Bisceglie è oggi una città ferita, sofferente, in lutto. Una città che chiede serenità, ma anche giustizia e una presa di responsabilità che tarda ad arrivare. È stata una settimana tragica quella appena trascorsa, cominciata con l’improvvisa e prematura scomparsa di Alicia Amoruso, la ragazzina di 12 anni schiacciata da un pino, caduto sotto la furia del vento mentre tornava a casa dopo la scuola. Una morte che non si può accettare e che ha scosso un’intera comunità, subito mobilitatasi per onorare la memoria di Alicia ma soprattutto per ribadire a gran voce che: “Non è stata fatalità, ma responsabilità”. È stato questo lo slogan delle migliaia di studenti scesi per strada a manifestare rabbia e indignazione.
La Procura di Trani ha già notificato gli avvisi di garanzia a cinque dipendenti comunali. Tra gli indagati, accusati di cooperazione in omicidio colposo aggravata dalle modalità del fatto, il dirigente e i funzionari tecnici e istruttori della Ripartizione Pianificazione, Programmi ed Infrastrutture del Comune e dello Sportello Patrimonio Demanio e Attività Manutentive, oltre al legale rappresentante della società appaltatrice per la manutenzione del verde pubblico.

«Faremo tutto ciò che è necessario perché le responsabilità siano accertate. Le indagini sono in corso. Gli uffici comunali hanno fornito collaborazione totale e ho massimo rispetto e fiducia nell’operato dei carabinieri e della Procura», ha dichiarato il sindaco, Angelantonio Angarano. Ma da più parti giunge la richiesta di un’assunzione di responsabilità più concreta e significativa, specialmente dall’assessora al ramo, Angela Monterisi, che ha invece preferito trincerarsi in un silenzio assordante. Nel frattempo in città il silenzio è rotto dal rumore incessante delle motoseghe. All’indomani della tragedia, infatti, il primo cittadino ha predisposto la chiusura di parchi, giardini e del cimitero comunale per effettuare una ricognizione straordinaria e urgente degli alberi nel territorio cittadino, mentre si procede all’abbattimento di tutti quelli ritenuti potenzialmente pericolosi, partendo dalle aree più sensibili, in particolare quelle scolastiche.
A neanche quarantott’ore da quella tragedia, un altro fatto di cronaca ha però sconvolto una città che non si era ancora ripresa: il femminicidio di Patrizia Lamanuzzi, uccisa dal coniuge Luigi Gentile, che l’ha lanciata dal balcone per poi togliersi la vita nello stesso modo. Dagli accertamenti, eseguiti nei laboratori dell’istituto di Medicina legale del Policlinico di Bari, è emerso che sul cadavere della donna, oltre ai diversi e profondi traumi provocati dall’essere precipitata dal quinto piano della palazzina in cui abitava, ci sarebbero segni di strangolamento al collo. Un ulteriore elemento che sembra confermare l’ipotesi di femminicidio-suicidio, avanzata dai carabinieri già dopo le primissime indagini sul luogo dell’incidente. I due erano in fase di separazione e, da qualche tempo, la 54enne viveva da sola all’interno dell’abitazione in via Vittorio Veneto, in cui si è consumata la tragedia.
Del complicato momento che stava attraversando la coppia sapevano solo i parenti più stretti e qualche amico. Non risultano, al momento, segnalazioni di problematiche famigliari né negli uffici dei Servizi sociali del Comune né in caserma: nessuna denuncia, nessuna richiesta di aiuto è mai giunta al 112 anche se, un paio di anni fa, la donna si sarebbe rivolta al pronto soccorso dell’ospedale cittadino a causa di forti stati di ansia successivi a violenti scontri verbali avvenuti in famiglia. Eppure, dalle interviste raccolte immediatamente dopo l’omicidio della donna, è emerso come Patrizia temesse per la propria incolumità e da tempo non si sentisse più al sicuro in presenza dell’uomo. Stando alla ricostruzione dei fatti, pare che la mattina successiva i due – che hanno due figli, entrambi non residenti a Bisceglie – avrebbero dovuto firmare le carte di separazione. Anche in questo caso l’amministrazione ha proclamato il lutto cittadino: un rituale che sta diventando una drammatica consuetudine in città.
Infine, alle prime luci dell’alba di domenica, alcuni colpi di arma da fuoco hanno creato un fuggi fuggi generale nella principale discoteca biscegliese, gremita per una serata di musica anni Ottanta. A cadere sotto gli spari è stato Filippo Scavo, 43 anni, originario di Carbonara, già noto alle forze dell’ordine. Un proiettile lo ha raggiunto alla base del collo. I soccorsi sono stati immediati, ma inutili: trasportato d’urgenza all’ospedale di Bisceglie, l’uomo è morto poco dopo l’arrivo.

Chi era in pista ha cercato riparo, altri si sono diretti verso le uscite in una fuga disordinata. Urla, spintoni, paura. Nel giro di pochi minuti sono arrivati i carabinieri, con i militari del Nucleo Investigativo del comando provinciale di Trani e della tenenza di Bisceglie, affiancati dalla sezione scientifica. I rilievi sono andati avanti per ore e il quadro investigativo ancora tutto da definire. Sull’accaduto indaga l’Antimafia e questo porterebbe a ipotizzare che alla base della sparatoria ci sia un regolamento di conti tra clan baresi. Il reato ipotizzato è infatti omicidio con aggravante mafiosa.
Filippo Scavo era ritenuto un esponente del clan mafioso Strisciuglio. Il suo nome, inoltre, è contenuto in numerosi atti giudiziari della Dda di Bari e si fa riferimento a Scavo anche in alcune informative delle forze dell’ordine confluite nell’inchiesta sull’omicidio di Antonella Lopez, la 19enne uccisa per errore in un conflitto a fuoco tra giovani rampolli dei clan, il 22 settembre del 2024, all’interno della discoteca Bahia nella vicina Molfetta.
Bisceglie ha dovuto fare i conti, nel giro di pochissimi giorni, con tre tragedie che devono necessariamente interrogare chi ricopre ruoli di responsabilità, ma che non possono non smuovere qualcosa dentro ciascun cittadino. Non è un caso se diverse città, dopo la notizie della morte di Alicia, siano corse ai ripari per evitare che un avvenimento del genere potesse ripetersi anche da loro, a dimostrazione di come la mancata (o errata) cura del verde e del patrimonio arboreo sia un problema molto diffuso. E così di femminicidi ed esecuzioni per mano della criminalità organizzata sono purtroppo piene le pagine delle cronache locali.
Bisceglie ha pagato un prezzo altissimo, ma è indispensabile che da quanto è successo scaturisca una riflessione seria e ampia. L’amministrazione guidata da Angarano ha scelto per ora la via del silenzio, ma dovrà arrivare il tempo di un gesto, di un segnale doveroso nei confronti di una cittadinanza smarrita e impaurita.
In tutto questo, resta alta la voce dei famigliari di Mino Racanati, il 53enne biscegliese ancora disperso nel fiume Trigno dopo il crollo del ponte sulla statale Adriatica lo scorso 2 aprile, sul quale transitava con l’auto. “Scrivere queste parole è la cosa più difficile della mia vita. So che non ci sei più. So che sei rimasto lì, sotto quelle macerie. E questo dolore non si può spiegare. Ma una cosa non posso accettarla: lasciarti lì. Tu meriti rispetto, meriti di tornare a casa”, scrive la moglie sui social, preoccupata che adesso possa calare il silenzio su quest’altra vicenda e che le ricerche del corpo del marito si fermino. “Non lasciate che il silenzio e il tempo prendano il sopravvento. Mio padre merita di essere trovato, la nostra famiglia merita di sapere. E nessuno dovrebbe essere dimenticato in questo modo”, ribadisce Angelica, la figlia maggiore, ventiduenne.





