Nuovo Trio Accord porta il respiro caldo del tango argentino, da Piazzolla a Gardel, Galliano e Bacalov, accompagnato dalle coreografie di Rachele Morelli e Nelson Piliu che restituiscono al tango la sua natura di gesto, racconto e passione.      

Domani, 1° agosto la ricerca prosegue con Cristina Lacirignola, che con il suo sestetto trasforma melodie popolari, arie operistiche e ritmi africani e sudamericani in un mosaico sonoro fondato su improvvisazione e libertà espressiva. Su questa stessa linea di esplorazione, Maurizio Rolli riattiva gli Archivi Sonori con Time Machine, un crossover che intreccia jazz, rock, flamenco, folklore europeo ed elettronica, trasformando la voce in materia timbrica e aprendo il jazz a nuove possibilità.

Il 2 agosto sarà dedicato alle contaminazioni mediterranee e alle derive più libere del jazz: Giorgio Albanese reinventa la fisarmonica come voce narrativa tra jazz contemporaneo e radici mediterranee, guidando un ensemble di otto elementi dal suono ampio e orchestrale. Poi il Pete Roth Trio segnerà il ritorno di Bill Bruford dopo quindici anni: un’esperienza “quasi jazz” libera e indisciplinata, che attraversa jazz, funk, rock e musica contemporanea senza confini.

La scena internazionale guadagna il centro del palco domenica 3 agosto con Emma Smith che presenta Bitter Orange, un progetto in cui tradizione classica e sensibilità moderna si intrecciano in una rilettura grintosa ed elegante del grande songbook. A seguire, Chris Minh Doky guida una formazione stellare, The Nomads, con Till Brönner, Manu Katché e George Whitty, che fonde tecnica, groove e improvvisazione in un interplay magnetico.

Il 4 agosto il festival guarda alla memoria e alle radici: Saxofollia celebra il centenario di Miles Davis e John Coltrane, esplorando le possibilità timbriche del sassofono e rinnovando l’invito a cercare nuovi orizzonti sonori. Chiude la rassegna La Banda di Pino Minafra con il quartetto vocale Faraualla, che restituisce vita alla tradizione bandistica del nostro Mezzogiorno, fondendo la potenza degli ottoni con la ricerca vocale più arcaica: polifonie mediterranee, lingue inventate, grida e sussurri in un incontro raro e sorprendente.

Seamus Blake

“Tagliare questo traguardo è una gioia immensa” confessa Emanuele Dimundo. “In questi venticinque anni – racconta – il nostro festival ha intrecciato musica, arte e territorio, trasformando Bitonto in un vero porto culturale, capace di accogliere migliaia di appassionati e di turisti. “E sempre con il nostro corollario più autentico: l’ingresso gratuito. Ciò che incarna lo spirito originario del progetto, che ci ha guidati sin dal primo giorno. Il jazz deve essere un genere popolare, non un’enclave per pochi iniziati”, spiega. “In questi anni – prosegue – tanti semplici curiosi, avvicinandosi al festival, hanno scoperto il jazz, se ne sono innamorati, lo hanno fatto diventare parte della propria vita”. Una crescita che non ha mai sacrificato la qualità e l’originalità dei progetti.

Ma ogni odissea, per continuare, ha bisogno di alleati. “Questo palco – riprende Dimundo – è un simbolo radicato, capace di risvegliare entusiasmo, cultura e partecipazione. Deve diventare una voce stabile del bilancio comunale, per garantire il futuro nelle mani delle nuove generazioni”. Non una richiesta, una constatazione: un progetto di questa portata non può reggersi solo sulla generosità degli sponsor e sul contributo forfettario dell’amministrazione comunale. Un appello che ha incrociato l’assenso sia del sindaco Ricci sia dell’assessore al marketing culturale Mangini.

Ma torniamo allo spettacolo. Una novità di questa edizione è la conduzione affidata, per la prima volta, ad una donna, Alicia Liccione, nota conduttrice televisiva di origini bitontine. Accanto a lei, l’esperienza di Marco Losavio, direttore di Jazzitalia, che aggiunge alla serata lo sguardo competente di chi vive la musica  da dentro, ogni giorno. E nacora, innovazione e sperimentazione saranno i tasti su cui si muoveranno i fraseggi di molti aristi.

“Il festival è diventato un autentico trampolino di lancio: molti musicisti hanno trovato qui il primo spazio per presentare i loro progetti, confrontarsi con il pubblico e far crescere la propria reputazione, portando queste esperienze su altri palchi e conquistando nuove opportunità. Il Beat Onto Jazz Festival sostiene i giovani e accoglie i progetti più originali, contribuendo in modo concreto alla vitalità della scena jazzistica”, altro aspetto di cui Dimundo va particolarmente fiero.

Da sin. Carmine Derenzio, Francesco Schepisi, Marco Losavio ed Emanuele Dimundo

Gli ingredienti per celebrare un quarto di secolo, dunque, ci sono tutti. A raccontarlo, anche visivamente, sarà la mostra fotografica curata da Maddalena Bellocchio negli spazi del Sancti Nicolai Convivium: uno spazio in cui il festival ritrova i suoi volti, le sue luci, la sua memoria.

Ma il tempo di un breve respiro è già terminato. Messi da parte ricordi, suggestioni, qualche amarezza e molta fatica, per Dimundo è il momento di riprendere il mare: perché ogni approdo è soltanto un nuovo punto da cui salpare, ogni ritorno contiene una ripartenza, ogni edizione traccia una nuova rotta che spinge il festival un po’ più avanti, verso il futuro. E allora, auguri di cuore Emanuele, a te e a tutti i tuoi fidati compagni d’avventura. Auguri di tante nuove, scintillanti, entusiasmanti edizioni!

Nella foto in alto Emma Smith, tra le star dell’edizione 2026