Un viaggio per imparare a guardare il cielo e a contare le stelle

Giancarlo Visitilli inaugura il ciclo di incontri promosso dalla parrocchia di San Leone Magno a Bitonto, rivolti a riscoprire il valore dell’educazione, tra pace, digitale, relazione e interiorità, nel solco dell’appello di papa Leone XIV

La parrocchia di San Leone Magno, a Bitonto, ha scelto di dedicare cinque incontri al grande, complesso, delicato e fondamentale tema dell’educazione. Un percorso intitolato Guarda il cielo e conta le stelle che attraverserà la pace, il digitale, l’incontro con l’altro e la vita interiore. Un cammino che non nasce dal caso, ma s’inserisce nel solco dell’appello lanciato da papa Leone XIV durante il Giubileo del Mondo Educativo celebrato lo scorso anno: un invito a inaugurare una “nuova stagione educativa”, capace di restituire alla formazione il suo ruolo centrale come risorsa di speranza e di pace.

È in questo clima che si apre il primo appuntamento, come se la comunità intera si preparasse a varcare una soglia. L’atmosfera è quella delle grandi occasioni: non un semplice incontro, ma l’inizio di un viaggio. A guidare i presenti è il professor Giancarlo Visitilli, scrittore, giornalista, critico cinematografico e docente di lettere, oltre che fondatore della cooperativa I bambini di Truffaut, che da anni accoglie minori segnati da storie difficili. La sua voce non è quella di un relatore, ma di un narratore che porta con sé echi di vita vissuta, domande, cadute e rinascite.

Visitilli racconta che oggi, forse per la prima volta dopo troppi anni, gli adulti stanno iniziando ad accorgersi davvero dei giovani. Non più come un “problema”, ma come una possibilità. Spiega che la distanza generazionale non si colma tornando indietro, ai “nostri tempi”, perché quel mondo non esiste più. È iniziato il loro tempo, e per comprenderlo occorre un passo indietro da sé stessi, un atto di umiltà.

La sua voce accompagna l’idea di “stagione” come tempo di germinazione: un’umanità che si rinnova, come nella musica di Franco Battiato, dove la primavera non può sbocciare senza aver attraversato l’inverno. Ogni educatore, suggerisce, dovrebbe imparare a riconoscere questo ritmo naturale delle cose.

Guardare non basta

Molti ragazzi, racconta Visitilli, scrivono nei loro compiti di non sentirsi guardati. Non perché manchi l’attenzione, ma perché manca l’osservazione: quella capacità di andare oltre la superficie, di cogliere la persona nella sua interezza. È qui che richiama il motto di don Milani, I care, come promessa di cura e responsabilità. Un invito a un’educazione che non si limita a vedere, ma che sa scendere in profondità.

Giancarlo Visitilli
La caduta come passaggio

Il professore intreccia poi la narrazione con la tradizione cristiana. Ricorda la scena, raccontata da Jacopone da Todi, in cui Maria osserva il Figlio salire verso il Calvario senza sostituirsi a lui. È un’immagine che diventa metafora: l’educazione non può evitare la caduta, perché è proprio lì che s’impara a resistere. Ogni volta che un genitore impedisce al figlio di toccare il fondo, gli sottrae la possibilità di crescere.

Storie che salvano

Visitilli porta con sé storie che non si dimenticano. Racconta di Margherita, una delle ragazze accolte dalla cooperativa: un’adolescenza segnata da violenze indicibili, un corpo ferito, un futuro che sembrava negato. Eppure, da quel fango è nato un fiore: oggi Margherita studia psicologia e sogna di aiutare altri come lei. È la prova che la vita può ricucirsi, anche quando sembra strappata.

Racconta anche di sé, di quando a undici anni fu affidato ai servizi sociali e definito “minore a rischio”. Un’etichetta che ancora oggi fatica a comprendere. Ricorda poi un momento vissuto in Vaticano, durante un convegno sull’educazione: la penna caduta, il gesto di chinarsi, le scarpe consumate del Papa che gli riportano alla mente le sue, da bambino. Un dettaglio che diventa rivelazione: l’educazione non è dovere, ma volontà. E la volontà implica responsabilità.

Il compito degli adulti

Visitilli non risparmia una riflessione sugli adulti di oggi, spesso troppo pronti a sostituirsi ai figli, incapaci di “lasciarli cadere”. Li definisce “genitori formaggino”, morbidi fino a dissolversi, incapaci di offrire sostanza. I figli, dice, hanno bisogno di modelli credibili, non di protezioni infinite. Il compito degli adulti è accompagnare, non trattenere: spingere i figli sulla strada e poi osservarli da lontano, lasciando che crescano anche senza di noi.

La fioritura possibile

Il professore chiude il suo intervento con un’immagine che si fissa in modo indelebile nella memoria: la croce come collocazione provvisoria. Il dolore non è l’ultima parola, ma un passaggio necessario. Le difficoltà, dice, sono potature: tagli che fanno male, ma che permettono alla pianta di rinforzarsi e fiorire.

È in questa consapevolezza che s’inserisce il percorso della parrocchia di San Leone Magno: un cammino che non offre soluzioni immediate, ma apre un orizzonte. La “nuova stagione educativa” evocata da Papa Leone XIV non è uno slogan, ma un invito a guardare i giovani come una promessa, non come un enigma. A credere che, anche nella massa incolore e informe dei rifiuti possa sbocciare un fiore. E certo, ascoltando queste storie, ci si accorge che quella stagione è già cominciata.