Trani non ha bisogno di padroni. Solo di rispetto. Si conclude con queste parole l’esperienza amministrativa di Marco Galiano, che martedì scorso ha confermato la volontà di lasciare la carica di sindaco di Trani, respingendo definitivamente l’ipotesi di un ripensamento. Una decisione che arriva a poco più di quattro mesi dalla sua elezione e che rappresenta l’epilogo di una crisi politica maturata all’interno della stessa coalizione di centrosinistra che lo aveva sostenuto. Una vicenda che, al di là delle dinamiche strettamente locali, racconta molto delle contraddizioni della politica dei nostritempi, soprattutto di quella che si consuma nei consigli comunali e nelle stanze delle amministrazioni cittadine. Dove troppo spesso la costruzione di una visione condivisa del futuro lascia spazio alla distribuzione di incarichi, alla ricerca di equilibri tra gruppi e correnti e alla necessità di accontentare tutti, anche a costo di compromettere la capacità di governo.

Un sindaco eletto per cambiare, costretto a lasciare
L’avventura amministrativa di Marco Galiano, dirigente scolastico e sindacalista, comincia l’8 giugno, con la vittoria al ballottaggio alla guida di una coalizione di centrosinistra composta, tra gli altri, da Partito Democratico, Alleanza Verdi e Sinistra, Italia Viva e liste civiche. Un successo ottenuto con quasi il 51% dei voti e accompagnato dalla promessa di imprimere una svolta alla gestione della città.
La guerra interna al centrosinistra
Fin dalle prime settimane, tuttavia, emergono le difficoltà di tenere insieme le diverse anime della maggioranza. Le divergenze, inizialmente riconducibili alla normale dialettica politica, si trasformano progressivamente in contrasti sulla gestione delle scelte amministrative e sugli equilibri interni alla coalizione.
La scuola diventa il terreno dello scontro
Il primo nodo a esplodere pubblicamente è quello del dimensionamento scolastico, con la proposta di accorpare il plesso di Scuola media Giustina Rocca alla Scuola primaria Edmondo De Amicis, creando un nuovo istituto comprensivo. Un provvedimento che provoca la mobilitazione delle famiglie e fa emergere posizioni differenti anche all’interno della maggioranza: da una parte Alleanza Verdi e Sinistra, favorevole alla riorganizzazione, dall’altra il Partito Democratico, contrario alla soluzione prospettata. Galiano cerca una mediazione, proponendo di rinviare di un anno l’eventuale accorpamento, ma il confronto politico si rivela sempre più difficile.

Le accuse al Partito Democratico e a Debora Ciliento
Particolarmente significativo, in questa vicenda, è il ruolo dell’assessora regionale all’Ambiente Debora Ciliento, esponente di spicco del Partito Democratico a livello locale. Proprio contro di lei il sindaco rivolge alcune delle accuse più dure nell’intervista rilasciata a Davide Carlucci per la Repubblica, all’indomani delle sue dimissioni. «I miei, quelli del mio partito, compresa l’assessora regionale all’Ambiente Debora Ciliento, mi hanno detto: questo non lo devi fare», racconta Galiano, spiegando che le resistenze alla riorganizzazione scolastica sarebbero state motivate anche da ragioni elettorali. Secondo la ricostruzione del sindaco, alcuni esponenti del PD avrebbero infatti promesso di non procedere all’accorpamento, senza coinvolgerlo, e temevano di perdere consenso in vista delle successive elezioni. Ancora più pesante l’accusa rivolta direttamente a Ciliento, che, sempre secondo quanto dichiarato da Galiano, gli avrebbe prospettato la bocciatura del provvedimento in giunta regionale qualora avesse deciso di portarlo avanti. Una circostanza denunciata dal sindaco nell’intervista, che rende evidente quanto lo scontro avesse ormai superato il merito della questione scolastica per trasformarsi in una contrapposizione politica interna allo stesso partito.
Pressioni, nomine e il rischio di essere un «burattino»
Ma il dimensionamento scolastico rappresenta soltanto la punta dell’iceberg. Nella medesima intervista a Repubblica, Galiano allarga il discorso alle pressioni sulle nomine nelle società partecipate, in particolare Amet e Stp, denunciando continue interferenze nelle proprie scelte amministrative. «Fai questo, metti questo, metti quest’altro, fai così, fai colà», racconta il primo cittadino, prima di porre una domanda destinata a diventare emblematica dell’intera vicenda: «A questo punto che faccio, il burattino?».
Centonove giorni di governo e una crisi senza ritorno
Il 25 settembre arriva così la formalizzazione delle dimissioni, motivate con l’impossibilità di trovare una sintesi politica sui principali temi dell’agenda amministrativa. Sono trascorsi appena 109 giorni dalla sua elezione. Si apre il periodo di venti giorni previsto dalla legge per un eventuale ripensamento. Le forze politiche cercano di ricomporre la frattura, mentre si susseguono incontri, dichiarazioni e tentativi di mediazione. Per alcuni giorni sembra possibile un ritorno del sindaco alla guida dell’amministrazione, anche attraverso una ridefinizione degli equilibri politici e il riconoscimento delle sue prerogative sulle nomine. Ma la crisi è ormai ben lontana dall’essere risolta.
La maggioranza perde i pezzi, il sindaco perde la fiducia
Il 9 ottobre si consuma un passaggio decisivo. La giunta comunale, riunita senza Galiano e presieduta dal vicesindaco Tommaso Laurora, approva alcuni provvedimenti urgenti, tra cui la variazione di bilancio necessaria a garantire la continuità della manutenzione del verde pubblico e, soprattutto, il piano di dimensionamento scolastico nella versione proposta dal sindaco prima delle dimissioni.
Un paradosso politico: il provvedimento che aveva contribuito a provocare la rottura viene infine approvato, ma quando ormai la crisi ha assunto dimensioni ben più profonde e difficilmente ricomponibili. Nella stessa giornata arriva infatti l’annuncio dell’uscita dalla maggioranza di Puglia Popolare, il movimento rappresentato in giunta da Carlo Laurora e Donata Di Meo. I due partecipano alla seduta, votano i provvedimenti all’ordine del giorno e successivamente comunicano la decisione di restituire le deleghe e passare all’opposizione.
«Con grande dispiacere e con grande rammarico», dichiara Laurora, «abbiamo verificato che non ci sono più le condizioni per continuare questa esperienza amministrativa con il sindaco Galiano». Il movimento ribadisce la propria stima personale nei confronti del primo cittadino, ma prende atto dell’impossibilità di attuare il programma di governo. Una posizione confermata anche il 12 ottobre, quando Puglia Popolare ribadisce che la propria uscita dalla coalizione è definitiva, indipendentemente dall’eventuale decisione di Galiano di ritirare le dimissioni. A quel punto, la prospettiva di ricostruire una maggioranza stabile appare ancora più lontana.

Le dimissioni come scelta politica
E così, nella lunga lettera pubblicata per confermare le proprie dimissioni, Galiano chiarisce che le ragioni della sua scelta vanno ben oltre le singole questioni amministrative che hanno occupato il dibattito delle ultime settimane. Il problema, secondo il sindaco, non è stato semplicemente il dimensionamento scolastico, né la gestione delle società partecipate, ma un metodo politico che avrebbe progressivamente subordinato la qualità delle decisioni alla necessità di mantenere gli equilibri tra le diverse componenti della maggioranza.
Durante le settimane successive alle dimissioni, spiega, non avrebbe chiesto incarichi, contropartite o particolari condizioni per rimanere. Avrebbe atteso soltanto un segnale concreto di cambiamento, che però non è arrivato.
«Io mi sono posto un limite invalicabile: la mia dignità di uomo e quella della Città», scrive Galiano, spiegando di aver maturato la decisione quando la fiducia nei suoi confronti era scesa sotto una soglia per lui accettabile e le pressioni erano diventate intollerabili. Una presa di posizione che il sindaco rivendica come un atto di responsabilità, rifiutando la prospettiva di continuare ad amministrare attraverso compromessi sempre più penalizzanti.

La lezione di Trani sulla crisi della politica locale
La vicenda di Trani, però, merita una riflessione che supera i confini cittadini. Perché il problema che emerge dalle parole di Galiano riguarda una degenerazione sempre più evidente di una parte della politica locale, nella quale il confronto sulle idee e sui programmi finisce troppo spesso per essere sostituito da una contrattazione permanente su incarichi, deleghe, nomine e posizioni di potere.
La domanda che dovrebbe accompagnare ogni esperienza amministrativa – Quale città vogliamo costruire? – viene progressivamente soppiantata da interrogativi assai meno nobili: quali equilibri garantire, quali gruppi accontentare, quali richieste soddisfare per conservare una maggioranza numerica. Il risultato è una politica che rischia di trasformare le istituzioni in un terreno di scambi e favori, dove la sopravvivenza dell’amministrazione diventa più importante delle ragioni per cui quella stessa amministrazione è stata eletta.
Il potere non vale qualsiasi compromesso
Non si tratta di negare la legittimità del confronto tra forze politiche differenti, né la necessità di trovare compromessi, che rappresentano un elemento essenziale della democrazia. Il problema nasce quando il compromesso smette di essere uno strumento per raggiungere un obiettivo comune e diventa esso stesso l’unico obiettivo. Quando si governa per mantenere in piedi una maggioranza anziché mantenere in piedi una maggioranza per governare. È proprio in questo contesto che la scelta di Galiano assume un significato politico particolarmente rilevante. Il sindaco avrebbe potuto accettare una ricomposizione formale della crisi, ottenere qualche rassicurazione e proseguire il proprio mandato, pur nella consapevolezza di guidare un’amministrazione indebolita, costantemente esposta ai condizionamenti politici e costretta a negoziare ogni decisione.

«Trani non ha bisogno di padroni. Solo di rispetto»
Avrebbe potuto, insomma, scegliere di restare sindaco, anche a costo di diventare il sindaco di una città amministrata da altri. Ha invece preferito dire no alla prospettiva di una sindacatura azzoppata, nella quale la fascia tricolore avrebbe rischiato di rappresentare più una responsabilità formale che un’effettiva possibilità di incidere sulle sorti della comunità.
Una scelta certamente dolorosa, che lascia aperti interrogativi anche sulla capacità di costruire e tenere insieme una coalizione e che avrà conseguenze importanti per la città: un periodo di commissariamento dai tempi non facilmente prevedibili, seguito da nuove elezioni che inevitabilmente rallenteranno l’azione amministrativa e lasceranno in sospeso molte questioni decisive per il futuro del territorio. Ma che rivela anche un coraggio non così frequente nella politica locale: quello di rinunciare al potere quando esercitarlo significa accettare condizioni incompatibili con la propria idea di amministrazione. In un sistema politico nel quale la permanenza nelle istituzioni viene spesso considerata un valore assoluto, indipendentemente dai risultati e dalle condizioni in cui si governa, Galiano ha rivendicato il diritto di porre un limite.
Non è detto che questa scelta basti a cambiare le dinamiche politiche di Trani, né che rappresenti di per sé una soluzione ai problemi della città. Ma almeno costringe a riportare al centro una questione troppo spesso dimenticata: amministrare non significa occupare una posizione di potere, bensì assumersi la responsabilità di compiere scelte nell’interesse della collettività. È una distinzione che dovrebbe apparire scontata, ma che le cronache politiche locali continuano a dimostrare quanto sia difficile da praticare.





