Alfio Cangiani c’insegna l’arte di ascoltare il silenzio

Nel suo “libro da parete”, l’artista barese trasforma l'assenza di parole in un gesto politico ma anche poetico, con l'invito a ripensare la materia, l'arte e il nostro modo di abitare il mondo

Progettare un libro da non sfogliare, non conservare, non posizionare su di un ripiano. Un prodotto metamorfico che scavalca la definizione e si affida al respiro, senza adeguarsi ai suoi cugini più prossimi. Non più carta tra le carte, insomma. Piuttosto, un oggetto rigoglioso, dinamico, trasversale. Un libro da parete, le cui pagine vanno lette secondo i ritmi del cuore, seguendo una scansione scissa dalla logica razionale, da catalogare in un promemoria istintuale.

Assorbire il silenzio è l’ultimo sorprendente lavoro dell’artista barese Alfio Cangiani, dal titolo quantomai stridente con i boati delle ultime ore, difficile da inquadrare in un’etichetta circoscritta, senza rilegature claustrofobiche. Le pagine fuggono leggiadre, come il suo creatore, eco-designer, poeta, grafico, scenografo, allestitore, eco-formatore.

Un artista tout court, che lotta contro la mediocrità affettiva e intellettuale, che si adopera per stimolare contenuti altisonanti nell’anima, modesti nell’abito. D’altronde, Alfio è esperto sopraffino proprio nel design sostenibile: recupera e riassembla – degno di nota il progetto Latta continua, collezione ispirata all’arte poverissima di Riccardo Dalisi – ottenendo relazioni tra oggetti e persone, in un assemblage di materia e spirito che sconfina in osmosi sagace e coinvolgimento sociale. 

Come designer, Cangiani è dirompente e conosce bene il senso del bello oltre il compiacimento accademico, per questo ha progettato sistemi di illuminazione, sedute, tavoli, ceramiche, complementi d’arredo, gioielli con materiali destinati all’oblio, manufatti imperfetti che manifestano un lirismo evocativo. A questa manualità, l’artista associa la sua attività come creative coach per le aziende, occupandosi sempre di comunicazione e moda. Ha vinto diversi premi nazionali ed internazionali e ottenuto segnalazioni in concorsi e manifestazioni di settore. Ha progettato e realizzato arredamenti per interni privati e commerciali, allestimenti per eventi, mostre, festival, utilizzando materiali poveri di recupero industriale. Con lui abbiamo discusso in merito al concetto di arte sostenibile oggi, che abbraccia anche una visione inclusiva e sociale.

Assorbire il silenzio è il tuo primo libro da parete, che non ha bisogno di essere riposto su uno scaffale. Come possiamo accogliere il silenzio?

Possiamo accogliere il silenzio solo se iniziamo ad ascoltarlo: tacere, prestare attenzione, riflettere. Oggi il silenzio è un atto rivoluzionario. Un libro a parete si fa ricordare senza urlare: ha una penna, per scrivere e volare, non chiede nulla, se non di essere letto.

Il tuo progetto ha una matrice fortemente sociale e volutamente anarchica. Oggi l’arte può agire liberamente, senza convenzioni o costrizioni?

L’Arte e il Design possono agire in maniera indipendente solo a condizione di non inseguire il mercato ad ogni costo: questo lasciamolo fare agli influencer… Entrambe le discipline si fanno perché ‘si deve’; è una necessità. Altrimenti saremmo geometri del catasto. Fama e denaro non sono tutto. In questo mondo i rifiuti – che in realtà sono risorse ed errori di progettazione – ci sommergono per la nostra ‘indotta’ incapacità ad interpretarli: produrre rifiuti serve ad indurre a nuovi acquisti. I poveri, i fragili, gli emarginati, in quanto ‘non consumatori’ vengono trattati anche loro come rifiuti: è un mondo completa-mente da rifare… Esistono modalità intermedie rispetto alla transizione ecologica – molto di là da venire, purtroppo – che permettono di interagire coi circuiti produttivi, ridurre il volume dei rifiuti – meno tasse per i produttori -, offrire opportunità ‘trasparenti’ a persone che ne hanno bisogno… Una sorta di economia parallela.

Qual è il limite tra transitorio e perenne? La tua arte dove si colloca, se può essere collocata, nell’intricato sistema dell’arte?

Non credo esista una discriminante precisa fra ciò che consideriamo transitorio e ciò che riteniamo perenne: la terracotta è fragilissima, ma abbiamo vasi di 4.000 anni fa; l’acciaio in teoria è eterno, ma se si tratta di una bomba? Restano le parole, la musica, le idee: resistono perché abbiamo bisogno di loro, se hanno un significato autentico… La mia Arte/Design si muove al confine fra la ricerca dei significati, interni ed esterni, e le loro rappresenta-zioni. Vaga, in senso trasversale, in cerca di un modo di essere e progettare fondato sul rispetto per le cose e gli esseri viventi.

Alfio Cangiani

Rinascite, riciclo, progetti sociali che recuperano non solo l’oggetto abbandonato ma le anime dimenticate. Fin dove si spinge il tuo impegno come eco-designer?

Il mio impegno è solo il risultato di un tentativo di visione complessiva, in cui tutto serve a tutto/tutti/e, nessuno è inutile all’ecosistema, comprese le cose, gli animali, gli elementi. Una visione ‘francescana’ o se preferisci ‘animistica’, in cui abbiamo tutto/tutti/e uguale importanza, rifiuti compresi.

Parlaci dei tuoi progetti attuali e futuri, in associazione con cooperative sociali e centri di assistenza…

Sto lavorando ad un nuovo tipo di creazione, in cui progetto e arte sono ibridate per il raggiungimento di uno scopo comune, plurale; mi interessa coinvolgere colleghi, amici, piantare semi, creare connessioni ‘umane’, costruire reti e aiutare, per quanto possibile, persone in difficoltà, in realtà la maggior parte della popolazione mondiale. I miei progetti – come ‘Latta Continua’ in ricordo del mio Padre/Maestro Riccardo/Dalisi – uniscono sottoprodotti industriali – già rifiuti – riprogettandoli, affidandone particolari lavorazioni a fasce svantaggiate, reintroducendoli sul mercato cpome portatori di valori e contenuti umani. In questo spazio, appunto, nulla è slegato da nulla e le persone si fanno materia per le opere, così come le opere si fanno materia per le persone. Non importa a molti, ma a me importa, ed è abbastanza.

 Cosa ispira la tua creazione?

Tutto mi ispira: la natura, gli avanzi, i profumi dei materiali e delle cose, i ricordi, la ricerca di un mondo migliore, in cui tutti siamo necessari e nessuno è inutile. A 66 anni vivo di passioni ed entusiasmi. Non è importante veder crescere le sequoie, l’importante è piantarle.