La minaccia degli spari incombe su Bari. Non i botti per la festa di San Nicola, che sta per entrare nel vivo; ma il rumore sordo dei colpi di pistola – confuso nel rimbombo dei fuochi d’artificio – che torna a seminare terrore tra le strade del capoluogo. Uno scenario che, in realtà, i clan rivali hanno preannunciato sui social, minacciando di colpire i bersagli di antiche faide proprio durante i festeggiamenti in onore del santo patrono.
Approfittando dei fuochi pirotecnici, che a fine aprile hanno inaugurato le feste, un commando di malavitosi aveva già agito a pochi metri dalla basilica. Nel pieno della serata erano state esplose diverse raffiche di mitra, che avevano ferito gravemente un’anziana signora di 85 anni, ennesima vittima innocente della faida tra le principali cosche della città (le famiglie Capriati e Strisciuglio) che continua a insanguinare le strade e a trasformare momenti di festa in scenari di paura.

A protestare contro l’ennesimo atto di violenza, si è levata la voce dei movimenti studenteschi e dell’antimafia sociale nel corso di un sit in che ha voluto richiamare i cittadini a vigilare e a reagire affinchè il fumo delle armi non rischi di offuscare il clima festoso di questi giorni. A far vibrare parole di condanna anche il sindaco di Bari, Vito Leccese, e il presidente della Regione Puglia, Antonio Decaro, che ha invitato la comunità a non mollare e a non farsi irretire alla paura, sottolineando come i giovani, promotori della mobilitazione, rappresentino un’ancora di salvezza e un valido motivo per continuare a sperare.
Il fuoco delle armi, intanto, continua a seminare terrore sin alla periferia dell’area metropolitana. A Bisceglie, dopo l’omicidio in discoteca di Filippo Scavo – esponente del clan Strisciuglio di Carbonara – un’altra sparatoria in un ristorante ha ferito a morte un cameriere, vittima innocente di una violenza che non guarda in faccia nessuno. E non vanno dimenticati gli spari in via Dante, a Bari, dove ad aprile un ragazzo è stato gambizzato, né quelli esplosi in viale della Repubblica davanti a una sala giochi: episodi che hanno alimentato una nuova, pericolosa spirale di violenza.

Come in un film dei primi anni Novanta, Bari si ritrova stretta tra i colpi di due famiglie rivali. Un’immagine ingiallita e stonata, soprattutto se confrontata con il percorso di rilancio sociale ed economico che la città ha intrapreso ormai da anni. In realtà, la mafia cittadina non è mai scomparsa: ha semplicemente cambiato pelle, adottando strategie diverse. “Con troppa superficialità si è pensato che, con l’arresto dei principali esponenti dei clan, si potesse spazzare via la criminalità organizzata”, osserva il sociologo Leonardo Palmisano, tra i massimi esperti delle dinamiche mafiose nella nostra regione.
Secondo Palmisano, le istituzioni negli ultimi anni avrebbero sottovalutato l’evoluzione dei fenomeni criminali, trascurando un’analisi approfondita dei nuovi equilibri. “Il tema della sicurezza in città riguarda essenzialmente la mafia”, sottolinea, ricordando che la capacità dei clan di riorganizzarsi, infiltrarsi e mutare forma è stata spesso ignorata o letta con ritardo.

Negli ultimi anni si è fatta molta retorica sull’antimafia sociale, costruendo una narrazione rassicurante che però non ha colto la profondità del fenomeno. “La città dovrebbe comprendere che la penetrazione delle mafie nell’economia non le disarma”, osserva Palmisano. L’errore, secondo il sociologo, è stato pensare troppo presto di aver indebolito in modo decisivo le dinamiche mafiose, nonostante segnali evidenti della loro presenza, come la capacità di infiltrarsi anche nelle aziende municipalizzate. “È chiaro che la promozione dell’antimafia sociale e politica non è bastata. Adesso bisogna entrare davvero nel merito delle questioni. Va riconosciuto, però, che la Procura è intervenuta in modo positivo”, aggiunge Palmisano, indicando la necessità di un cambio di passo nell’analisi e nella risposta istituzionale. In questo contesto, non sorprende che le bande della criminalità organizzata approfittino del clima festoso per colpire: un copione già visto in passato. E, purtroppo, quando si accende la prima miccia, seguono quasi sempre atti intimidatori e vendette a catena, alimentando una spirale che diventa difficile da contenere.
“Ciò che accadrà nei prossimi giorni dipende dalla volontà di rispondere ai colpi già esplosi. Se ci saranno nuove ritorsioni, il rischio è un’escalation. E purtroppo la festa di San Nicola, per questi clan, può diventare un’occasione subdola per ostentare supremazia. In alternativa, potrebbe verificarsi l’espulsione di qualcuno dell’area Strisciuglio da Bari vecchia”, osserva Palmisano. Un clima di incertezza e timore rischia così di incrinare la voglia di partecipazione nei giorni della festa patronale. Eppure il sociologo invita a leggere la situazione con lucidità: “Non credo che siamo di fronte a nuove logiche di predominio mafioso su Bari vecchia o sui quartieri. Piuttosto, si sta riproponendo una modalità antica, legata a ruggini che risalgono a quasi trent’anni fa e che non sono mai state del tutto cancellate.”

Tre decenni fa si consumò la scissione tra due famiglie di Bari vecchia, i Capriati e gli Strisciuglio. Una frattura che ha lasciato in eredità ostilità mai del tutto cancellate: da un lato gli Strisciuglio, una federazione di famiglie radicate in diversi quartieri; dall’altro i Capriati, storicamente egemoni nel cuore antico della città.
Prevedere cosa accadrà nei prossimi giorni resta complesso, al di là delle minacce e dei segnali di tensione. “Siamo di fronte alla riproposizione di una modalità violenta che richiama il passato”, spiega Palmisano. “I Capriati, forti soprattutto a Bari vecchia, e gli Strisciuglio, con famiglie affiliate negli altri quartieri, sembrano voler riaffacciarsi sulla scena cittadina con schemi antichi che coinvolgono le nuove leve. Ma si tratta di strategie datate: non c’è un salto di qualità. Entrambe le famiglie, in realtà, vivono un periodo di declino”.
Il sociologo aggiunge un elemento decisivo: “Non credo che questi episodi proseguiranno a lungo, anche perché nessuno dei due clan ha la forza economica per sostenere una guerra aperta. Ne uscirebbero entrambi ridimensionati. Oggi non si può più ragionare in termini di espansione, ma di dinamiche interne, circoscritte soprattutto a Bari vecchia, che resta l’epicentro della mafia barese: pistola facile, devianza e un certo dinamismo legato al mercato degli stupefacenti, soprattutto fuori città”.

Ciò che sta accadendo in questi giorni ha un sapore paradossale: sembra un ritorno al passato proprio mentre una larga parte della cittadinanza guarda con fiducia a nuove prospettive di sviluppo. “Non si respira un clima di terrore, ma una parte dei cittadini è preoccupata, un’altra è rassegnata: finché i criminali non vengono disarmati, un senso di pericolo resta nell’aria. Ed è davvero stancante continuare ad assistere a vicende che appartengono a vecchie lotte mafiose. Siamo nel 2026: non possiamo permettere che questi atti criminali riportino la città indietro di trent’anni”, conclude Palmisano.
In questo scenario la città si prepara, comunque, a vivere la festa di San Nicola, il momento più identitario e condiviso della comunità barese. Una ricorrenza che, da secoli, unisce ciò che la cronaca spesso divide: la devozione popolare, l’accoglienza, la capacità di ritrovarsi insieme nonostante le ombre. Ed è proprio qui che Bari può trovare la sua risposta più autentica ed efficace all’arroganza delle criminalità.
Nelle foto, alcuni momenti della festa di San Nicola





