A chiudere il Bif&st è un film di “resistenza artistica”

Tra scandali, fallimenti, mille ore di girato e un ictus, "Mektoub, My Love: Canto Due" chiude la retrospettiva dedicata ad Abdellatif Kechiche, rivelando la potenza di un cinema in grado di trasformare il desiderio in materia politica

Questa diciassettesima edizione del Bif&st non poteva chiudersi se non con uno dei film più travagliati, discussi e (anche per questo) attesi dell’ultimo decennio: Mektoub, My Love: Canto due di Abdellatif Kechiche. Al regista franco-tunisino, autore centrale del panorama cinematografico europeo, il festival barese ha voluto dedicare una retrospettiva completa (o quasi, come vedremo) per celebrare una filmografia radicale che indaga i corpi, il desiderio, le dinamiche sociali e le relazioni di potere, privilegiando una messa in scena fondata sulla durata, sull’intensità emotiva e su un realismo spinto fino al limite. La retrospettiva, in questa settimana di festival, ha messo in luce la coerenza e le tensioni di un cinema che rifiuta mediazioni consolatorie e trasforma l’esperienza intima in materia politica e culturale.

Mektoub, My Love: Canto due a dispetto del titolo è il terzo film della storia iniziata nel 2017 con Mektoub, My Love: Canto uno. Kechiche arrivava dal successo de La Vita di Adele, ma anche da una serie di accuse di maltrattamenti sul set che inevitabilmente avevano creato un clima difficile attorno al regista quando per il film successivo scelse di adattare il romanzo La Blessure, la vraie di François Bégaudeau. Nonostante la vittoria a Cannes, infatti, finì per girare quello che sarebbe stato Mektoub, My Love: Canto uno con attori sconosciuti e per finanziarlo mise addirittura in vendita la Palma d’oro de La vita di Adele (base d’asta: 50.000 dollari) e altri oggetti del film. Canto Uno, proiettato al festival di Venezia, fu accolto con grande entusiasmo, ma anche con alcune riserve rispetto al modo in cui Kechiche osservava i suoi personaggi femminili.

Abdellatif Kechiche (Photo by Pascal GUYOT / AFP)

Nel 2019, di nuovo a sorpresa, si presentò a Cannes non con il secondo capitolo della saga, ma con Mektoub, My Love: Intermezzo, un film sperimentale senza trama: tre ore e mezza di cui tre ambientate in una sola serata in discoteca, quasi senza dialoghi, con solo balli, sguardi, amplessi e un sottofondo continuo di musica house anni ’90. Il film conteneva anche una scena di quindici minuti di cunnilingus tra l’attrice Ophelie Bau e il suo fidanzato Roméo de Lacour. Accadde che alla proiezione ufficiale a Cannes, l’attrice uscì dalla sala a metà film e non si presentò in conferenza stampa. In seguito si venne a sapere che la scena del cunnilingus era stata girata ma non approvata dall’attrice (versione confermata da altri attori e persone che avevano lavorato al film, ma smentita dal produttore). Anche per questa ragione, Intermezzo non è mai stato distribuito ed è stato visto solo dal pubblico di Cannes (al contrario del primo, che è disponibile su Sky e Now). La ragione, al netto della scena “incriminata”, sono i diritti d’autore di tutta la musica che si sente, che andrebbero lautamente pagati dai distributori. Tra le molte difficoltà, Kechiche quell’anno dichiarò anche il fallimento della sua società di produzione Quat’sous Films.

Mektoub, My Love: Intermezzo

Dal 2020, le persone vicine a Kechiche hanno raccontato di come il regista abbia lavorato da recluso su quelle mille ore di girato per fare Canto due, soprattutto con soldi presi in prestito da amici. Un lavoro lungo cinque anni, conclusosi nel momento in cui Kechiche è stato colpito da un ictus che lo ha costretto su una sedia a rotelle e gli ha praticamente tolto la possibilità di esprimersi a parole. Capite bene, quindi, che è quasi un miracolo poter vedere questo Canto Due a Bari, al Bif&st, dopo il passaggio al festival di Locarno. L’occhio di Kechiche non si allontana dai corpi dei giovani di cui narra in questa infinita estate a Sète nel 1994. Nega panoramiche e campi lunghi, riduce ogni scena a primi piani e piani americani, riuscendo ad inquadrare quasi sempre e solo i suoi personaggi, da cui non si separa mai.

I personaggi di Kechiche vogliono piacere e si piacciono. Nessuno di loro sembra in grado di sfuggire al richiamo che proviene dalle persone che li circondano se non per il personaggio principale, quello di Amin, che non gode mai delle bellezze che gli passano vicino e che a lui si offrono senza giri di parole. Ma Amin non è Kechiche, che invece si avvicina ai corpi come se volesse anche lui sfiorarli con la cinepresa, così come non siamo Amin noi che guardiamo, che non abbiamo la sua freddezza e anzi vorremmo vedere anche lui nella mischia di quei corpi che ballano e si muovono. Però ciò che avviene su schermo passa sempre prima dai suoi occhi, non può arrivare a noi senza la mediazione del suo sguardo che, proprio come il cinema, solo in apparenza riproduce il reale, ma invece ci rende ciò che per forza di cose non è che la conseguenza di una elaborazione personale.

Amin e Jessica in Canto Due

Ma l’operazione che il film compie è più complessa di quel che appare: prendere un genere classico come quello del “teen movie” e ripensarlo non aderendo a nessuno dei canoni che quel genere impone. Lo sguardo non è più sul singolo, come avveniva ne La vie d’Adèle, dove si narrava di una ragazza in un passaggio unico della sua adolescenza, ma si allarga alla razza umana ed evolve in un discorso sulla esigenza di soddisfare le pulsioni più basse per vivere e sopravvivere (il cibo nel film di Kechiche non è secondario al sesso, come sa bene chi lo segue dagli anni di Cous Cous). Questo Canto Due, però, è lo “specchio oscuro” del primo capitolo, una sua versione più pudica (forse anche per tutte le polemiche che ci sono state), ma anche funerea e testamentaria. Emblematiche sono, in tal senso, alcune delle scene che vengono riproposte da un film all’altro: gli agnellini che Amin vedeva nascere (e che fotografava) nel primo film, adesso hanno la rogna e rischiano di contagiarsi l’uno con l’altro e di morire. La scena dell’amplesso “spiato” da Amin che apriva Canto Uno viene specularmente riproposta anche in questo secondo capitolo, ma stavolta è chiaro che il sesso non è un piacere – anche cinematografico – di cui godere ma un elemento al servizio della trama, messo lì esclusivamente per far andare avanti la narrazione.

Questo Canto Due, infatti, è un film inizialmente rarefatto (come il primo) che scivola progressivamente verso una sua versione molto più “sceneggiata”, come se gli stilemi del cinema americano che vengono derisi (nella splendida scena in cui Tony e Jessica imitano Joe Pesci e De Niro in Toro Scatenato) venissero progressivamente assimilati dallo stesso Kechiche. I due nuovi personaggi del film non a caso sono un’attrice e un produttore americani. Quest’ultimo intenzionato a finanziare il film che Amin tiene da tempo nel cassetto. Ma anche questo passaggio fondamentale che investe Amin – da spettatore che si fa “narrare la vita dagli occhi” a protagonista costretto ad agire – trasforma il film e lo costringe a un repentino processo di drammatizzazione.

Eppure, nonostante le pistole, la polizia che indaga, i tradimenti, i segreti, tutta l’opera di Kechiche rimane sospesa in un infinito “prima di qualcosa”. Prima di un viaggio, prima di un matrimonio, prima di un divorzio, prima di un arresto. Insomma, prima di un film.