Dalla cultura del controllo a quella dell’accoglienza

Una riflessione sulla neurodivergenza come variazione umana e come invito a ripensare relazioni, contesti e fragilità, in questo primo approfondimento del "Journal di una psicologa" a cura di Lizia Dagostino, assessora ai Servizi sociali a Bitonto

Nelle ultime settimane sono intervenuta in alcuni incontri, interessanti e ben organizzati, dedicati alle problematiche dell’autismo. Questa riflessione non è risolutiva e mantiene il valore di una premessa, per continuare a capire e a scegliere le azioni adeguate.

L’inclusione non è soltanto imparare a mostrarci pazienti o tolleranti. È urgente impegnarci perché ogni persona possa partecipare alla vita comunitaria al massimo dell’autonomia che le è possibile agire. Abbiamo, tutti e tutte, pari dignità e pari diritti rispetto al benessere e a una migliore qualità di vita. Riconosciamo come fondamentale il supporto di tutta la comunità: l’inclusione prevede di sostituire la cultura del controllo con la cultura dell’accoglienza e della cura. La diversità non è un’etichetta, ma una realtà complessa e dolorosa. Apprendiamo ad allargare il mondo considerato normale, in modo che la diversità divenga una possibilità dell’esistenza.

Propongo una riflessione d’inizio che ha bisogno di rivedere continuamente studi e ricerche, anche internazionali, sul funzionamento del cervello umano. Non possiamo continuare a leggere la diversità con strumenti mentali appartenenti a un ciclo culturale esaurito. Il cervello umano è complesso e non può essere descritto solo attraverso categorie binarie, normale/patologico, inserito/disadattato.

Mi occupo di Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni e per capire condivido il testo illuminato, appena pubblicato, di Stefano Vicari Diversamente intelligenti, Feltrinelli, Milano, 2026:

In definitiva, parlare di neurodivergenza significa spostare lo sguardo e non domandarsi più “cosa non va” nella persona, ma “cosa non funziona” nell’ambiente in cui si trova. Significa progettare contesti più flessibili, giusti e accessibili, capaci di accogliere anche chi si muove “fuori dallo schema”. Solo così possiamo passare da una logica di cura centrata sul deficit a una cultura dell’inclusione fondata sul riconoscimento.

Il mondo è ancora organizzato come se esistesse una sola modalità di abitarlo; una modalità cognitiva, emotiva, relazionale e comportamentale ritenuta adeguata secondo le norme sociali, educative e culturali dominanti. Se non rientriamo nello stesso modello siamo strani, problematici, malati. La vera sfida non è adattare le persone alla società, ma adattare la società alle persone Non è una colpa e non tutti/e sappiamo abitare le situazioni e le relazioni come la maggior parte di persone. E se, allora, fossimo noi un problema, con l’incapacità di accogliere chi pensa e sente in modo differente?

La neurodivergenza non riguarda solo l’autismo, si applica a molti disturbi del neurosviluppo: il disturbo di attenzione con iperattività (ADHD), i disturbi dell’apprendimento (dislessia, disortografia, discalculia evolutiva), il disturbo da tic e la sindrome di Gilles de la Tourette, la disabilità intellettiva o la plusdotazione cognitiva, i disturbi del linguaggio.

La neurodivergenza è una variazione di funzionamento del cervello umano che è difficile ridurre in uno schema, in una casella. La parola spettro si riferisce, infatti, a un’ampia gamma di condizioni o di sintomi che possono variare in gravità e durata, come ad esempio lo spettro autistico. Ma quando lo spettro diventa troppo ampio, rischiamo, allargando, di perdere la specificità, il particolare. Una categoria descrittiva serve a essere riconosciuti e curati, ma è evidente che ogni diagnosi può diventare un’etichetta che ingabbia, un potere esercitato sulla persona indifesa.

Preferiamo il trucco del binocolo: l’ampiezza del panorama, da una parte, per cogliere e contenere ogni sfumatura, anche minima e, dall’altra parte del binocolo, la riduzione del campo di indagine per finalizzare meglio gli interventi di supporto e di cura. Le ricerche sulla neurodivergenza accolgono un universo di storie, di condizioni divere di salute, fra gli equilibri e la disperazione, fra la resa come una consegna pacifica di sé alla realtà, e le lotte per i diritti. Meglio la convinzione che in ogni persona c’è una piccola percentuale di neurodivergenza che la certezza della separazione fra chi è sano e chi è malato.  

Apprendiamo ad abitare la diversità dentro di noi, per prima, come una possibilità dell’esistenza. Attraverso l’informazione e la formazione continua, diveniamo solidali con la parte ignota di noi stesse/i e con la parte invisibile dell’umanità. È la diversità a essere normale.

La fragilità che ci cade addosso come un fastidio, non rimanda solo a un problema sanitario, ma a un necessario cambiamento psicologico ed etico. La scelta tra cinismo e rispetto, in molti casi, passa ancora da una decisione personale e professionale e non comunitaria. Il servizio adeguato non si misura soltanto sulla competenza tecnica, sulla rapidità diagnostica o sull’efficienza delle procedure. Si misura, soprattutto, dalla modalità di relazione. Ogni strada, ogni ufficio è un presidio di benessere, un presidio, anche, di civiltà. E ogni principio di civiltà chiede la intersezionalità, visto che ogni fragilità può intrecciarsi con altre fragilità, ogni quadro clinico può incrociarne un altro, accumulando le diagnosi, le complessità di intervento in contesti diversi e il dolore.

Lo sguardo che desideriamo modificare è culturale, perché, come scrive Vicari: “Non sono le persone a doversi “aggiustare” per rientrare nei parametri, ma il contesto a essere ripensato per accoglierle meglio. Adattare il contesto non significa “fare eccezioni”, ma costruire condizioni in cui ciascuno possa esprimere ciò che è, senza doversi nascondere o sforzare continuamente di “essere come gli altri”. E questo non aiuta solo chi è neurodivergente ma crea ambienti più flessibili, empatici e umani per tutti. Perché, quando impariamo ad accogliere le differenze, diventiamo una società più giusta, più ricca e, semplicemente, più vivibile”.

Certo, serve modificare le organizzazioni e richiamare le responsabilità istituzionali, ma è urgente studiare e apprendere anche a modulare la nostra voce e le  parole utilizzate, a riconoscere la paura, a evitare l’umiliazione, a proteggere la dignità propria e altrui di esseri umani. Oltre le giornate ufficialmente dedicate.

Spesso, le persone neurodivergenti sperimentano un disagio clinicamente rilevante, in altri casi, la neurodivergenza si esprime come differenza funzionale, non come disturbo. Le neuroscienze dello sviluppo ci stanno insegnando, infatti, che non esiste un’unica strada verso l’età adulta, e che le differenze neurocognitive non sono anomalie da correggere, ma forme alternative di funzionamento che possiamo comprendere, sostenere e valorizzare. Ritroviamo Il mondo salvato dai ragazzini di Elsa Morante (Einaudi 2012)

EDIPO / Il turchino. La casa!

Io sono il ritmo notturno della bonaccia sull’orlo della rada, sotto i recinti del forte dove la rècluta dorme, credendo nel sogno d’essere ancora in famiglia, a dormire nella stalla, vicino ai respiri della giumenta e del puledrino già cresciuto che lui stesso ha visto nascere, il passato inverno, e gli ha fatto da mammàna…

EDIPO

La pubertà! Io sono il batticuore della ragazza, che, tremante per il divieto trasgredito d’accompagnarsi al ragazzo rientrando dalla lezione alla sera sul momento del commiato clandestino davanti alla porta di casa lascia un bacio ancora freddo d’infanzia e di furto la sua bocca appena intrisa di primo amore…


Le foto sono tratte dalla mostra di Sophie Dumont, intitolata “Architecture du savoir” (2025)