Trump immagina il mondo come un immenso tavolo da gioco. Un tavolo dove le potenze che contano personificano i giocatori e le fiches sono sostituite dalle grandi tematiche in campo: le risorse, la deterrenza nucleare, il clima, l’energia, la finanza, le priorità rispetto alle allenze possibili, forsanche il ruolo da assegnare oggi alle grandi ideologie religiose e politiche, che, forse, non sono ancora del tutto morte. Al tavolo – sembra dire Trump – chi esita perde, chi rilancia vince. Chi attacca, domina. Per Trump, il mondo non è una comunità, ma uno spazio competitivo. Il mondo non è un luogo abitato dallo spirito della collettività, che permea di sé i paesi, le istituzioni, le organizzazioni, le teste e i cuori delle persone, ma un universo di monadi che viaggiano ciascuna per proprio conto con un unico obiettivo fondamentale: combattere, vincere, sopraffare, essere i primi della classe.
I singoli giocatori al tavolo cercano di carpire le strategie degli avversari, ne valutano i punti di forza e di debolezza, ne testano i limiti. La logica d’azione è chiara: se non hai il coraggio di giocare, non sederti neppure al tavolo, perché se non reagisci, dimostri debolezza, se non contrasti, perdi, se non dai l’assalto, arretri. E l’America può commettere qualsivoglia errore, ma giammai quello d’arretrare, di fare un passo indietro o di mettersi addirittura da parte. America First. Il Sovranismo al primo posto. Sempre e comunque. Costi quel che costi.

Questa visione emerge con chiarezza, se guardiamo agli ultimi tragici eventi: l’incendio che avvolge il Medio Oriente e questo conflitto con l’Iran, che purtroppo si sta allargando. Molti dicono: Trump è pazzo, Trump è ondivago, Trunp improvvisa, agisce d’istinto, di pancia, non sa neppure lui cosa vuole. Può darsi, ma l’analisi mi sembra francamente troppo spicciola. Non credo che in Trump ci sia follia o improvvisazione. Credo, invece, che la sua logica d’azione sia in buona misura frutto di una convinta lettura del mondo. Certo, forse un poco di pancia, ci sta pure. Naturalmente, c’è anche una buona dose di megalomania (tipica di certi politici) – megalomania che, oltre una certa misura, non è da escludersi che possa trasformarsi in follia – tuttavia, allo stato attuale, mi sento di difendere la posizione che vede Trump agire secondo una precisa grammatica politica. C’è più riflessione, in lui, che approssimazione.
Hobbes-Trump e l’America First
Se Thomas Hobbes fosse nato a New York City a metà del Novecento, piuttosto che a Westport verso la fine del Cinquecento, e avesse fatto il costruttore immobiliare, invece che il precettore nella famiglia aristocratica dei Cavendish, ci sono buone probabilità che si sarebbe espresso e comportato come Trump? Chissà. Per il primo, senza un potere superiore, gli uomini vivono nella paura. Per il secondo, senza una potenza dominante, le nazioni vivono anch’esse nella paura. Per Hobbes, il dominio nasce da una visione pessimista degli esseri umani: lasciati liberi, si sbranerebbero tra loro. Per Trump, vale più o meno la stessa cosa: l’unico rimedio per non avere una guerra continua tra le nazioni è di sottostare al dominio del più forte, e l’America assume nelle proprie mani questa missione salvifica dell’umanità. In questa visione, evidentemente, non c’è spazio per la cooperazione, sempre fragile, né per la fiducia, sentimento volatile, neppure per una forma di rispetto reciproco basato sull’elementare considerazione di essere tutti partecipi – seppure a diverso livello e titolo – della straordinaria avventura dell’umana esistenza. In questa logica, le istituzioni internazionali non sono i garanti del grande e lungo processo di civilizzazione, ma meri strumenti tattici; e le alleanze – che pure si devono fare – non si basano su legami culturali e morali, ma su contratti rinegoziabili a proprio piacimento.
Quando, ad esempio, Israele combatte Hamas, la lettura del Presidente americano è lineare: un alleato sta difendendo la propria sicurezza e, dunque, bisogna aiutarlo. Non c’è spazio per argomentazioni d’altro tipo. L’ordine, la stabilità prima di tutto, la giustizia non è roba di questo mondo. Quando l’Iran entra in questa prospettiva, la narrazione si radicalizza forse ancor di più, giacché quel paese non costituisce soltanto una minaccia regionale, ma un attore che sta mostrando i limiti della deterrenza tradizionale; e allora non può esserci alcuna manifestazione di debolezza: le risposte devono essere visibili ed esemplari. In questo quadro – riprendendo l’idea del personaggio – la forza per Trump passa per il linguaggio, anzi la forza è un linguaggio. Un linguaggio forte che va esibito con voce decisa, senza tentennamenti. Per taluni aspetti, Trump adotta un linguaggio assertivo, tipico del mondo imprenditoriale a lui consono, anche se l’assertività – come insegnano gli psicologi – esclude l’aggressività e mantiene intatto il rispetto, che, il Presidente, sembra non sapere proprio in quale casa abiti.
Apparentemente, Trump si sta muovendo all’interno di una visione politica isolazionista, meglio, nazionalista, ma non è così: sarebbe una seconda lettura troppo spicciola. Il motto “American First” non significa isolarsi dal mondo, e neppure ragionare in termini esclusivamente di sviluppo chiuso dentro le quattro mura di un singolo paese; significa delineare una gerarchia, significa affermare che esiste una scala dove ciascuna nazione occupa un suo gradino, e gli Stati Uniti non ne occupano uno qualsiasi, ma il primo, quello più alto. Number one. La novella nazione è (deve essere) leader mondiale. In fondo, si tratta semplicemente di riprendere con forza un mantra apparso evidente all’indomani della seconda guerra mondiale, ma lì, almeno, c’era la giustificazione dello spettro del comunismo che s’aggirava sui tetti d’Europa e altrove, ma oggi, il semaforo segnala ancora il rosso? Comunque sia, non vedo nessuna improvvisazione, in questo ragionamento del Presidente, semmai – forse – un poco di lucida follia.

Bisognerebbe poi vedere un poco più da vicino il pensiero dei suoi consiglieri di politica estera, in ogni caso, mi sembra che si possa intravedere in questa visione generale l’eco di un certo realismo politico di stampo classico, dove il sistema internazionale è visto in perenne balia dell’anarchia, e dove dunque ciò che veramente conta è soltanto l’equilibrio centrato sulla volontà di potenza. Va da sé, poi, che Trump sembra tradurre il tutto in un lessico imprenditoriale, a lui più vicino, e allora gli stati non sono altro che imprese in perenne competizione sul mercato globale, dove chi non difende il proprio vantaggio competitivo viene acquisito o marginalizzato. Lasciato alla mercé di tutto e di tutti. Una cosa è certa: all’interno di questa lettura, il mondo è competitivo e lo sviluppo non può fondarsi sulla cooperazione tra i popoli, la forza precede la negoziazione e l’America, per essere rispettata, deve essere temuta, la civiltà è ordine e non dialogo, lo sviluppo è primato nazionale, è controllo delle risorse, dell’energia, dell’industria, della tecnologia, delle catene produttive. La crescita economica e il suo primato sono la misura inossidabile del processo di civilizzazione. Non si intravede, neppure all’orizzonte, alcun pensiero “alto”, nessun costrutto universalistico di stampo solidaristico: la collaborazione, la condivisione, l’inclusione, l’umana fratellanza, il rispetto, l’aspirazione a una pace duratura dotata di senso perché non fondata sull’uso delle armi e sulla prevaricazione, è tutta “roba da femminucce”. Tutto è ridotto a “performance virile”, la pace stessa.
L’estetica della decisione
Qualche giorno addietro mi è capitato di vedere il Trump attore: non ricordo il film né la parte, ma non era proprio una comparsata. E quindi mi viene spontaneo pensare che questa sua giovanile propensione giochi un ruolo non secondario nell’agone politico, giacché è fuor di dubbio che il Presidente mette in scena ogni più piccola decisione. C’è un forte elemento teatrale e anche televisivo nelle sue modalità di comunicazione – tutt’altro che ingenue o superficiali. Nella scelta delle pause, spesso lunghe, calcolate, le frasi spezzate, i silenzi intrisi di aspettattive, dopo di che, ecco che piomba la parola chiave: “disaster”, “tremendous”, “strong”, sempre, anche con riferimento alla sua decisione mattutina di spalmare le solite fette biscottate con la marmellata di mirtilli piuttosto che con il burro di arachidi. Le novità che più saltano agli occhi, tuttavia, non riguardano tanto la parte verbale, quanto il linguaggio del corpo, in particolare le espressioni del volto. Le innumerevoli smorfie, per l’esattezza. Un angolo della bocca sollevato, le labbra strette, gli occhi leggemente socchiusi o spalancati, le sopracciglia alzate o abbassate, la testa inclinata, oscillante, il mento leggermente sollevato, la mascella serrata, il sorriso breve, decentrato o largo, lo sguardo fisso verso il pubblico vicino e lontano, che segnalano, a seconda dei casi, superiorità, alterità, disprezzo, complicità, determinazione, ridicolo per ciò che qualcuno gli sta in quel momento dicendo o, forse, persino pensando. Lui è lui, e gli altri non sono… niente.
La sua decisione è – o comunque deve apparire – come un atto di volontà pura, concisa, senza fronzoli. No alle lungaggini, alle troppe spiegazioni, tanto meno alle argomentazioni morali, no alle mediazioni opache e alle formule ambigue. E anche quando parla, criticandole, di guerre infinite, quanto inutili, le critica perché non ci sono vincitori ben definiti e i messaggi che ne scaturiscono sono contraddittori, non certo risolutivi. Invece lui è l’uomo dalle idee chiare (o dalle chiare idee), e i suoi messaggi al mondo lo sono altrettanto: o stai con me o stai contro di me. E se non stai con me, stai al tuo posto e ringrazia chi di dovere che non ti è ancora piombato dal cielo qualche drone di ultima generazione. Più chiaro di così.

Huntington urla nella tomba
Nelle parole di Trump sembra risuonare – in forma semplificata, ma potrebbe essere anch’essa una strategia – l’idea dello scontro di civiltà delineato da Samuel Huntington sin dai primi anni Novanta. In estrema sintesi, la (possibile) lettura del Presidente: l’America, ma l’Occidente tutto, è sotto pressione, perché sfidata, più o meno apertamente, da potenze revisioniste e da regimi ostili. Elimina, nel caso, le molte sfumature comprese nell’analisi di Huntington – che hanno però un loro assoluto valore e cambiano non di poco il senso del ragionamento – e porta la nozione di conflitto su una strada binaria, riducendola unicamente a una questione di forza e debolezza.
È sempre la logica del tavolo da gioco: se l’Occidente si muove o appare incerto, gli avversari avanzano, attaccano. Se, invece, è, o appare, risoluto, gli avversari si fermano, arretrano. La guerra, di conseguenza, è vista non come un fallimento nel processo di civilizzazione, ma uno strumento inevitabile perché finalizzato alla sopravvivenza. Non è forse questa – in senso stretto – la logica che ha portato – tre generazioni fa – la Germania nel più assurdo e crudele progetto di disumanizzazione del mondo moderno? Non è stato, forse, Hitler, il primo e più convinto europeista e globalista del mondo post-moderno, dopo Giulio Cesare, Alessandro Magno e Napoleone? Poco importa se il suo progetto di pace e prosperità prevedeva un’immensa comunità sotto il tallone del Terzo Reich, no? Si badi: non sto dicendo che il Presidente somiglia al capo del partito nazista, sarebbe una sciocchezza dal punto di vista sia personale che storico. Dico semplicemente che ogni ideologia di stampo universalistico contiene in sé un nocciolo di auto-celebrazione, auto-affermazione, arroganza, prepotenza, che ha toccato e tocca tuttora il processo di civilizzazione, senza esclusione di idelogie o soggetti: dalle religioni all’idea stessa di Occidente.
Certo, le differenze ci sono, eccome. Per la tradizione liberale, la comunità deve fare di tutto per sopravvivere in modo pacifico, riducendo o eliminando del tutto l’uso della forza. La guerra non porta civiltà. Trump ribalta questa concezione, giacché nella sua visione è la civiltà stessa che può sopravvivere soltanto grazie alla disponibilità a usare la forza. Fare la guerra è normale. Esiste la guerra giusta. E l’unico deterrente per non fare la guerra sarebbe di sapere, in anticipo, che non potrai vincerla, perché l’importante non è partecipare, ma vincere. L’uso della forza non rientra nel novero dell’estrema ractio, ma fa parte dell’umana esistenza, come l’amore e la morte: gli Antichi non erano sempre in guerra? Non pensavano, in pace, altro che alla guerra, che prima o poi sarebbe arrivata? E, in pace, non si preparavano al peggio? E nel Medioevo, cosa è cambiato? E dopo, al suo tramonto? La Guerra dei Cent’anni, la Guerra degli Ottant’anni, la Guerra dei Trent’Anni, la Guerra dei Sette Anni, la “prima” guerra mondiale, e dopo ancora le Guerre napoleoniche… E vogliamo parlare del Novecento? Di cosa dobbiamo, noi moderni o post-moderni, trasecolare?

Una domanda che – come spugna sulla lavagna – cancella ogni pensiero intriso di un qualche barlume di discernimento. Certo, la realtà storica sembra dar ragione a Trump, e sappiamo anche che la storia l’unica cosa che insegna è che la storia stessa non insegna nulla. Bene, però, non è dunque giunta l’ora di sciogliere il nodo della civiltà, di metterci d’accordo su cosa vogliamo e su cosa intendiamo per civiltà? Se noi volessimo, oggi, tirare in ballo ad esempio, il concetto di pietà popolare, nella sua essenza di pratica comunitaria, spirituale e simbolica, non entrerebbe immediatamente in conflitto con alcuni tratti distintivi della società contemporanea (moderna o post-moderna che sia), quali l’accentuato individualismo, la logica razionale-strumentale del profitto, la centralità del denaro, la sostenibilità, di fatto, insostenibile… e chi più ne ha, più ne metta?
Il nodo della civiltà
Qui sta la questione forse più delicata. Cosa intendiamo per civiltà? E cosa vogliamo che ci porti in dono? Mi sembra, a questo punto, che questo sia il vero nodo da affrontare una volta per tutte, che peraltro va anche oltre la stessa figura di Trump, pure molto importante nell’attuale panorama globale, per spingere in una direzione piuttosto che in altre.
Se per civiltà intendiamo indipendenza, dialogo, rispetto, istituzioni condivise, riduzione progressiva della violenza, affermazione di una pace duratura, allora la visione trumpiana appare inconciliabile. Ma se, invece, civiltà vuole dire, in due parole, stabilità assicurata da una potenza dominante, allora la posizione del Presidente è chiara: l’ordine precede tutto e sicuramente precede la cooperazione. Meno diritto cosmopolitico, più equilibrio di potenza. Meno armonia, più deterrenza. La pace non come processo, ma come effetto collaterale della forza. La pace centrata sulla guerra. Il mio amico sopraffino filosofo Gianni De Iuliis direbbe che è una visione meno o poco kantiana e più hobbesiana (perché non andiamo tutti a farci un bel corso di filosofia, che è l’unica cosa seria da farsi in questo nostro, per il resto, pazzo mondo?). Pierino er’Pittorino, personaggio d’invenzione, filosofo anch’esso e poeta romano di strada, seguace di Trilussa, direbbe anche lui la sua: “Ma che me stai a’pia pei i fondelli?”. No, non direbbe “fondelli”.
Trump è fuori di testa, improvvisa – mi si dice – eppure io registro che la sua idea di processo di civilizzazione è del tutto lineare, e non passa dalla strada, più tortuosa, della condivisione. È un uomo impulsivo – mi si dice – eppure io registro che la sua visione del mondo è lucida e coerente: competizione, gerarchia, primato, pratica della logica della deterrenza. Ci dovremmo chiedere – credo – non cosa gli passa per la testa – acquisizione peraltro piuttosto difficile – ma se ha ragione, e ammesso – e non concesso – che la ragione è dei fessi, quantomeno dovremmo interrogarci se la sua visione è vincente, quanto è condivisa dentro e fuori, a livello internazionale (lasciando in pace talune popolazioni autoctone che – fortuna loro – ancora vivono nel Mato Grosso in condizioni pre-moderne). Questione spinosa, anche perché è arduo sostenere che di fronte alla domanda: “Ma tu sei favorevole alla guerra?”, qualcuno risponda, in modo aperto, convintamente di sì. Ma c’è un dato interno non banale che noi tutti da tempo conosciamo e che riguarda la diffusione delle armi nelle abitazioni civili in quel paese, che, almeno in parte, forse ci può aiutare, anche se, evidentemente, senza alcuna evidenza risolutiva.

In breve: stiamo parlando di più o meno 460 milioni di armi su una popolazione di 340 milioni, circa 120 armi per ogni 100 abitanti; da noi, siamo a 14 ogni 100 abitanti (media dei polli, naturalmente). Il diritto a possedere armi in casa negli Stati Uniti non è roba dell’altro giorno: è datato 1791. C’è un sentimento di sicurezza personale, dato dal possesso di un’arma, che è molto antico e diffuso, seppure in modo diverso a seconda degli stati confederati e delle classi sociali. Certo, avere un’arma in casa per difesa non è la stessa cosa che far piovere bombe sulla testa di qualcuno, tuttavia, non trovate che, in qualche misura, i due fenomeni fanno parte di una stessa visione della realtà? Che la società, fuori casa, è piena di pericoli e dobbiamo difendere a qualunque costo la nostra esistenza e la nostra libertà personale, e che, parimenti, ai confini della nostra nazione ce ne sono tante altre pronte a mettere in discussione, anzi, peggio, ad aggredire la nostra, mettendo a repentaglio l’esistenza e la libertà collettive? L’impostazione a me appare chiara in entrambi i casi: solo la forza, o la possibilità di metterla in campo quando è necessario, può garantire sonni tranquilli. E allora, la domanda, forse, a cui tentare di rispondere, può essere questa: in un mondo digitale, interconnesso, dove il nucleare è una realtà, può una civiltà reggersi sulla dimostrazione permanente della forza? Oppure, la forza, in assenza di una cornice cooperativa stabile, finisce inevitabilmente per produrre proprio quel disordine che pretende di contenere?
Trump sembra scommettere sulla prima ipotesi: la sua leadership si fonda sulla capacità di colpire e di non arretrare. Il Presidente è perennemente seduto – come abbiamo visto – al tavolo da gioco. E non ha nessuna intenzione di perdere. E noi, come la vediamo? Su quale delle due ipotesi vogliamo scommettere? Se scegliamo la prima, possiamo starcene tranquilli e beati, più o meno come quelle richiamate fortunate popolazioni autoctone del Mato Grosso – droni permettendo, evidentemente. Se altrimenti optiamo per la seconda, cosa possiamo o vogliamo fare? Francamente non so rispondere. Probabilmente, leggeremo prossimamente nei libri di storia se la visione di Trump sia stata frutto di una posizione temeraria – sicuramente pericolosa, forsanche del tutto inaccettabile – di realpolitik – come credo che sia – oppure – come credono altri – che scaturisca da una sorta di temporanea allucinazione muscolare. Chissà…
____________________________________________________
Le vignette sono tratte dal Taccuino blu di effe (Fabrizio Pinna) 2026. In alto, America First non come slogan, ma come architettura





