Se un film diventa un cult, è merito del pubblico

La serata dedicata a Lino Banfi al Bif&st diventa un viaggio nel cinema popolare italiano, tra Salce, gli archetipi del teatro di tradizione e un premio che celebra quarant’anni di comicità irresistibile

Ieri si è concluso il Bif&st. Il Petruzzelli ha aperto le sue porte per ospitare un grande pubblico, desideroso di assistere alla proiezione di un film cult come Vieni avanti cretino (1982) di Luciano Salce, e per vedere il documentario di Marco Spagnoli, Lino d’Italia. Storia di un ItALIENO, per festeggiare i novant’anni di Banfi, ormai ospite fisso del festival. Il comico ha ricevuto anche il premio Arte del cinema, per la sua lunga carriera e per aver portato la Puglia sul grande e piccolo schermo. 

Vieni avanti cretino è un film che non dovrebbe funzionare. Non ha una vera storia, la sceneggiatura esiste appena, i personaggi femminili sono quasi inesistenti. È una sequenza di sketch legati da un pretesto narrativo inconsistente. Pasquale Baudaffi, appena uscito dal carcere grazie a un’amnistia, cerca lavoro con l’aiuto del cugino, e ogni tentativo di reinserimento diventa occasione per una gag. Guardiacaccia, cameriere, garagista, perito elettronico, non importa quanti mestieri il nostro galeotto provi, riesce a essere un disastro in qualunque cosa. Un film, si diceva, che non dovrebbe funzionare, eppure funziona da quarant’anni. 

Il merito è diviso equamente tra Lino Banfi e Luciano Salce. Non è il primo film di Banfi protagonista, ma è il primo che possa rientrare nelle commedie di serie A, proprio grazie alla mano ferma del suo regista. “Salce non è un cineasta qualunque che si piega al cabaret per portare a casa i centoni – racconta Steve Della Casa, chiamato a dialogare con Spagnoli e Banfi – ma è l’autore de Il federale, di Fantozzi, de Il secondo tragico Fantozzi. Ha una visione precisa, un anarchismo di fondo che mette alla berlina il potere in ogni sua forma”. E si capisce già dall’incipit, che mostra Banfi presentare il film al pubblico mentre si trova in un camerino, in verità una squallida toilette (mentre a noti attori statunitensi che hanno declinato la partecipazione era stato riservato un camerino di lusso), basta a riconoscere la mano di Salce e la sua profonda ironia. 

Eppure, se il film funziona, è anche perché sfrutta archetipi e accorgimenti che hanno reso grande anche il teatro del passato. “Il titolo è un omaggio esplicito alla celebre battuta dei fratelli De Rege e, con essa, alla tradizione dell’avanspettacolo italiano. Gli sketch proposti nel film sono il risultato di un’accurata ricerca sugli archetipi della comicità popolare, da Plauto alla commedia dell’arte al vaudeville al varietà. Non è trash, anche quando lo sembra: è una tradizione lunghissima che ha semplicemente trovato un nuovo contenitore. La critica lo ha distrutto; il pubblico lo ha elevato, via via negli anni, a film cult. È uno di quei casi in cui il tempo dà ragione allo spettatore e torto al recensore“, spiega Della Casa. E, ritiene, che su questa scia si possa collocare anche l’ultimo film di Zalone. 

Non è certo un caso, infatti, che il film sia stato proiettato proprio quando, in serata, sarebbero stati premiati proprio il comico di Polignano a Mare e Nunziante. “Buen Camino, l’ultimo film della coppia, ha incassato oltre 76 milioni di euro, diventando il maggiore incasso di sempre in Italia – nota Della Casa – numeri che fanno impallidire qualsiasi produzione d’autore, e che ripropongono con tutta la loro brutalità la stessa domanda che si facevano davanti a Banfi negli anni Ottanta: cosa fare di un cinema che piace a tutti tranne che ai critici?“, si chiede ridendo. La risposta è che i critici possono anche aver ragione, ma quanti film sono giudicati con la massima benevolenza dai critici senza che vengano minimamente capiti né visti dagli spettatori? “A decidere è da sempre il pubblico. Il pubblico decide quali opere devono passare alla storia. Non è stato sempre così?“, riflette il critico.

E ha ragione, perché anche la letteratura ce ne dà conferma e da molto più tempo del cinema. Basti pensare al genere giallo, per molto tempo estremamente popolare ma considerato di seconda categoria dai critici. Oppure a pietre miliari come Don Chisciotte di Cervantes, liquidato dalla critica colta come intrattenimento minore, diventato poi un classico senza tempo, nonché il primo romanzo moderno. E Kafka, Dickens, Dostoevskij hanno dovuto attendere per essere riconfermati, ciascuno con tempi diversi, come i grandi scrittori che sono e che saranno per sempre. “I critici possono aver ragione su tante cose – sostiene Della Casa – io stesso sono un critico, ma so bene che su molte cose mi sono sbagliato. Molte delle opere che ho considerato insostituibili saranno sostituite e molti film che ho detestato saranno certamente amati dal pubblico. La verità è che sono felice in ogni caso che il cinema vinca, perché ha tanto ancora da dirci. Certo, se permettono al cinema italiano di esistere“, dice con amarezza, pensando ai tagli alla settima arte. 

E sulla scia di queste dichiarazioni, Banfi non ha potuto non rivolgere un sentito ringraziamento al critico. “Questo signore è stato l’unico che, quando ancora i film che facevo venivano definiti ricottate, guittate, stupidate, ha detto agli altri di guardarli bene. E poi molti di questi sono diventati cult movie”, ha detto, con gli occhi lucidi. Alla domanda su quale suggerimento darebbe a un giovane che intende fare l’attore, Banfi risponde: “Non è facile. Nel mio percorso mi è capitato di non mangiare, piangere, dormire nei vagoni dei treni fermi alla stazione di Milano, farmi operare alle tonsille solo per stare al caldo di un ospedale. Se si è pronti a fare tutto questo, allora si, forse si è pronti a diventare attori famosi. I ragazzi devono fare la gavetta, frequentare una scuola di recitazione o fare teatro. Tutti oggi vogliono essere influencer. Quanti follower hai, quanti hashtag hai; la prima volta che ho sentito la parola hashtag pensavo fosse una malattia, qualcosa agli occhi: ‘Ho avuto un hashtag, meno male che mi sono messo la crema!’.

Lino Banfi viene premiato con la seguente motivazione: “Ad un’artista che ha saputo farci ridere quando ce n’era bisogno e anche quando non lo sapevamo ancora, perché i suoi spettacoli, i suoi film non sono mai stati solo una maschera comica ma compagnia, rifugio, memoria. È un volto familiare che ritorna con quel modo tutto suo di stare in scena senza mai mettersi in posa, restando sempre autentico. Con una carriera partita dal teatro e costruita più sulla sostanza che sulle etichette, ha attraversato mode, generi e stagioni, non perdendo mai il rapporto con il pubblico, conquistato film dopo film, battuta dopo battuta, pausa dopo pausa. per tutte le volte in cui ci ha fatto ridere sul serio, commuovere senza retorica e riconoscere in mezzo allo schermo un pezzo di noi. A Lino Banfi il premio Bif&st arte del cinema”. 

L’attore, commosso, ha commentato così: “Sentivo parlare di questo premio da anni ma non ho mai pensato di poterlo ricevere perché ho sempre fatto film poco artistici. Adesso riceverlo mi fa piacere”.