In passato il territorio di Bitonto era costellato di “laghi”. Un termine da intendersi non nel senso comune, ma come stagni o specchi d’acqua, creatisi in ampie depressioni di natura carsica solamente in determinati periodi dell’anno, soprattutto dopo abbondanti piogge invernali. Originati, dunque, da fenomeni naturali temporanei. In queste zone in occasioni eccezionali l’acqua piovana, anziché penetrare nel terreno, rimaneva in superficie per effetto della saturazione, dando vita a specchi d’acqua che persistevano per settimane o, addirittura, mesi. Laghi effimeri, dunque, che si formavano con i ritmi scanditi dalla natura e dalle stagioni.
È significativo il fatto che nei toponimi di alcune contrade del territorio di Bitonto persista ancora oggi nella denominazione il termine “lago”. Alcuni esempi sono rappresentati da Lago del Signore, la zona che si estende tra la via per Molfetta e quella per San Martino, oppure da Lago di Chitro, un’area che si sviluppa tra la via vecchia e quella nuova per Palo. La stessa piazza di Mariotto (leggi qui), come abbiamo visto, è stata realizzata su uno di questi laghi.

Anche il comprensorio delle Matine (leggi qui), che ritroviamo nella fascia pre-murgiana dell’agro bitontino, sta ad indicare un’ampia zona di territorio un tempo appartenente ad aree paludose ricoperte di acqua. Questi terreni sono stati resi adatti ai lavori agricoli all’inizio del Novecento, prima attraverso interventi di bonifica e successivamente tramite la suddivisione degli appezzamenti, con l’applicazione di tecniche agrimensorie legate al mondo antico e, in particolare, alla centuriazione romana.
Avevano caratteristiche simili pure quei comparti con la denominazione “pezza”. La locuzione “pezza di terra“, che sta per appezzamento di terra, indica un’unità di misura, anch’essa tipicamente romana, corrispondente ad un’area pari a 4 quarte, con una quarta che esprime 40 ordini. Dunque, 160 ordini, equivalenti a circa 2.640,62 metri quadri. Alcuni esempi di questi comparti si trovano soprattutto nei dintorni di Mariotto (Pezza di Bazzarico e Pezza San Francesco), all’interno delle stesse Matine (Pezza della Parata e Pezza Grande) e nei pressi di Torre Quadra (Pezza Mondella).
Per avere oggi un’idea più precisa di come si presentavano questi laghi occorre guardare quelli del territorio di Conversano, che ormai fanno parte di una riserva naturale regionale composta da dieci doline carsiche: Lago Sassano, Lago Chienna, Lago Petrullo, Lago Iavorra, Lago Padula, Lago San Vito, Lago Vignola, Lago Minuzzi, Lago Castiglione e Lago Agnano. Tra questi il più noto, ma anche il più suggestivo, è il Lago Sassano perché riesce a conservare la presenza dell’acqua per quasi tutto l’anno; non a caso è stato attrezzato anche di aree per la sosta. È lo specchio d’acqua maggiormente modificato dall’azione antropica e il più sfruttato dagli abitanti: difatti, alimentava ben 31 cisterne.

“Il Lago” della Murgia del Ceraso
Il termine “lago”, in alcuni casi, è tuttavia associato anche a cisterne per la raccolta dell’acqua piovana a cielo aperto, o ad altre analoghe strutture che hanno però un diverso impiego. Come vedremo di seguito, esistono alcuni esempi di questi manufatti proprio sul territorio bitontino. Nella contrada Murgia del Ceraso, oltre il rilevato del tracciato dell’Acquedotto Pugliese, che segna il limite del Parco Nazionale dell’Alta Murgia, si trova infatti una struttura davvero singolare che, sulla mappa dell’I.G.M. (Istituto Geografico Militare) è denominata “Il Lago“. Essa si raggiunge salendo su per la spartiacque – la strada che conduce all’ex base missilistica “Jupiter”, nota più comunemente, a livello locale, come “Campo dei Missili” – e imboccando la carrareccia di destra, prima di arrivare sul pianoro.
La scoperta di questo manufatto risale ai tempi dell’università, quando da studente, per il corso di Progettazione 1, ho avuto modo di svolgere, come iniziativa personale, un’importante ricerca sul territorio rurale di Bitonto ed in particolar modo sull’ambito murgiano. Il materiale fotografico raccolto, dopo un’attenta reinterpretazione, confluiva sotto forma di disegno nella redazione del progetto per l’esame, che comprendeva anche la struttura in questione.

Il manufatto è un invaso artificiale, verosimilmente utilizzato in passato per il lavaggio delle pecore, attualmente in stato di abbandono. Situato in un impluvio del suolo, quindi capace di raccogliere naturalmente l’acqua piovana, ha una conformazione simile ad un “mungituro”. Di fatti è composto da due recinti ad anello in muro a secco, ma al posto del vano costruito, dove venivano munte le pecore, vi è una vasca a cielo aperto, dotata di una rampa per la discesa, sulla quale venivano condotte le pecore per il lavaggio: una pratica preparatoria alla tosatura della lana, che si svolgeva solitamente nei mesi primaverili o all’inizio dell’estate.
Il lavaggio serviva ad eliminare lo sporco che le pecore accumulavano vivendo all’aperto, pulirne il vello, migliorare la qualità della lana e rendere più facile la lavorazione. Una pratica oramai scomparsa, perché la lana grezza viene lavata dopo la tosatura con impianti specializzati e trattata con moderne tecniche di lavorazione.

La vasca, orientata secondo la direzione NO-SE, è di forma rettangolare, chiusa da murature su tre lati, e una rampa per la discesa all’interno sul lato corto posto a Sud-Est. Esternamente misura 13,13 metri in lunghezza e 5,20 metri in larghezza, equivalenti a 50 palmi e mezzo, e 20 palmi, mentre internamente 12,74 per 4,42 metri, pari a 49 per 17 palmi. I due recinti ad anello, di pertinenza della vasca, sono differenti tra loro sia nella forma che nella grandezza. Quello che si trova di fronte alla rampa è più grande, ed ha una superficie di quasi 120 metri quadri, mentre l’altro ad esso opposto, più piccolo, ha un’estensione di circa 70 metri quadri.
La rampa per la discesa, costituita da 12 gradini, di cui alcuni sommersi e nascosti dalla vegetazione, ha una lunghezza di 6,24 metri, misurata in proiezione, corrispondente a 24 palmi, dunque una estensione per gradino pari a 52 centimetri, uguale a 2 palmi. Ogni gradino, inoltre, è formato da pedate, che hanno delle lastre lisce molto pendenti ed alzate piuttosto basse, composte da un listello lavorato a becco di civetta.

Le murature sui tre lati, invece, hanno filari di conci in pietra lavorati a bozze, con giunti sottili per evitare la dispersione dell’acqua, che arrivano fin dove inizia la rampa per la discesa. La fine di questi filari è segnata da un listello appena sporgente, oltre il quale i conci diventano più lisci e con giunti più ampi. Questa fascia muraria superiore, che costituisce il parapetto della vasca, si conclude con una copertina di pietra sporgente come il listello. Sul muro frontale alla rampa, nell’angolo destro, un arco ribassato smussa la cortina muraria, e un tempo sorreggeva una vera, oramai distrutta, per attingere l’acqua dalla vasca.
Nella fascia del parapetto, sulla muratura di sinistra per chi scende la rampa, si distingue un concio lapideo che rivela il committente dell’opera e l’anno di esecuzione, con la seguente epigrafe: «PER IL CAVALIER D. VINCENZO ROGADEO NOVEMBRE 1864». Dunque la struttura apparteneva al tenimento dei Rogadeo di cui faceva parte anche il complesso di Torre Quadra e forse anche Masseria Pietre Tagliate (leggi qui). Difatti anche se la vasca è isolata, dalla parte opposta dello jazzo rispetto alla strada spartiacque, si trova comunquea breve distanza da esso: è assai probabile che fosse una pertinenza della grande masseria di pecore, composta da ben 8 recinti, 3 dei quali con gli ovili.

Dall’inserto su Mariotto, nella “Collana di monografie” di Antonio Castellano, si ricava che, nel XII secolo, il feudo che comprende Torre Quadra era in possesso della famiglia bitontina dei Castanea, e che a seguito della sua estinzione era passato nelle mani di quella dei Bove. Successivamente, dal 1495 in poi, diviene ininterrottamente un possedimento della famiglia Rogadeo.
Nel 1640 Giovan Pietro Rogadeo fa edificare la chiesetta, sulla quale poi nel 1843 vengono eseguiti importanti lavori da Eustachio Maria Rogadeo, come ci ricorda l’iscrizione lapidea, con lo stemma nobiliare sovrastante, posta sul portale d’ingresso. La fabbrica di Torre Quadra nel tempo ha subito diverse trasformazioni che hanno determinato la modifica del carattere tipologico del complesso: da masseria fortificata, come dimostrano i resti di una torre di avvistamento presenti nel giardino, a villa, ed oggi persino a sala ricevimenti.
Una struttura simile alla vasca illustrata, denominata “Il Lago”, si trova come pertinenza dello Jazzo Tarantini, situato nel territorio del comune di Corato, presso il Bosco Cecibizzo. Qui, però, la vasca per il lavaggio delle pecore non è disposta a distanza, in quanto manufatto autonomo, ma è parte integrante dello jazzo: difatti, è quasi attaccata al recinto perimetrale, come ben si evince dalla foto aerea, nella quale, in realtà, il manufatto si vede poco, per via della vegetazione. Inoltre, nonostante Jazzo Tarantini abbia un impianto meno importante rispetto a quello di Masseria Pietre Tagliate, la vasca ha delle proporzioni pressoché identiche.

Il “Lago della Mandria”
Nel territorio murgiano assieme alle cisterne per la raccolta dell’acqua (con la classica conformazione a doppia falda), le più diffuse, coesistono pure invasi a cielo aperto, indicati anch’essi con il termine “lago”: una tipologia differente messa a punto evidentemente per ragioni funzionali, economiche e pratiche. Bisogna considerare, innanitutto, che l’acqua raccolta in questo tipo di cisterne non è destinata ad un uso potabile, ma per impieghi agricoli o zootecnici, quindi per l’irrigazione dei campi o per l’abbeveraggio e il lavaggio degli animali. La ragione per cui tali cisterne non necessitano di una protezione da polvere, insetti o altro, come avviene invece nei serbatoi per l’acqua potabile. La costruzione di una cisterna chiusa, dotata di una copertura, richiede inoltre più materiali e manodopera, soprattutto per la realizzazione della struttura della volta, mente un invaso a cielo aperto può essere costruito più rapidamente in modo più semplice ed economico,con unanotevoleriduzione dei costi.
Un esempio di questo tipo di struttura si trova nelle immediate vicinanze della vasca per il lavaggio delle pecore appena descritta, situata nella “Murgia del Ceraso”. Proseguendo sempre sulla strada spartiacque, ma andando oltre il “Campo del Missili”, prima di arrivare al confine del territorio di Bitonto, con quello di Altamura, a sinistra vi è infatti l’accesso dell’Azienda Agricola Berloco, riportata sulla mappa dell’I.G.M. come Masseria la Mandria.

Qui, all’interno dell’azienda, nonostante la presenza di una grande cisterna, con la copertura a doppia falda, posta subito dopo l’ingresso, nella distesa dei campi vi è l’invaso denominato Lago della Mandria, situato in prossimità delle Quote di Bitonto (leggi qui). Anch’esso è situato in un impluvio naturale, una caratteristica che accomuna queste strutture e contraddistingue il sito in cui sono state realizzate. La forma dell’invaso è quadrilatera, ma vista dall’alto appare pentagonale per via dello smusso piuttosto accentuato di un angolo, dove quasi certamente è collocata la vera per attingere l’acqua dalla vasca. Ciononostante la struttura ha un rapporto 1:2 tra il lato più lungo, che misura 11,44 metri, equivalenti a 44 palmi, e quello corto non smussato, che ha una dimensione di 5,72 metri, pari a 22 palmi.
Raggiungere questo manufatto, all’interno della proprietà dell’azienda, non è proprio semplice: non è stato possibile infatti visionarlo e fotografarlo. Per conoscerne la struttura effettiva e il suo stato di conservazione, ci affidiamo alle esclusive immagini ricavate dal satellite. Possiamo immaginare, tuttavia, che sia molto simile ad un’altra struttura, la cisterna di Masseria Lamadenza, situata nell’omonima contrada del territorio di Toritto, in prossimità di Quasano.
Si tratta di un grande invaso a cielo aperto – posto strategicamente alla confluenza di tre piccole lame, nelle vicinanze della monumentale “Quercia della Gloria”, indicata persino nella mappa dell’I.G.M. – che serve una masseria di pecore. Un vero e proprio jazzo. Le sue dimensioni sono molto più ampie rispetto al Lago della Mandria: sorprende il suo aspetto imponente di pietra nel sito in cui si trova. Il lato più lungo misura 19,76 metri, equivalenti a 76 palmi, e quello corto non smussato ha una dimensione di 8,84 metri, pari a 34 palmi. Questa enorme cisterna è dotata a monte di un’altra vasca più piccola che rappresentava il punto di immissione dell’acqua e, quasi certamente, funzionava come “sentina” o “purgatoio“, una sorta di filtro per far depositare il limo e i detriti. Nell’angolo opposto, verso l’esterno, vi è una grande pila per l’abbeveraggio delle pecore: una vasca in pietra scavata in un unico blocco che supera i 5 metri di lunghezza.

Di questi invasi, scavati dall’uomo, nel tipico paesaggio naturale murgiano dominato da pascoli, nessuno più si cura: giacciono desolati, abbandonati a se stessi, in balia di un destino oramai segnato, che segue uno stato di degrado che avanza, lentamente e in modo inesorabile. Eppure hanno saputo catturare il raro dono della pioggia divenendo culle di acqua e, nonostante costituiscano ancora oggi un importantissimo punto d’approvvigionamento idrico per specie faunistiche, sia stanziali che migratrici del Parco Nazionale dell’Alta Murgia, sono destinati a lungo andare a perdersi per sempre. Senza lasciare un’eco, una memoria di un paesaggio che un tempo ha saputo dare speranza.
Nella foto in alto, l’invaso artificiale denominato “il Lago” (Foto di Domenico Fioriello)





