Quando il cavallo del conte Carafa s’inchinò davanti all’ostensorio

Tra fede, arte e folklore, la storia secolare della processione dell'Ottavario a Ruvo, rinviata quest'anno a causa dell'emergenza sanitaria

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Doveva aprire gioiosamente le porte all’estate la festa dell’Ottavario del Corpus Domini. Ma domani, domenica 21 giugno, in ossequio alle direttive della Conferenza episcopale pugliese, non sarà possibile prendere parte al coloratissimo corteo processionale, animato dall’entusiasmo contagioso di grandi e piccini. Un’atmosfera più unica che rara, di cui quest’anno non si potrà beneficiare a causa dell’emergenza sanitaria. 

Mancherà inoltrarsi per i vicoletti del centro storico, brulicante di turisti, sulle note briose della banda; mancherà il profumo inebriante dello zucchero filato come lo spettacolo degli sgargianti palloncini che fluttuano nell’aria; mancheranno perfino le chiassose scorribande dei ragazzi per le vie del paese, ansiosi di riversarsi nello scintillante luna park allestito in periferia.  

E allora, lì dove il presente non basta, torna utile estrarre dallo scrigno dei ricordi qualche istantanea impolverata per ripercorrere la storia e la tradizione iconografica di un culto mai sopito nel corso del tempo. Innanzitutto, occorre precisare che il termine Ottavario deriva da octava e designa il complesso dei riti religiosi celebrati negli otto giorni successivi ad alcune manifestazioni religiose previste dalla chiesa cattolica. 

L’affresco raffigurante il conte Carafa nell’atto di mantenere l’ombrello

Secondo una tradizione orale, l’istituzione della festa risale al lontano XVI secolo, quando il conte Carafa, feudatario di Ruvo, di ritorno da una battuta di caccia creò scompiglio tra i fedeli alla processione del Corpus Domini facendo imbizzarrire il suo cavallo. I partecipanti, sdegnati per l’oltraggio ricevuto, iniziarono ad inveire contro di lui tanto che il conte rischiò il linciaggio. Ma, in realtà, si salvò grazie a un evento prodigioso: il cavallo si inchinò al passaggio dell’ostensorio contenente l’ostia consacrata e il conte si impegnò a ripetere la processione otto giorni dopo, offrendosi di reggere l’ombrello al momento della benedizione. Da qui il termine “ottavario”.

Per l’occasione furono predisposti sfarzosi altari alle quattro porte della città: Porta Castello (attualmente piazza Matteotti), Porta Nuova (nei pressi della chiesa del Purgatorio), Porta Noè (attualmente Piazza Bovio), Porta del Buccettolo (vicino la chiesa di San Giacomo al Corso) e in piazza Menotti Garibaldi (attigua alla Torre dell’Orologio). 

La tradizione si perpetuò fino alla metà del ‘900, quando fu accolta dal parroco della chiesa di San Giacomo al Corso, don Francesco Caldarola, che commissionò al pittore torinese Mario Prayer (autore delle decorazioni del Salone degli Affreschi all’università di Bari) l’affresco di alcuni clipei inerenti all’istituzione della solennità del Corpus Domini. L’instancabile lavoro del Prayer, che dipinse esclusivamente con la mano sinistra poiché privo della destra, fu ultimato nel 1939. Videro la luce gli affreschi raffiguranti due scene evocative della festa: la prima, ambientata a cavallo tra XIV e XV secolo, relativa al cosiddetto “miracolo del Corpus Domini”; la seconda, ritraente il conte nell’atto di mantenere l’ombrello, indica con tutta probabilità il protrarsi del culto nel corso dei secoli.

La sacra immagine del Corpus Domini, opera di Giuseppe Manzo (foto Tommaso Altamura)

A documentare l’estrema vitalità del fenomeno devozionale legato al Corpus Domini è una tradizione invalsa a Ruvo dall’800 fino ai nostri giorni, che conferma il mese di giugno come periodo dedicato al Cuore di Gesù. Il venerdì successivo al Corpus Domini, dalla meravigliosa cattedrale romanica di Santa Maria Assunta, dove opera l’associazione Guardia d’onore al cuor di Gesù, istituita il 13 marzo 1863, si snoda per le vie del paese il corteo religoso al seguito del simulacro in cartapesta leccese, realizzata nei primi anni del ‘900 dallo scultore Giuseppe Manzo, di cui le chiese ruvesi conservano ancora meravigliosi gruppi scultorei: la Pietà (chiesa del Purgatorio), Cristo Risorto (chiesa di San Domenico); San Giuseppe e Sant’Anna (chiesa del Redentore). La statua rappresenta Gesù, roseo in volto e con morbidi ricci lambenti gli omeri, che indica l’enorme cuore coronato di spine posto sul petto a commemorare simbolicamente il sacrificio sulla croce.

Il basamento “a piede di leone” ricolmo di fiori e il morbido drappo turchino che copre le carni di Cristo avvolgono la scultura in un’aura sacrale di armonica compostezza, su cui aleggia la missione cattolica di eternare un culto di gloria, amore e riparazione in  tutto il mondo.

Un’immagine di repertorio della processione dell’Ottavario

Un culto, una tradizione, un’atmosfera, dunque, davvero unici e suggestivi, a cui quest’anno dovremo rinunciare ma che, certo, torneranno – passata l’emergenza – con tutta la loro straordinaria carica simbolica e devozionale il prossimo anno.

Nella foto in alto, l’affresco del Prayer nella chiesa di San Giacomo al corso, raffigurante il “Miracolo del Corpus Domini”