Alla fine del Cinquecento, a Firenze, un gruppo di appassionati di dramma antico e, soprattutto, di musica, si riuniscono in una specie di accademia, conosciuta come la Camerata de’ Bardi, e si chiedono se le tragedie che tanto amano (e che in quegli anni divengono materia di studio, insieme a tutto ciò che era antico o, meglio, classico) siano cantate e musicate da cima o fondo o se abbiano tale caratteristica unicamente le parti del coro. Erano gli anni, appunto, in cui come nota Francesco De Sanctis nella sua Storia della letteratura italiana, il mondo greco e latino “si presentava alle immaginazioni come una specie di Pompei, che gl’italiani si affaticavano a disseppellire e tutti volevano visitare e studiare”.

Era così vivo, così presente, l’interesse per quel mondo lontano e per la sua cultura straordinaria, che, quando Ottavio Rinuccini scrisse il primissimo libretto della storia del melodramma e lo fece musicare a Jacopo Peri, non poteva non riguardare una storia tra le più famose dell’antichità, e cioè quella del mito di Apollo e Dafne. Da lì in poi quel nuovo dramma in musica (che era un moderno rifacimento del teatro ateniese) raccontò il rapimento di Cefalo, la morte di Orfeo, la storia di Andromeda e di Arianna, annoverando nel corso del tempo vicende, episodi che, grazie alla musica, diventarono parte di un patrimonio condiviso. Una storia che anche chi non aveva conoscenze musicali canticchiava per le vie, in casa propria, mentre si guadagnava il pane. L’amore, la morte, i rapimenti, i tradimenti, tutto finiva col diventare materia di splendide arie e di intrecci meravigliosi.
Perciò non stupisce che Pietro Antonio Domenico Bonaventura Trapassi, meglio noto come Metastasio, abbia dedicato il suo primissimo melodramma proprio a Didone e alla sua storia d’amore, tragica e terribile, che Virgilio con tanta cura aveva raccontato nell’Eneide. Un amore che vede la fine di una regina che, da sola, aveva reso Cartagine una città forte e temibile. Una storia, tra le più note, che Metastasio riscrive, adattandola ai gusti e alle esigenze del teatro musicale del suo tempo. Tommaso Traetta riprendendo il libretto della Didone abbandonata, che ben mostrava il genio di Metastasio, ne musicò la versione andata in scena nell’autunno del 1757 al Teatro Giustiniani di San Moisè, a Venezia.

È curioso che fossero previsti anche dei momenti danzati, che sarebbero stati curati da Domenico Cupis detto Paita, un coreografo noto per aver diretto i balletti e gli intermezzi di importanti drammi giocosi, come per esempio la celebre opera buffa Il filosofo di campagna (1754) di Carlo Goldoni, con le musiche di Baldassarre Galuppi. E che, in questo caso, abbandonava i rapidi movimenti della commedia, per trasmettere al pubblico tutto il dramma di una storia d’amore infuocata. E non è di certo un caso che, durante il Traetta Opera Festival, nello spettacolo D’amore Acceso firmato dal coreografo Domenico Iannone, il colore che dominava l’intero corpo di ballo della Compagnia AltraDanza, fosse proprio il rosso. La sola tinta adatta a raccontare una storia d’amore e di distruzione. Una storia che non solo provocherà la morte di una regina ma anche la fine di una città.
Traetta si confrontò diverse volte con la storia dell’eroe troiano, per esempio nel libretto di Enea nel Lazio del 1760 e in quello di Enea e Lavinia del 1761, ma è in Didone abbandonata che, aiutato dai versi di Metastasio, ha reso fino in fondo il dolore della perdita, il dramma dell’abbandono, il desiderio di cambiare il proprio destino e l’impossibilità di farlo. Infatti, a essere determinante nella decisione di Enea di andar via da Cartagine non sono gli dei e neppure il fato, che ha così tanto peso nella storia di Virgilio. No, è la promessa fatta a suo padre, ad Anchise, che impedisce a Enea di godersi la sua storia d’amore con Didone. La regina, contrariamente al profugo troiano, è pronta a dimenticare tutto, a vedere la fine del suo stesso regno, pur di essere felice. E, come accade spesso nei drammi antichi, quel suo atto di hybris, di tracotanza, sarà punito con un epilogo funereo.

Il solo modo per rendere il totale abbandono, da parte di Didone, di ogni logica, di ogni norma, di ogni forma di buonsenso non poteva che essere la danza, che già nel Settecento era un elemento tutt’altro che marginale dello spettacolo d’opera, e anche la prima versione di Didone Abbandonata – andata in scena il 1º febbraio 1724 al Teatro di San Bartolomeo di Napoli durante il Carnevale e musicata da Domenico Sarro – si era distinta per una coreografia particolarmente sfarzosa ed esotica, con Iarba, re dei Mori, che entrava in scena accompagnato da animali feroci e con l’incendio finale della reggia. Il movimento dei corpi, insomma, ha sempre accompagnato questa storia. La coreografia contemporanea ideta da Iannone per il Traetta Opera Festival riprende e trasforma, a distanza di quasi trecento anni, una tradizione che la storia di Didone ha avuto sin dall’inizio.
Scopo della rassegna dedicata a Traetta non è quello di fare un recupero archeologico del passato, ma dimostrare che l’opera d’arte, che queste musiche, questi libretti, queste storie antiche hanno ancora oggi tanto da dirci, e possono rivivere anche all’interno di un contenitore nuovo, fresco, innovativo, come quello della danza contemporanea, senza perdere la propria potenza drammatica. Che la musica lirica, il melodramma, l’opera tout court, non si compongono solo di grandi nomi, come quello di Mozart o Puccini, ma che devono la loro longevità e la loro potenza anche a geni indiscussi, non così noti presso il grande pubblico, ma certo meritevoli d’ogni onore, perché hanno elevato, trasformato, reso grande un’arte squisitamente italiana.

Angelo Solerti, celebre critico letterario e storico, fondamentale per gli studi sulle origini del melodramma e del teatro musicale tra il XVI e il XVII secolo, scrisse in un celebre saggio che quell’intuizione della camerata fiorentina è simile alla scoperta dell’America. Infatti, proprio come Colombo pensava di trovare le Indie, i membri di quel gruppo, nel tentativo di rintracciare la musica ateniese, “scoprirono quella italiana, che da tre secoli delizia tutto il mondo civile” e per fortuna continua a farlo, anche grazie a festival come questo, i cui ideatori si ingegnano nel portare nelle scuole la storia di Traetta, delle maschere della Commedia dell’Arte, le grandi innovazioni del periodo napoletano. E tra il pubblico le esibizioni di giovani stelle del firmamento musicale, come la violinista Elisso Gogibedaschwili e il Duo Perfetto – Robert Witt e Clorinda Perfetto – interprete de Le stagioni, op. 37a di Pëtr Il’ič Čajkovskij (1840-1893), Las Cuatro Estaciones Porteñas di Astor Piazzolla (1921-1992) accanto alle decisamente più note quattro stagioni di Antonio Vivaldi (1678-1741).
Il Traetta Opera Festival non vuole rivolgersi a pochi eletti, ai conoscitori di musica classica, a chi ha passato la vita in conservatorio; ma vuole aprirsi alla comunità, a dimostrazione che l’arte e la cultura appartengono a tutti. Che è possibile emozionarsi per una storia d’amore così antica, anche solo vedendo dei corpi danzare.
Nelle immagini, i ballerini della Compagnia AltraDanza





