In questo ultimo Bif&st, mi è capitato già molte volte di sentir parlare Paolo Mereghetti, o meglio di sentirlo intervistare attori, attrici, registi e registe, e ammetto che non mi è sempre piaciuto. Ho preferito molto di più la conduzione di Angela Prudenzi, le sue domande davvero pertinenti, e le riflessioni di Piera Detassis, che è in grado di far venire fuori tutta la personalità degli artisti che intervista. Me ne sono accorta quando, l’anno scorso, ha dialogato con Celeste Dalla Porta ed è riuscita a far venire fuori la personalità dell’attrice, senza che neppure lei se ne rendesse conto: le sue gioie, i suoi dolori, le sue fragilità e paure. Non sembra, ma è davvero difficile far sentire tanto a proprio agio qualcuno, specie quando è davanti a una folla curiosa (che non manca anche di giudicare con asperità). Eppure, questo dovrebbe essere il minimo sindacale per un professionista che è chiamato a moderare.

Certo, non lo è. Paolo Mereghetti, per esempio, non riesce a fare quello in cui si rivelano più capaci altri colleghi. Ma non è una colpa, semplicemente ognuno è più bravo in qualcosa e meno in altro. Quello che da spettatrice mi chiedo, però, è perché metterlo in quella situazione e non fargli solamente analizzare criticamente un film. Perché non dare spazio a persone che sono più brave nella nobile arte della conversazione? C’è una commedia di Molière, nella quale un borghese arricchito vorrebbe avanzare di classe e diventare sofisticato come i membri dell’aristocrazia. E, allora, assume diversi insegnanti perché gli diano lezioni nell’arte della scherma, nel ballo, nella musica e in tutto quello che può essergli utile per il tanto agognato salto di classe. Tra i suoi mentori, c’è anche uno di lingua francese e il nostro “borghese gentiluomo” si rivolge a lui per apprendere l’arte del bel parlare.

Ora, l’insegnante inizia dall’alfabeto, finché non si accorge che all’uomo non interessa, perché il suo scopo è fare colpo su una certa dama e di certo non può riuscirci sciorinando l’alfabeto. Allora, gli insegna qualche sciccheria retorica e, poi, torna alle sue beneamate vocali e consonanti, senza che l’allievo colga il suo gioco. Bene, chi intervista deve fare così. Cioè, deve iniziare con qualcosa che piace al suo interlocutore e, poi, deve portarlo dove desidera, senza che neppure lui o lei se ne accorga. Eppure, ripeto, non è che tutti siamo bravi allo stesso modo in ogni cosa. Altrimenti, sarebbe un mondo decisamente più triste. Paolo Mereghetti, infatti, non è semplicemente un bravo critico, ma è uno dei nomi più autorevoli in Italia e non solo.
Nasce a Milano nel 1949 e si laurea in filosofia all’Università degli Studi di Milano con una tesi su Orson Welles, e più precisamente sul periodo hollywoodiano. E ci vuole coraggio a occuparsi di un regista del genere: Welles non è un autore facile da maneggiare accademicamente, ma è un genio caotico, uno che ha fatto del cinema qualcosa di più grande di quello che era. Partire da lì dice molto sulla traiettoria intellettuale di Mereghetti, che avrebbe passato i successivi trent’anni a giudicare decine di migliaia di film con la precisione di un orologiaio.

La collaborazione con il Corriere della Sera diventa il centro della sua attività giornalistica, affiancata da contributi su Positif, Reset, Linus, Lo straniero e Linea d’ombra. È una formazione che mescola il rigore della critica francese (Positif è la rivista dei grandi teorici del cinema d’autore) con la necessità tutta italiana di parlare al lettore generalista senza tradire la complessità del mezzo. Non è un equilibrio facile da trovare, e non tutti ci riescono. Il famoso dizionario dei film di Mereghetti (altrimenti detto “il Mereghetti”) vede la luce del ’93.
Ogni scheda presenta titolo, paese di provenienza, anno, durata, regia, interpreti, riassunto e analisi critica, a corredo le celebri stellette, che possono andare da una a un massimo di quattro. E quelle stellette sono diventate nel tempo fondamentali per decidere cosa guardare, cosa noleggiare, cosa consigliare. C’è una generazione intera (la mia, quella che è cresciuta con le videocassette e poi con i DVD) che ha imparato a orientarsi nel cinema tenendo quel mattone sullo scaffale e consultandolo come se fosse l’oracolo di Delfi.

Certo Mereghetti non ha scritto solo il suo dizionario. Ha pubblicato saggi e volumi su Arthur Penn, Marco Ferreri, Bertrand Tavernier, Sam Peckinpah e Jacques Rivette, ed è stato consulente per la Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia durante le direzioni di Carlo Lizzani, Gian Luigi Rondi e Alberto Barbera. Certo, anche lui ha ammesso di aver preso delle cantonate nel corso del tempo, per esempio malgiudicando La vita agra di Lizzani o Luna di fiele di Polanski, che all’epoca lo irritò, perché l’aveva visto con una disposizione d’animo sbagliata.
Per fortuna, nei confronti de Il Maratoneta, film del 1976, diretto da John Schlesinger, ha sempre avuto un occhio di riguardo. “Le frasi a effetto rischiano di far perdere di vista la qualità del film e di dimostrare soltanto la presunta intelligenza di chi le scrive“, inizia il critico, apprestandosi a introdurre il lungometraggio che è stato proiettato ieri mattina al Petruzzelli. “Quindi, mi limiterò a dire che questo film è entrato nell’immaginario collettivo soprattutto grazie a una scena, che ritrae Dustin Hoffman seduto su una sedia odontoiatrica”, afferma.

“Laurence Olivier, nei panni del nazista Christian Szell, si avvicina con uno strumento da dentista e chiede, con una calma che è più terrificante di qualsiasi urlo: ‘Is it safe?’. È una delle torture più efficaci della storia del cinema, non per la violenza esplicita, ma per la suspense insopportabile che la precede e la accompagna. Hoffman non sa cosa rispondere perché non sa di cosa stia parlando, e lo spettatore nemmeno. Quel disorientamento condiviso è puro cinema. Prestateci attenzione. Dopo racconteremo anche la carriera di Hoffman”, ha spiegato, lasciando, il suo pubblico a bocca asciutta, come fa un bravo narratore quando, sul più bello, abbandona lettore e protagonista, con la promessa di tornare più tardi.
Ed è stato di parola. Dopo il film, si sono riaccese le luci del teatro, Mereghetti è ricomparso sul palco, e ha ripreso le fila del racconto. E tutti, ne sono certa, ci siamo sentiti non come quel borghese gentiluomo, ma come tanti Pinocchi, appesi a un albero per il collo, desiderosi che qualcuno ci venisse a prendere e ci riportasse giù. E, nell’attesa del nostro bravo narratore, ci siamo goduti un bellissimo thriller politico, con il dubbio che Mereghetti gli possa aver dato meno stellette del previsto.





