Uno spettacolo teatrale, in genere, riflette e mette in evidenza la realtà del vivere, del quotidiano. Ma questo quotidiano non fa parte della vita vissuta giorno per giorno.
Sembra un paradosso, ma la scena teatrale ci dice che quello che vediamo è il vero riflesso del nostro quotidiano, anche se non è parte della realtà. Questo è teatro che non finge; è teatro che s’incarna nel reale perché riattiva emozioni, ricordi e sensazioni sopite nella parte più o meno profonda della coscienza.

Abituati come siamo alla fretta, non ci accorgiamo più di cosa significa davvero una parola. Di cosa è lecito che una persona faccia per testimoniare quelli che chiamiamo valori della vita. Una verità da capire e di cui dare testimonianza per evitare oppressione, sofferenza e morte. Violenze a cui oggi, come non mai in altri tempi, siamo costretti ad assistere.
Forse, mi sono prolungato un po’ troppo in questo incipit. Ma sono questi i miei pensieri dopo aver assistito alla rappresentazione di sdisOrè di Giovanni Testori. Il monologo polifonico, in dialetto lombardo, rilegge in modo crudo e provocatorio l’Orestea di Eschilo, mescolando sacro e profano, e narrando la vendetta di Oreste (sdisOrè) con toni tragici, erotici e ironici. Leggere l’opera di Testori, soprattutto se lo si fa a voce alta, sembra un canto. Ma la trama è tutt’altro che un cantare. Basti pensare ai personaggi: Elettra, Clitemnestra, Egisto, Oreste. Al teatro greco di Siracusa li abbiamo visti rappresentati varie volte ma, al MAT, il Laboratorio Urbano di Terlizzi, una grande Evelina Rosselli, ha portato in scena l’Orestea, da sola, con due maschere, due marionette e una sedia. E qui è accaduto qualcosa di strano.

In genere, nel teatro di Testori la parola, il Verbo, è centrale. In questo spettacolo, l’attrice ha reso centrali anche le maschere e le marionette, esprimendo così tutto l’orrore di questo dramma ma in maniera grottesca, ampliato dalla lingua testoriana e dalla voce della Rosselli che, di volta in volta, cambiava timbro e suono ma sempre senza eccedere, in un equilibrio essenziale. Ciò che non è molto facile realizzare nei lavori testoriani, in quanto le parole sembrano lottare fra di loro come se volessero destrutturarsi, tornare all’essenziale ma che, dette a voce alta, recuperano limpidezza e suono, come lo sono le poesie: puro suono.
Mi piace pensare, tra l’altro, che dall’attrice lo spettacolo va e viene in una interazione costante tra lei e il pubblico. In un “andare e venire” delle parole che si fanno, si costruiscono e si incarnano, innervandosi con la parte più profonda di ognuno di noi. E in gran parte il merito va a questa piccola, grande attrice che valorizza ogni singola coscienza, di chi l’ascolta. Noi, e lei, momento per momento creativa e comunicativa, recuperando “quella parola” dal profondo significato: poetica e musicante, meglio ancora che musicale. Testori ha sempre detto che il teatro è un rito e le parole non sono un impiccio, inventandone di nuove perché diventino uno stato del sentire, uno stato della coscienza. Le parole devono sedimentarsi nella memoria e nascondersi sino a quando non debbano necessariamente essere ripescate, riprese, ri-vissute.

Ogni parola, quindi tutte, ogni volta emessa, oltre che dare testimonianza della vita, scava nelle coscienze, bruciandole, facendo razzia delle emozioni, spogliandole degli orpelli e diventando carismatiche.
Per un attore, col teatro di Testori si rischia sempre. Proprio perché Testori è anche pittore, ci si trova sempre di fronte a qualcosa d’altro, qualcosa che può stravolgere l’interprete perché chiede attenzione, parola per parola, alle mani, al corpo, sempre stando attenti al suo stesso respiro e a quello degli spettatori.

In questo evento scenico, l’attrice dal rituale della scena ha recuperato il valore della parola, restituendola alla poesia. Gesto oltremodo difficoltoso e apparentemente conflittuale. Testori appare blasfemo ma è profondamente credente; sempre alla ricerca del perché cercare la comunione con quel Cristo sofferente e salire con Lui quel Golgota che l’ossessiona. Stessa strada percorsa da altri pittori di cui scriveva, come Karl Hodicke con la sua Crocifissione, Francis Bacon con i suoi studi per una Crocifissione, Kei Mitsuuchi che attribuisce al crocifisso il suo sguardo, Vittorio Bellini con il volto martoriato del Cristo e La via crucis di Vertova.
Opere queste che segnalano come la carne martoriata dell’uomo è la stessa carne martoriata di Cristo, che è carne, ossa, sangue e cuore e, quindi, profonda carità. E come dire tutto ciò, come raccontarlo se non usando parole dure, parole quasi blasfeme, parole disperate e maledette, tenendo a mente che come ha avuto modo di spiegare Testori in un’intervista all’Indice dei libri nel 1990: “Io sono sempre stato un cristiano malmesso?” SdisOrè gliene dà l’occasione e in questa orestea testoriana, dopo aver assassinato Clitemnestra ed Egidio, Oreste rifiuta il comando della città, ma chiede perdono, chiede pietà per questa storia di sangue, non vuole più essere imprigionato dal senso del dolore che la vendetta regala come dono, e il perdono è quello del Cristo. Un finale cambiato perché, cito le sue parole: ”Cristo è tutto, senza di Lui nulla è possibile, Lui dà dolore ma anche gioia, bellezza e amore”. E ancora: “E’ l’amore che ci restituisce la ragione più profonda della vita”.

Evelina Rosseli ha saputo fondere la propria parola con la parola dell’autore e col silenzio attento e quasi religioso degli spettatori. Quella parola che pare oggi non avere lo stesso potere o, almeno, lo stesso valore di potersi mutare in carne e sangue. È una costante ricerca, questa e, ogniqualvolta si va in scena, la finzione pare smettere di essere tale. Chapeau! per questa donna di teatro che assieme a Caterina Rossi, l’autrice delle maschere e delle marionette portate in scena da Evelina (la chiamo per nome ormai, sentendone quasi la sorellanza), ha fondato il gruppo UROR.
Un particolare curioso: sdisOrè è stato scritto per Branciaroli ma quest’attore non lo amava tanto quanto ha amato In exitu, un’opera provocatoria che ha fatto scandalo, col suo linguaggio potente, innovativo e al tempo stesso poetico e struggente. Ma di quest’opera, e di altre, avremo modo di parlare in seguito. Un grazie enorme, intanto, ad Evelina Rosselli che ha avuto il coraggio di portare sulla scena questo lavoro di Testori che sconvolge e coinvolge.
Le foto dello spettacolo sono tratte dalla pagina fb di Evelina Rosselli





