Oltre alle quattro cisterne pubbliche, costruite fuori dalle porte di accesso alla città antica di Bitonto, e a quelle delle frazioni di Palombaio (leggi qui) e Mariotto (leggi qui), che abbiamo già passato in rassegna, vi è un insieme di riserve idriche, sempre ad uso pubblico, sparse per tutto il territorio comunale. Si tratta di una serie di “pescare” e pozzi, dislocati in particolare lungo le principali radiali: il sistema viario che ha connotato fortemente il paesaggio campestre bitontino, formato da una raggiera di strade che si diparte dal centro urbano; con alcune di queste che collegano la città alle località limitrofe, ed altre, quelle vicinali, più semplicemente di servizio al contado.
Tale rete stradale, nel periodo post bellico, è stata raccordata sapientemente mediante un’arteria anulare, la Poligonale (leggi qui): una strada conformata a cerchio, figura geometrica perfetta per eccellenza, felicemente calibrata sull’agro comunale di Bitonto. L’infrastruttura, autentico capolavoro urbanistico, è stata realizzata strategicamente e con grande intuizione in maniera tale da rendere più agevoli gli spostamenti nelle campagne e il collegamento con la città.

Nelle campagne disseminte di ulivi questa particolare configurazione viaria, strutturata anche attraverso la collocazione di riserve idriche, è stata da sempre fondamentale per lo svolgimento dell’attività agricola: il settore economico un tempo trainante dell’intera città.
Una maggiore concentrazione di queste cisterne si rileva nei due quadranti posti a sinistra dell’asse nord-sud della città, definiti dalle strade di Via Megra e della Via per Giovinazzo. L’area in questione, divisa dunque secondo la direzione ovest, è segnata fra l’altro dal passaggio, in modo baricentrico, di quell’importante arteria che è la via Appia, ed è pure contraddistinta dalla concentrazione dei Lamioni (leggi qui): strutture rurali, destinate un tempo al deposito di attrezzi agricoli o al ricovero per gli animali, che evidenziano la specifica vocazione agricola della zona.

Le cisterne rurali venivano utilizzate essenzialmente dagli addetti ai lavori agricoli, coltivatori e braccianti che attingevano l’acqua per dissetarsi o abbeverare gli animali, ed erano costruite in siti particolari del paesaggio caratterizzati da depressioni, leggeri declivi naturali o impluvi, in cui l’acqua piovana si raccoglieva spontaneamente.
Da un punto di vista tipologico queste cisterne, appena emergenti dal suolo, presentano in molti casi la classica conformazione con la copertura a due falde, che restituisce a tali manufatti l’immagine e la dignità architettonica dei frontoni di un tempio: un tempio dell’acqua appunto. I due spioventi erano costituiti da un lastricato di “chianche”, con una bocca per il prelievo del liquido sul colmo, e raramente dotati sui bordi di canali di gronda in pietra per la raccolta dell’acqua o da vasche per l’abbeveraggio degli animali. In altri casi, invece, hanno semplicemente la copertura piana.
Questi serbatoi, per lo più seminterrati, internamente erano composti unicamente da uno spazio voltato a botte, per la conservazione dell’acqua. Date le modeste dimensioni non erano quindi in grado di raccogliere grossi quantitativi d’acqua, perciò non servivano per usi irrigui.

L’ELENCO DELLE CISTERNE PUBBLICHE RURALI NEI DOCUMENTI D’ARCHIVIO
Consultando i documenti dell’Archivio comunale di Bitonto, conservati presso il Museo Archeologico, Fondazione De Palo-Ungaro, nel fascicolo relativo ai”Lavori di riparazioni alle cisterne rurali”, previsti nel 1886, è stato possibile rinvenire l’elenco di tutte queste riserve idriche pubbliche: una sorta di censimento, stilato il 24 marzo 1868 e firmato dal sindaco Giovanni Sylos-Labini.Di questo elenco vi sono due versioni uguali nel contenuto: una più datata è un manoscritto redatto su di un unico foglio, l’altra invece è dattiloscritto su due pagine.
L’elenco è composto da 48 pozzi, tra i quali diversi si trovano sulla Via di Cela e la Via di Sotto. Il primo della lista è il “Pozzo Fontana” situato presso Porta Lamja: è assai probabile che si tratti dello stesso denominato in altri atti come Fontanella (leggi qui), di cui abbiamo già avuto modo di parlare. Tale lista è stata trascritta da Donato De Capua nel suo volume Stemma e gonfalone del comune Bitonto, e successivamente utilizzata da Antonio Castellano per la redazione di una pianta in scala 1:25.000 in vista di una campagna di recupero delle cisterne. Il grafico è contenuto nell’inserto intitolato Pozzi e cisterne a Bitonto, incluso nella Collana di monografie.

Nel fascicolo contenente l’elenco vi sono altri documenti dai quali si rileva che tra il 1893 e il 1894, sotto l’amministrazione guidata dal sindaco Pasquale Cioffrese, diverse cisterne pubbliche rurali sono state oggetto di interventi di restauro. Difatti il 1° luglio 1893 viene stipulato il contratto con il capo mastro Amennuni Domenico per urgenti lavori di riparazioni alle cisterne di campagna, mentre il 7 agosto 1894 viene redatta dall’architetto Giuseppe Masotino una stima delle lavorazioni da eseguirsi su alcune di esse.
Risultano interessate da lavori di restauro: «la cisterna sulla strada di Cela detta S. Demetrio, la cisterna sulla via Sedella, la cisterna Pozzo delle Grue su Via San Martino, cisterna sulla strada Cagnano, cisterna sulla strada Bosco Iacono, la cisterna su Via Palese, e la cisterna San Lorenzo su Via Balice». Le lavorazioni previste ovviamente sono varie a seconda dello stato di conservazione di ognuna, ma sostanzialmente includono nella maggior parte dei casi le ricostruzioni di alcune parti, muratura, volta o rinfianco, oppure il rifacimento dei cantoni di pietra o la pavimentazione in basole delle coperture.

LAVORI DI RIPARAZIONE DEL 1946 SULLE CISTERNE PUBBLICHE RURALI
Risulta alquanto strano, invece, che tra i documenti d’archivio del comune non vi siano atti che attestino i lavori di riparazione effettuati su alcune cisterne pubbliche rurali, inserite proprio nell’elenco sopra menzionato, testimoniati comunque con la giustapposizione dell’epigrafe “CISTERNA COMUNALE 1946“, sugli stessi manufatti oggetto di recupero.
Tenendo conto dell’annata è assai probabile che questi interventi siano stati eseguiti sotto l’amministrazione comunale guidata dall’ingegnere Nicola Calamita,Sindaco di Bitonto dal 25 maggio del 1946 al 25 maggio del 1952. Un’amministrazione quella di Calamita assolutamente virtuosa, che vanta a suo merito la realizzazione di diverse opere pubbliche importanti, tra cui la già citata Poligonale e il rimboschimento di diversi ettari di proprietà comunale, che ha creato il cosiddetto “Bosco di Bitonto”.

Come si evince dal libro Sindaci di Bitonto dall’Unità d’Italia ad oggi, a cura di Antonio Castellano e Michele Muschitiello, l’ingegnere Nicola Calamita, prima di essere eletto sindaco di Bitonto, aveva ricoperto la carica di Sub Commissario Prefettizio, dal 19 ottobre 1943 al 29 aprile 1944, nonché di Commissario Prefettizio, dal 29 aprile 1944 al 6 settembre 1944, dimostrando già in questi ruoli un particolare interesse al tema dell’approvvigionamento idrico.
Nonostante l’istituzione dell’EAAP (Ente Autonomo Acquedotto Pugliese), l’ing. Calamita si era occupato della “Attivazione, sistemazione e censimento delle cisterne pubbliche 1943-1945“, come si deduce da un altro fascicolo dell’archivio comunale. Incuriosisce tra questi atti la presenza di un manifesto, sempre a firma del Calamita, in cui riprende alcuni concittadini per atti vandalici commessi sulle fontanine pubbliche. Niente di nuovo sotto il sole visto che oggigiorno ci lamentiamo esattamente delle stesse problematiche. È assai probabile, quindi, che i lavori eseguiti sulle cisterne nel 1946 siano consequenziali a questa attività già avviata dal Calamita e sancita attraverso la giustapposizione dell’epigrafe sulle cisterne a completamento di un censimento ufficiale delle stesse.
É doveroso, inoltre, segnalare tra i documenti una “Ordinanza per il ripristino delle cisterne private 1943” emessa ancor prima dal Podestà Giovanni Battista Dragone. Anche se il contenuto di questi atti non è di grande interesse, tuttavia serve a farci capire ulteriormente fino a che punto, un tempo, fosse davvero sentito il problema del reperimento dell’acqua.

Tra le cisterne pubbliche rurali oggetto di ristrutturazione nel 1946, che presentano l’epigrafe collocata sul fronte, possiamo citare quelle dislocate su Via Cela e Via di Sotto. Alcune di queste, pur conservando la loro funzione, hanno perso i caratteri originali.
Lungo la radiale denominata Via di Sotto, subito dopo l’incrocio con la Poligonale, a bordo strada, sulla sinistra, vi è la riserva idrica designata nell’elenco del 1868 come Pozzo Torre Carrieri, posta in prossimità dell’omonima torre. La stessa cisterna, invece, è indicata nella vecchia versione cartacea della C.T.R.(Carta Tecnica Regionale) comePescara Mininni, nella contrada Lama Porcarella: un tratto della più nota Lama Balice.
Il serbatoio idrico, che ha un rapporto diretto con la strada, si presenta appena fuori terra, come tanti altri di questa tipologia, mentre ha uno spiccato elevato sul piano del fondo rustico in cui esso si trova, perché sottoposto rispetto alla via. Il manto di copertura in cemento è quasi piatto e le pendenze per la raccolta dell’acqua sono davvero minime.

Sempre sulla Via di Sotto, ma più avanti, sulla destra, è situata l’antica Pescara di Senzio, visibile comunque dalla strada. Il toponimo rilevato dall’IGM (Istituto Geografico Militare) per contrassegnare la contrada Parco di Senzio non ha una effettiva corrispondenza con una cisterna compresa nell’elenco di quelle pubbliche rurali. Difficile capire quindi a quale corrisponda. È probabile che si tratti di quella indicata come Pozzo Monte Ascoso, considerando che la logica con cui è stato costruito l’elenco segue un ordine che parte dalla campagna e va verso la città, e che il precedente è Pozzo Aia di Leo, posto in una zona adiacente, nelle vicinanze dell’omonimo lamione, oggi andato purtroppo perduto assieme al pozzo stesso.
La Pescara di Senzio si distingue per le sue dimensioni più accentuate. Con la ristrutturazione del 1946, quasi certamente ha subito delle alterazioni, perdendo il caratteristico manto di copertura in chianche di pietra calcarea. Tant’è che oggi si presenta con gli spioventi in cemento.
Su Via Cela, invece, proprio laddove la contrada prende il nome di Parco Cela assumendo i connotati di un sito davvero interessante, oltre che suggestivo dal punto di vista naturalistico, si trovano le due Pescare di Cela, molto vicine tra loro. Queste, assieme ad altre fabbriche, dislocate a breve distanza, ma nascoste tra gli ulivi, formano un complesso rurale sparso composto dalla Torre e dal Lamione di Cela.
La Torre, che versa in assoluto stato di abbandono, costituisce un punto di riferimento importante nel paesaggio bitontino perché identifica un vertice trigonometrico dell’IGM. Entrambi i serbatoi della contrada hanno la copertura piatta anch’essa di cemento, però hanno dimensioni differenti tra loro: quella verso Bitonto più piccola, dotata di una sola bocca di prelievo, mentre l’altra, quella verso Palombaio, è più grande ed ha due boccagli.
Oggi alcune delle cisterne pubbliche annoverate nel censimento redatto nel 1868 sono in completa rovina. Alcune non sono più quasi rintracciabili: si pensi a quelle lungo la strada vicinale Pozzo Corte e Pescara di Scipione.

CONCLUSIONI
Oggi queste cisterne non sono più funzionanti come un tempo, perché nessun addetto all’agricoltura attinge più acqua per dissetarsi, né tantomeno vi sono più animali da abbeverare. Per motivi di sicurezza tante presentano il boccaglio per il prelievo tamponato; in alcuni casi anche distrutto rappresentando così una fonte di pericolo, come nel caso della Pescara di Cela più grande.
È da tempo invece che i coltivatori ormai hanno spostato la loro attenzione sull’approvvigionamento idrico per usi agricoli cercando di sopperire ai lunghi periodi di siccità, che sempre più viviamo, con la realizzazione di pozzi artesiani: sistemi alternativi e innovativi, che hanno il grande vantaggio di garantire un rifornimento costante di acqua per l’irrigazione degli ulivi.
Questi pozzi sono ricavati tramite una profonda perforazione nel suolo che va ad intercettare una falda acquifera confinata tra due strati impermeabili. L’acqua viene portata in superficie attraverso l’uso di pompe sommerse, raccolta in alcuni casi dapprima in enormi vasconi, e poi distribuita mediante pompe di spinta per irrigare gli ulivi nei campi anche a notevoli distanze. La realizzazione e la gestione di questi pozzi è affidata a consorzi agrari (Consorzio di Bonifica o l’ARIF, l’Agenzia Regionale per le Attività Irrigue e Forestali) operanti su base locale o sovracomunale, oppure da cooperative costituite da un gruppo di soci agricoltori privati.
Su Via Cela, infatti, a breve distanza dalle “pescare” già citate vi è uno di questi pozzi artesiani che prende la denominazione proprio dalla contrada di “Parco di Cela”, come si evince dalla scritta riportata sul muro di recinzione.
Nella foto in alto, la Pescara di Senzio vista dalla strada carraia in contrada Parco di Senzio Le foto di questo saggio sono di Domenico Fioriello





