“Libiamo ne’ lieti calici”, oggi si celebra la superba Sofia

La raffinata regia della Coppola e l'allestimento, che unisce tradizione e modernità, conquistano il pubblico de "La Traviata", che raccoglie una serie di sold out al Petruzzelli

Quando penso a Verdi, mi viene in mente un episodio della mia lontana vita da liceale. Stavo andando a scuola e, per arrivarci, dovevo attraversare tutto il centro storico. E c’era una strada che facevo solo quando ero molto in ritardo, che mi permetteva di arrivare a scuola in cinque minuti buoni. Era una strettoia, piena di balconi, che profumava di sapone e di bucato. Un giorno, quando stavo prendendo questa scorciatoia, con lo zaino che pesava e il vocabolario di greco sul braccio, mi capitò di ascoltare da uno di quei balconi un’aria, che non avevo mai sentito prima e che faceva “un dì, felice, etèra / mi balenaste innante, / e da quel dì, tremante, / vissi d’ignoto amor…” e fu così che feci quel primo indimenticabile incontro con La traviata. Poi, quest’aria l’avrei sentita varie volte a teatro o in Match Point di Woody Allen, ma nulla ha mai più eguagliato la bellezza di quel momento. E ancora adesso, collego Alfredo e la sua amatissima Violetta al profumo del sapone di Marsiglia, al bucato appena steso, ai ciottoli e ai vicoli del centro storico bitontino.

Eppure, la prima volta che fu rappresentata La traviata, presso il Teatro La Fenice di Venezia, nella serata del 6 marzo del 1853, fu un fiasco. Un autentico fiasco. Il che sorprese non poco Giuseppe Verdi. Per tutto il corso del primo atto, il pubblico sembrava rapito. Guardava quello che succedeva in scena a bocca aperta, desideroso di scoprire come sarebbe andata a finire. Ma dal secondo atto in poi qualcosa era andato storto e l’entusiasmo dei tanti spettatori era pian piano scemato, fino a esaurirsi del tutto.

La colpa, a detta del compositore, non era della musica o del libretto, scritto dal fedelissimo Francesco Maria Piave, ma degli interpreti che non erano riusciti a reggere le palesi difficoltà dello spartito, ed erano inciampati in questa o quella nota. Pertanto, il compositore aveva giurato che avrebbe riportato in scena La traviata solo dopo aver trovato interpreti all’altezza. E nonostante le grandi difficoltà, oggi quest’opera, ispirata a La signora delle camelie di Alexandre Dumas figlio, è la più rappresentata al mondo e conta ben 629 rifacimenti.

Quello che, però, aveva fatto storcere il naso al pubblico non era affatto la complessità dello spartito o la sua interpretazione. Era il soggetto a essere problematico. Vedere in scena una prostituta era già di per sé duro da digerire per il pubblico perbenista dell’epoca, ma addirittura, notare che fosse la protagonista era alquanto scabroso. Eppure, è proprio il personaggio di Violetta Valéry – così positivo, votato al sacrificio e profondamente umano, quell’onesta cortigiana che richiama alla memoria le gentili meretrici che calcavano il palco ai tempi di Terenzio – che ha garantito la celebrità e la longevità de La traviata. Questo ribaltamento del giudizio morale è uno dei motivi per cui la storia ebbe un impatto così forte sul pubblico di allora, sino a insinuarsi nelle pieghe più nascoste dell’immaginario popolare.

Inizialmente doveva chiamarsi Amore e morte, ma la censura impedì a Verdi di porre questo titolo e lo costrinse, col tempo, a togliere qualche scena e, poi, ad ambientare la storia non nel suo presente ma in un’epoca anteriore. Queste modifiche furono, poi, annullate al momento della morte del compositore e l’opera poté essere reinserita nell’Ottocento, come voluto inizialmente da Verdi.

Misurarsi con un’opera del genere non è facile, specie per una regista come Sofia Coppola, che ha fatto suo un cinema intimistico, basato sul non detto, e costruito sulla relazione fisica e psicologica tra uomo e donna, sempre e rigorosamente facendo trapelare, come si è visto poche volte nel cinema, il punto di vista femminile e ciò che piace all’occhio femminile. Ma non dobbiamo dimenticarci che questa figlia d’arte, che ha saputo nel corso della sua carriera emanciparsi dalla figura del padre, non è solo la regista di Lost in Translation, ma anche di Marie Antoinette, un film di costume, nel quale si vede la grande cura al dettaglio, la preziosità delle vesti, i tanti colori pastello, che fanno da contraltare alla vacuità di una vita che presto finirà con un colpo di ghigliottina. Rappresenta perfettamente la prigione dorata di una regina che, un po’ come il Riccardo II di Shakespeare, non sa che presto la storia le si rivolterà contro e che il tempo, che fino a quel momento è parso non esistere, presto rintoccherà a velocità raddoppiata le sue ore.

Quello che può capitare quando una regista, che ha sempre fatto cinema, si occupa di opera lirica, è che si snaturi e che decida, in nome della resa, di camuffare alcuni tratti tipici della propria personalità artistica. Per fortuna, Sofia Coppola è riuscita a mantenerli, e se al cinema ha preso qualche cantonata, lì, sul palco del Teatro Petruzzelli, ha messo su una macchina pressoché perfetta, oliata alla perfezione, in grado di mantenere l’intensità sino al terzo atto. I costumi di Valentino sono stati il fiore all’occhiello di questo incanto visivo.

E se Verdi avesse potuto assistere a questa riproposizione di uno dei suoi capolavori, sarebbe rimasto senza parole di fronte ai suoi interpreti. Federica Guida, con la sua Violetta, Stefan Pop nei panni di Alfredo, intervallato da uno straordinario Tigran Melkonyan, Anna Pennisi nel ruolo di Flora Bervoix, hanno garantito il successo de La Traviata. La perfezione del contenitore non avrebbe potuto niente senza la bravura dei suoi attori. Tutto si sarebbe sfaldato, per quanto ben impacchettato, senza la potenza vocale di un cast tanto stellare.

Ma perché Sofia Coppola si è presa il rischio di questa regia? Perché ha ricevuto un’offerta – direbbe un celebre personaggio di Francis Ford – che non ha potuto rifiutare! Quando Valentino Garavani la chiamò per proporle di lavorare insieme a questo progetto, Coppola rimase sorpresa. Non aveva mai affrontato una sfida del genere. Grazie al padre, che ama la lirica, ne ha sempre ascoltata tanta, ma non le era mai balenato in testa di curarne la regia, per giunta di un’opera tanto celebre. E tuttavia come dire di no a Valentino?

Lo stilista, morto a gennaio di quest’anno, l’aveva scelta proprio per Marie Antoinette, per quella sua particolare sensibilità estetica e musicale, in perfetto equilibrio tra classico e moderno. Allora, nel 2016 aveva diretto, presso il Teatro dell’Opera di Roma, il gioiello che poi ha portato in scena a Bari. Certo, ha dovuto fare i conti con Luchino Visconti che nel ‘55 aveva avuto l’onore di dirigere Maria Callas alla Scala di Milano, o con le nove regie di Franco Zeffirelli, che si era occupato personalmente finanche della realizzazione delle scenografie e che, oltre ad aver diretto Callas, aveva girato una versione cinematografica con Teresa Stratas e Plácido Domingo.

Non è facile inserirsi in una tradizione del genere, ma è una sfida che solo la figlia di un colosso del cinema, che faticosamente è riuscita a staccarsi dall’ombra e dall’influenza del padre, affermandosi nel panorama cinematografico con uno stile tutto suo, avrebbe potuto vincere. E così è stato. Quello che ci possiamo augurare è che accetti queste sfide più spesso e che ci sia ancora modo di vedere a teatro altre sue regie. 

Foto di Clarissa Lapolla