Nelle prime pagine di Forse che sì, forse che no, Gabriele d’Annunzio descrive il suo smisurato amore per le autovetture dell’epoca, che adorava far sfrecciare lungo la strada. E lo fa attraverso la storia di una coppia di amanti, Paolo Tarsis e Isabella Inghirami, che si ritrovano a percorrere un lungo tragitto su un bolide rosso fiammante. L’auto macina chilometri lungo la striscia d’asfalto, producendo un “rombo guerresco simile al rullo d’un vasto tamburo metallico” e, così, nelle prime pagine di quel romanzo che racconta la rapidità delle passioni e la loro pericolosità, d’Annunzio inserisce la sua contemporaneità nella letteratura.

Una mossa audace e, in un certo senso, paradigmatica di un’epoca in cui gli intellettuali erano divisi tra chi elogiava la tecnologia, i motori, l’avanzare del progresso e chi li temeva, conscio del fatto che stessero alimentando la follia generalizzata di quanti erano pronti ad entrare in guerra, servendosi proprio di questa nuova e rampante tecnologia. Mentre sono a Bari e assisto all’attesa nona edizione della rievocazione storica del famoso Gran Premio Automobilistico, penso che a quegli intellettuali come d’Annunzio e Marinetti, a quei profondi ammiratori del rombo dei motori, questo spettacolo sarebbe piaciuto molto.
Auto d’epoca che si fanno largo nelle strade cittadine e che, a partire dal Teatro Piccinni, avanzano verso il Margherita, per poi percorrere tutto il lungomare. Macchine rosse, bianche, verdi e azzurre fanno da contralto alle auto moderne, così grigie, così scure. Una bambina, che assiste a questa gara da piazza Prefettura, si allunga, a un certo punto, verso il nonno che le tiene la mano e gli dice che preferisce queste auto colorate a quelle che vanno in giro oggi, tutte immancabilmente nere. E il nonno, visibilmente sorpreso, la guarda e le dice che non ci ha fatto caso. “Hai ragione! Ci vorrebbe proprio un po’ di colore“, dichiara, continuando a guardare la gara con la sua nipotina che, stanca, “pretende” di essere presa in braccio.

Il Gran Premio di Bari è stata una prestigiosa competizione automobilistica, organizzata negli anni tra il 1947 e il 1956. Un appuntamento irrinunciabile per gli appassionati delle quattro ruote, che ha attirato in Puglia piloti leggendari come Juan Manuel Fangio e Tazio Nuvolari. La gara si svolgeva su un circuito disegnato nel cuore della città, con partenza e arrivo sul lungomare vicino al Teatro Margherita. La prima edizione, quella del ‘47 per l’appunto, fu diretta da Renzo Castegneto, che dette lo start alla corsa alle 11,04. Il sindaco del tempo, Vito Antonio Di Cagno, tra gli ideatori e promotori del premio, abbassò la bandiera a scacchi e undici bolidi partirono per una gara di 50 giri su un percorso di circa 5 km e mezzo, che partiva all’altezza dell’Ansa di Marisabella, girava intorno ai padiglioni della Fiera del Levante e ritornava al punto di partenza, percorrendo via Napoli. Vincitore di quella memorabile edizione fu Achille Varzi, a bordo di una fiammante Alfa Romeo.

Ma in questa competizione non sono mancate delle lady drivers, come Anna Maria Peduzzi, Maria Teresa De Filippis e Yvonne Simon, che diedero parecchio filo da torcere ai colleghi maschi al volante. L’ultimo Gran Premio risale al 1956, quando fu premiato Stirling Moss, pilota inglese alla guida di una Maserati. “Il Gran Premio di Bari per nove anni ha fatto sognare la città”, ha ricordato il sindaco Vito Leccese all’inaugurazione della mostra al Margherita dedicata proprio a questo importante evento sportivo.
“Il rombo dei motori, bolidi che solcano a forte velocità l’asfalto, tensione e adrenalina si uniscono, mentre un attimo di esaltazione sale su per la schiena di spettatori e piloti. Dall’ultima gara il suo ricordo è ancora vivo nel cuore dei baresi e proprio per questo da diversi anni si svolge la rievocazione”, spiega il sindaco.

La mostra, 60 anni di storia. Un circuito nel cuore, celebra il binomio tra ingegneria d’avanguardia e design d’autore attraverso i capolavori della carrozzeria Bertone, l’eccellenza meccanica di Morbidelli e le icone che hanno segnato il design automobilistico e motociclistico mondiale, come Lamborghini, Lancia, Alfa Romeo, Moto Guzzi. Foto, documenti e cimeli storici hanno fatto viaggiare i visitatori indietro nel tempo, ripercorrendo le tappe fondamentali del Gran Premio. In particolare, si è potuta ammirare la leggendaria Coppa Brasile, il trofeo originale che suggella un legame storico e sportivo senza precedenti tra la città di Bari e il Paese sudamericano.
In questa nona edizione, cinque sono state le vetture premiate, alla presenza dell’ex campione del mondo Emerson Fittipaldi: primo classificato l’equipaggio formato da Sergio Schiavon ed Emanuela Toninato con la vettura Chiribiri Monza Sport del 1924, l’auto più “anziana” in gara. Dal secondo al quinto posto si sono piazzati gli equipaggi capeggiati da Nicola Chiurlia (Repetto Formula Monza 875 del 1969), Ferruccio Fontanella (Patriarca Formula Junior Baby del 1959), Nicola Sculco (Maserati 200S del 1956) e Giovanni Dolcetta (Osca MT4 del 1955).

Gli speaker della gara sono stati Gianni Tesauro, Giuseppe Joe Gelonese, Nicola Durso e Serena Manieri. Insieme hanno raccontato al pubblico le emozioni e i dettagli dello svolgimento della notturna di sabato e della rievocazione mattutina della domenica, descrivendo le caratteristiche di ogni auto, le emozioni dei piloti e l’atmosfera gioiosa che si respirava nel paddock e lungo tutto il percorso. A partire da Piazza della Libertà, il circuito ha abbracciato tutto il borgo antico di Bari, da Corso Vittorio Emanuele fino al teatro Margherita, proseguendo per il lungomare, costeggiando il Castello Svevo e terminando in Piazza della Libertà, un circuito che ha offerto ai piloti la possibilità di sfilare in piena sicurezza.
In passato, infatti, il Gran Premio ha causato qualche problema alla cittadinanza: la gara finiva col bloccare tutti i trasporti urbani, impedendo ai passanti di muoversi senza problemi tra le vie più centrali. E non sono mancati neppure gli incidenti, come quello del ‘55, in cui una Ferrari, a causa di una macchia d’olio sulla strada, travolse il pubblico, causando la morte del sottufficiale, Francesco De Francisci, allora trentenne, che si gettò sulla vettura, salvando la vita a numerosi spettatori.

“Il Gran Premio di Bari unisce memoria e partecipazione. Vedere una Bari così viva è bellissimo. Eventi come questo sono occasioni per far incontrare migliaia di persone e garantire un’offerta culturale e sportiva alla gente. Siamo consapevoli del fatto che comportino alcuni disagi per la viabilità, soprattutto in una fase in cui la città è interessata da numerosi cantieri. Per questo l’invito che rivolgo a tutti è di partecipare e vivere queste giornate con gioia e leggerezza, riscoprendo insieme una pagina importante della nostra storia”, conclude Leccese.
Sono convinta che un evento del genere, che ha fatto riversare tantissimi baresi e turisti nelle strade del capoluogo, avrebbe messo d’accordo in quell’Italia dei primi del ‘900 sia gli intellettuali che erano a favore delle autovetture sia coloro che si mostravano restii e sospettosi nei confronti della rapidità del progresso. Vedere così tanta gente unita e felice fare il tifo e perdersi nei ricordi, fa sempre un certo effetto. Ora non resta che ricominciare il conto alla rovescia, nell’attesa di rivedere sfrecciare questi bolidi tra ali di folla festante, con un mare placido e il cielo sereno sullo sfondo. Fortuna che un anno passa in fretta.





