La città? E’ il luogo destinato a produrre “raccolti spaziali”

Nel nuovo capitolo del "Diario di una psicologa", una riflessione sul ruolo delle architetture urbane che, valorizzando relazioni e partecipazione, favoriscono il rifiorire delle comunità

… saper pensare e saper parlare sono legati, non è retorica come arte del dire, è arte del ragionare, del farsi ascoltare, del muovere le intelligenze altrui. Farsi capire è un dovere morale degli esperti e degli intellettuali. E c’è un pensiero sulla città che va reso pubblico…

L’urbanistica nasce per cercare la giustizia nello spazio. È una scienza civile, nel senso piú profondo del termine, ma non serve solo a costruire quanto, soprattutto, a far convivere le persone, muovendosi costantemente sul delicato crinale tra sapere tecnico e responsabilità politica.

(Elena Granata)

La nozione di giustizia spaziale è solitamente ritenuta decisiva per un cambiamento radicale delle politiche urbane e della pianificazione. Dinanzi a definizioni ampie e non univoche, lo spatial turn, la svolta spaziale, riqualifica la categoria dello spazio incrociando la prospettiva delle scienze umane e sociali. Apparentemente, la spazialità e l’istituzione urbana non prevedono le categorie della giustizia e dell’ingiustizia. Ma le questioni di giustizia riguardano sempre le modalità in cui le istituzioni agiscono e in cui la cittadinanza risponde.

Queste riflessioni originano dall’incontro, presso il Comune di Bitonto, con le giovani donne della squadriglia Tigre del reparto Felin Felix del gruppo scout Bitonto 2, impegnate in un viaggio di studio a Bergamo, alla ricerca di buone prassi, perché ogni città merita la sostenibilità.

Certamente, la giustizia spaziale si realizza con la sicurezza, con l’equa distribuzione dei servizi di base tra le varie aree, con l’accessibilità degli spazi pubblici per tutte le persone. Il fine è il riconoscimento della dignità e l’evitamento della segregazione. In nome del pensiero della differenza (Luce Irigaray) e della ecologia della mente (Gregory Bateson), costruiamo una idea precisa del percorso da avviare e perseguire.

Sono consapevole di contaminare con lo sguardo psicologico settori di ricerca differenti e trasversali. Attraverso la lettura psicologica, la giustizia spaziale si racconta come un modo di stare al mondo, come una visione della vita integrata, una opportunità per passare da immagine di un gruppo al senso della comunità. La giustizia spaziale rappresenta un modello, anche psicologico, di crescita umana, sociale ed economica. Possiamo parlare di una urbanistica femminista.

Non crediamo nelle architetture che, da sole, favoriscano le relazioni. La circolarità di un luogo, di una costruzione non garantisce tout court la relazione e il benessere di chi vi dimora. Le scelte urbanistiche che tengono in conto gli aspetti psicologici mettono al centro della città la relazione e non la mercificazione, i temi dell’abitare, le difficoltà delle persone e le nuove povertà. Il patriarcato, immortale e onnipresente, preferisce le architetture chiuse, severe, controllate e dure, come le mentalità ignoranti e arroganti, suscitando gli eccessi del poco e del troppo: sono pochi o sono troppi gli eventi, le inaugurazioni, le feste, gli spettacoli?

Da molti anni, propongo percorsi formativi per adulti di educazione Alla persona® – diversi dalle conferenze, dalle tavole rotonde, dai seminari – condividendo una visione del Paese ripresa, inizialmente, da Cristine de Pizan che pubblica nel 1404, da Plautilla Bricci detta Briccia, la pittrice romana del XVII secolo, da Signe Ida Katarina Hornborg, la prima donna al mondo laureata in Architettura nel 1890 in Finlandia, fino a Elena Luzzatto, prima donna a laurearsi in Architettura in Italia nel 1925 alla Regia Scuola di Architettura di Roma.

C’è un capitale femminile (Izaskun Chinchilla, Cosmowomen) che vogliamo riconoscere e valorizzare, riferendoci al ruolo che le persone di genere femminile svolgono nella costruzione delle reti di relazioni fra le persone che vivono e lavorano in una particolare società e che permettono che la società funzioni efficacemente.

Ci educhiamo a uno sguardo e a una pratica relazionale che non si limitino all’atto inclusivo, al paternalismo pietoso, ma allarghino le mappe mentali e prevedano l’umanità così com’è, a disturbare il singolo perché diversa. Recuperiamo il capitale femminile nella tenuta dei sistemi valoriali tramandati, nel lavoro nascosto, di accudimento, di manutenzione delle relazioni, di custodia dei minori e degli anziani, nel lavoro di studio e di ricerca in vari campi, di intelligenza sociale e di strategia collettiva. Crediamo nelle visioni, negli orientamenti, nelle pratiche avviate verso la comunità democratica, seguendo le idee coltivate da Simone Weil, negli anni quaranta e da Adriano Olivetti, negli anni sessanta.

È importante vedere i luoghi che caratterizzano le nostre tappe di vita e ridisegnare una geografia simbolica, una mappa del cuore. Chi ha un luogo, chi ha luoghi, ha anche una storia da raccontare. C’è una giustizia in ogni luogo; in esso tutto convive, tutto esprime un senso della presenza: il benessere, l’appartenenza, l’integrazione, la coesione sociale.

L’architettura ha un aspetto tangibile, è fatta di muri, di finestre, di coperture, di reti e di impianti, ma ha anche una sua dimensione intangibile, produce esperienze corporee e psichiche che incidono sulla salute degli individui e delle comunità. Gli innumerevoli aspetti percettivi e sensoriali, come il caldo, l’umidità, l’ombra, le vedute, la luce e il buio, i suoni e i silenzi dovrebbero rientrare – sempre – nel tema della progettazione urbana, perché sono fattori diretti del benessere dei cittadini. (Rif.Bibl.2)

La cultura della giustizia spaziale richiama l’immaginazione, l’attività, l’energia comunicativa, la qualità emotiva e cognitiva, la stratificazione storica. La cultura, senza il sentimento, la scelta consapevole e la relazione che la fanno bella, è inutile e diviene malessere psicologico, diviene iperattività, ossessione di produzione, sovraesposizione, azione narcisistica. Prima di ogni azione, l’orientamento è psicologico e interviene con le mentalità obsolete, con i copioni perdenti e non vincenti, con gli usi e i costumi reiterati senza discernimento, con le comunicazioni malsane di giocatori psicologici, inconsapevoli e ripetitivi, con i ruoli sociali venduti e comprati per tornaconto personale.

Il tempo degli esperti di bilancio, degli amministratori, dei tesorieri, pre-vede il lavoro filosofico e psicologico. Si delinea una nuova figura sociale, il proletariato urbano che può evolversi e liquidare la catena della diffidenza-paura-discriminazione-odio. I luoghi che attraversiamo nella quotidianità non sono neutri. Crediamo che la protezione della comunità non consista solamente nella tutela dei beni e dello spazio privato. Rivalutiamo il concetto di sicurezza legato alla relazionalità: sentirci più sicuri significa partecipare, costruire legami e alleanze, oltre la retorica securitaria che alimenta i processi di militarizzazione urbana.

Rafforzare i confini, escludere il diverso come nemico, acquisire sistemi di videosorveglianza, barriere architettoniche, rinforzare i perimetri territoriali: spesso, la distanza e l’impossibilità di attraversamento rimandano alla distanza antropologica, alla recessione mentale. La costruzione delle relazioni garantisce spazi non protetti privatamente, come beni individuali al fine di tutelare la comunità, non solo di difendere ciò che possediamo. Ogni via, piazza, abitazione richiama le emozioni, i pensieri, i ricordi personali. Lo spazio della presenza diviene un fenomeno spirituale: se il tempo struttura la personalità, il luogo forgia l’anima.

Gli interventi psicologici perseguono il massimo della differenziazione con il massimo della integrazione. Il fine è l’armonia fra i vari protagonisti nell’elaborazione di pratiche quotidiane per lo sviluppo urbano sostenibile. Gli spazi safe, oltre la dimensione emozionale e affettiva, realizzano materialmente la trasformazione della mentalità e la convivenza comunitaria, rimanendo nel conflitto e nella contraddizione che le relazioni comportano.

Assumiamo l’educazione alla giustizia spaziale come cultura, come stile di vita per generare modelli di sviluppo possibile. I dipinti, il verde, le installazioni, l’apertura di attività commerciali, rischiano di essere un frastuono inconcludente che infiamma e che non diviene orientamento civico comune, servendo soltanto a rendere visibile la competenza di chi realizza le opere. Ci preoccupano le azioni, le trasformazioni e le novità che non sono anticipate e sostenute da una prospettiva libera e democratica dell’esistenza. Rivedere le categorie mentali è il lavoro di base, prima di ogni intervento/attività.

Formare, mettere in forma, rappresenta il fondamento per l’innovazione. Attraverso il lavoro della comunità, non presentiamo un prodotto, ma mettiamo a disposizione un servizio. Il nuovo patto sociale immagina comunità urbane piú solidali. Il lavoro psicologico è un lavoro di lentezza, di fatica, di pazienza e di attesa, di semina e di aperture senza reti e riserve. Quando Virginia Woolf narra della necessità di una stanza tutta per sé, intende non solo un tetto sulla testa, ma uno spazio per muoverci, per pensare, un luogo da strutturare e da destrutturare, un’area di immaginazione e di azione, un modello di corpo in movimento, in un posto riconosciuto e trasformato.

Se sottraiamo lo spazio pubblico alla soggettività degli esseri umani in relazione, esseri umani agenti e resistenti, succede che, a furia di proteggerci da aggressioni, pericoli, invasioni, violenze dimentichiamo l’origine psichica a cui rimandano le nostre preoccupazioni. Il nemico è dentro, non fuori: la paura di scoprirci non più capaci e onnipotenti, ma soli, vecchi, poveri, malati, lontani. L’angoscia di morte, spesso, si nutre della mancanza di relazioni autentiche e della incapacità di governare le proprie emozioni, i pensieri, le azioni. L’impegno è facilitare le relazioni profonde e intime, più che veloci e visibili, è dissolvere una visione della società in difesa di un ordine gerarchico dentro cui anche l’ordine di genere si rafforza e si irrigidisce.

La storia razzista e coloniale pretende il comando e il controllo in nome di un decoro astratto, come sottolinea Michel Foucault.  Le città non possono essere demolite e ricostruite da capo, ma possiamo adottare soluzioni, trovare accorgimenti, mettere in atto cambiamenti – talvolta anche minimi – che migliorino i servizi generali, promuovano una maggior uguaglianza di genere, lavorino nell’interesse e nel benessere di più tipologie di cittadini. Ci tocca ritrovare continuamente l’equilibrio fra la necessità del singolo e il beneficio di tutti.

Abitare spazi trasformativi di comunità ci evita di rimanere in allerta costante, con orari e vie da evitare, bene-dicendo la necessaria e discreta sorveglianza da parte dei corpi armati dello Stato. Custodiamo ancora la memoria delle porte aperte di casa, delle vetrine luminose sulla strada, delle sedie a respirare verso sera sui marciapiedi, dei vicini di casa affabili. Non torniamo indietro, e non stavamo meglio quand’era peggio. Oggi ritroviamo altri strumenti di evoluzione sociale, le nuove formule, gli interessi diversi, gli spazi riparati e aperti, le proposte numerose che ogni amministrazione comunale propone e che ogni piccola comunità organizza.

La città è immeritata, e in questo sta la sua bellezza; ci ricorda che vivere insieme non è questione di merito, ma di cura condivisa: un progetto che cambia e si trasforma. È un patto che va rinnovato a ogni generazione… la città non è solo una centrale di servizi: è per prima cosa un comune ambiente di vita, che spetta a tutti in egual misura. Non dovremmo guadagnarci il diritto di stare in città. Non è un premio e neanche un diritto in senso stretto: è la condizione vitale dell’abitare e fondativa dell’idea stessa di città. È uno spazio sottratto al primato del denaro e del potere, del merito e della fortuna. (1)

La giustizia spaziale non riguarda solo le rampe, gli ascensori, i percorsi facilitanti per difficoltà motorie. Esiste una giustizia spaziale sensoriale, cognitiva, psichica. Infatti, un luogo può essere accessibile fisicamente ma non vivibile gioiosamente. Certo, servono più luce, più alberi, più panchine, più ombra, più fontane, più tavoli per studiare, per mangiare, per appoggiare i gomiti. Ma la partecipazione alla vita collettiva è anche un orientamento esistenziale e prevede uno spirito leggero e misericordioso, uno sguardo fiducioso sugli altri, amministratori compresi, un amore incondizionato verso l’umanità senza pace.

In tal modo vogliamo contrastare la cultura urbana del rifugio privato, della sicurezza individuale, del quartiere chiuso. La convivenza civile viene erosa alimentando la logica del profitto e della sicurezza privata, della rendita e della competizione. Il nostro paese non può perdere la sua tensione etica e divenire solamente il luogo privilegiato di chi ha piú soldi, di chi è competitivo, scintillante, ma diseguale, secondo le logiche di competizione globale: attrarre denari, turisti, eventi.

Modificare i valori, riconoscere i desideri, abbandonare le abitudini maleodoranti, riprenderci il diritto di esistere, incontrarci, restare o andare in libertà. Molti, i più anziani, hanno esperienza: le manifestazioni, le performance in piazza, gli spazi autogestiti, di mutuo aiuto, i centri sociali, le parrocchie, le sedi di partito, tutte le pratiche collettive, sappiamo quanto riescano a rinegoziare il rapporto con lo spazio urbano.

Siamo d’accordo con Elena Granata: Dare valore a un luogo non significa semplicemente aumentarne la rendita o l’attrattività, ma rafforzarne la capacità di sostenere forme di vita, di produrre riconoscimento e appartenenza, di attivare economie locali durevoli. Ma per cambiare serve una visione politica, serve un agire pensante. Serve un agire che nasce dal pensiero. Serve riannodare il filo tra l’agire e il pensare. Serve un agire pensante che abbandona l’illusione consolatoria dei principî. Solo cosí nascono le grandi rivoluzioni. (1)

Riferimenti bibliografici

  1. Elena Granata, La città è di tutti, Einaudi, Torino, 2026
  2. Elena Granata, Il senso delle donne per la città, Einaudi, Torino, 2023

Lizia Dagostino è assessora ai Servizi Sociali del Comune di Bitonto. Nelle foto , alcune installazioni realizzate da Agnes Denes