Trump e il suo mese da D-IO

Tra deliri di onnipotenza e tensioni interne all'amministrazione, il presidente Usa si muove in uno scenario sempre più contraddittorio, segnato dalla perdita di significato delle parole

Se i tempi da incubo avessero un volto, le ultime settimane avrebbero inevitabilmente l’espressione accigliata di Donald Trump. Alla Casa Bianca continua a piovere sul bagnato: dalle clamorose dimissioni di Joe Kent alle divergenti dichiarazioni del capo dell’intelligence fino alle tensioni legate alla nuova questione cubana e alla “rivincita sul campo” del “cinquantunesimo stato americano”.

Tra dichiarazioni muscolari e isolamento internazionale

Che si tratti di “under pressure”, come cantavano i Queen insieme a David Bowie, o di quella noia raccontata da Franco Califano, il presidente Trump continua a trovare il modo di far schizzare il proprio nome tra le ricerche su Google. “Non abbiamo bisogno dell’aiuto di nessuno”, ha scritto in maniera polemica su Truth, criticando il mancato appoggio da parte degli alleati. Se da un lato vengono rivendicati “enormi successi” contro Teheran, dall’altro si riafferma l’indipendenza militare della sua amministrazione. Unio sfogo che è solo l’ennesimo segnale di un ulteriore incrinarsi dei rapporti con la NATO.

Il caso Joe Kent: un addio che pesa

“Sì, d’accordo, ma poi?” Il primo colpo di scena arriva dal direttore del Centro Nazionale Antiterrorismo: a metà marzo Joe Kent abbandona il suo incarico per forti divergenze con l’amministrazione Trump, in particolar modo sulla guerra in Iran. “Non posso in coscienza appoggiare la guerra in corso in Iran. L’Iran non rappresentava una minaccia imminente per la nostra nazione”, spiega.

Le dichiarazioni del presidente, rischiano di diventare un molto personale: “IO non HO bisogno di nessuno”. Ma chi è Joe Kent? È un padre di famiglia, rimasto vedovo a causa di un attacco suicida dell’Isis in Siria nel 2019. Uno dei tanti errori compiuti dagli Usa in Medio Oriente, riconducibile anch’esso a pressioni di Israele. L’eroe americano (così l’aveva descritto Trump) era però anche un complottista, con ideali filofascisti che ha trascorso la vita tra le armi e il desiderio morboso di entrare nei ranghi più alti del governo. Occasione sfruttata durante la seconda presidenza Trump. Per comprendere al meglio Joe Kent, sarebbe utile anche guardare alle persone con cui ha collaborato. L’ex berretto verde è stato ospite del podcast di Greyson Arnold, lo stesso che ha definito Hitler “una figura complessa quanto fraintesa”, ed è stato sostenuto nella sua campagna al Congresso (persa) da Peter Thiel, fondatore di PayPal, impegnato nei giorni scorsi in una serie di conferenze sull’Anticristo in Italia.

Iran, Israele e un equilibrio sempre più fragile

Nonostante il suo spirito anticonformista ciò che racconta Joe Kent all’interno della sua lettera di dimissioni sono ben altro che fanfole. Le strategie offensive di Washington e Tel Aviv seguono, infatti, traiettorie che s’incrociano davvero molto raramente. La conferma è data da David M. Halbfinger, capo della redazione di Gerusalemme per il New York Times. Come osservato da Halbfinger, sono più di trent’anni che Netanyahu considera l’Iran una minaccia senza precedenti per il suo Paese. E gli Stati Uniti di Donald J. Trump, oggi, permettono di avere le spalle ben coperte.

L’equilibrio tra i due stati è un gioco di prospettive. Le dichiarazioni a riguardo sono numerose e spesso divergenti. Ne deriva una confusione crescente, su un tema in continuo aggiornamento. Si è iniziato con le parole pronunciate da Rubio davanti al Congresso, quando ha ammesso che Israele aveva accelerato i tempi del conflitto, costringendo gli Stati Uniti a intervenire mentre Washington cercava ancora una soluzione diplomatica con l’Iran. La replica del leader dello stato ebraico non ha tardato ad arrivare: ha liquidato tutto come “ridicolo”, accompagnando il commento con una serie di elogi verso gli Stati Uniti. Si è poi proseguito con le pressioni dell’area MAGA al crollo dei mercati petroliferi in seguito agli attacchi israeliani, a cui Trump ha risposto in modo netto: “Gli avevo detto di non farlo”, aggiungendo poi che Netanyahu “non lo farà più”.

La voce dell’intelligence: Tulsi Gabbard rompe gli equilibri

I membri più radicali già etichettano Netanyahu come il nuovo Churchill, ma la guerra sembra combattersi alle condizioni del presidente Trump. Ma da che parte pende, allora, la verità? Ammettendo che, seppur in parte, le regole del gioco siano gestite dal presidente americano, dove trovano quindi legittimazione le parole di Joe Kent? Beh la Casa Bianca è di nuovo vittima del fuoco amico: Tulsi Gabbard, direttrice dell’intelligence nazionale statunitense.

“Gli obiettivi che sono stati fissati dal presidente sono diversi dagli obiettivi fissati dal governo israeliano”, ha dichiarato Gabbard in una nota destinata alla commissione per l’intelligence della Camera dei Rappresentanti. Se l’obiettivo indicato dal presidente Trump fosse quello di annientare l’arsenale nucleare, ad oggi, ogni operazione militare, risulterebbe, in effetti superflua. L’ANSA riporta che dopo l’operazione “Midnight Hammer” dello scorso giugno il programma di arricchimento nucleare di Teheran è stato annientato, e che da allora non ci sono stati tentativi di ricostruire i loro impianti”. Una valutazione che rafforza la tesi alla base delle dimissioni di Kent: l’attacco all’Iran più che un’operazione militare necessaria, appare una decisione politica.

Una dichiarazione che espone Gabbard, il suo entourage e probabilmente tutto il governo americano, ancor di più al centro dell’attenzione mediatica. Eppure, il punto più critico deve ancora arrivare. Al momento della lettura della dichiarazione infatti, Tulsi Gabbard, ha prima “censurato” le parti contradditorie con le linee guida di Trump, per poi, a seguito di pressioni da parte di alcuni senatori, consegnare al “Commander in Chief” (Trump in questo caso) il potere e la responsabilità di “stabilire cosa costituisca una minaccia imminente”. Peccato che sia compito proprio dell’agenzia che lei rappresenta.

Nel frattempo, mentre la Casa Bianca è costretta a fronteggiare fratture e tensioni interne, il panorama internazionale offre al presidente repubblicano l’occasione per distogliere i riflettori dal contesto nazionale. Trump sfrutta questa dinamica per riaffermare il peso geopolitico degli Stati Uniti, trasformando ogni crisi in un’occasione di visibilità e pressione.

La crisi cubana e le parole che pesano

In questo contesto s’inserisce il caso cubano: nei giorni scorsi l’isola è rimasta senza elettricità e appare oggi sempre più vicina al collasso. Il blackout totale è il sesto in poco più di un anno, e la situazione è aggravata dal taglio del flusso di petrolio venezuelano che alimentava le centrali termoelettriche del paese. Secondo quanto riportato da LaPresse, Trump ha dichiarato davanti ai giornalisti presenti alla Casa Bianca: “Penso che avrò l’onore di prendere Cuba, un grande onore”. E poi ancora: “Prendere Cuba in qualche modo: prenderla o liberarla, penso di poter fare qualunque cosa voglio”.

“Chi parla male, pensa male e vive male. Bisogna trovare le parole giuste: le parole sono importanti!” afferma Nanni Moretti in Palombella Rossa. Quelle del presidente americano in effetti sono parole forti, sicuramente molto provocatorie ma che nascondono una grandissima verità: Trump sembra voler accreditare l’idea che l’unica via d’uscita per il popolo cubano passi dagli Stati Uniti. Nel Paese non ci sono trasporti, scuole e università sono chiuse, la repubblica cubana rischia di diventare l’ennesimo regime, piegato alla volontà americana. Il quotidiano El Nuevo Herald, dichiara che trattative sono in corso da settimane tra Raúl Guillermo Rodríguez Castro, nipote, guardia del corpo e uomo di fiducia di Raúl Castro, e Marco Rubio, segretario di stato degli Stati Uniti. Il New York Times riporta la richiesta di Washington: le dimissioni di Díaz-Canel, il presidente cubano.

Sport e geopolitica: la “rivincita” venezuelana

D’altronde “Gli americani sono portatori sani di democrazia. Nel senso che a loro non fa male, però te l’attaccano.” Eppure al di fuori dei tavoli geopolitici esiste un ambito apparentemente impermeabile alle logiche di potere. Un terreno dove peso politico, soldi e arsenale militare smettono, improvvisamente, di avere un peso. Anche in questo caso però Trump ha deciso di esprimersi attraverso i canali social. Dopo la semifinale del World Baseball Classic dove il Venezuela ha battuto la nostra Italia, il presidente americano ha trovato modo di ricordare il successo politico ottenuto in Sud America con l’arresto di Maduro. “Ultimamente stanno succedendo cose positive al Venezuela. Mi chiedo a cosa sia dovuta questa magia… Stato numero 51?”, aveva scritto sul proprio account Truth. Ma lo sport, tende sempre a punire chi si espone troppo presto. Al termine nel nono inning il risultato è chiaro: il Venezuela batte gli Stati Uniti 3-2 . Una squadra, un tifo, un popolo intero: uniti da un grido comune: “È stata la nostra rivincita”.

Uno spiraglio con l’Iran, mentre il Libano brucia

Gli ultimi giorni, con l’annuncio di un accordo provvisorio tra Stati Uniti e Iran, sembrano aprire qualche barlume di speranza. Una sospensione delle ostilità che, se pur fragile, rappresenta la prima inversione di tendenza dopo settimane di escalation militare. Intanto il fischio delle bombe che piovono dai caccia israeliani continua a terrorizzare intere regioni del Libano, con tutto il drammatico corollario di centinaia e centinaia di vittime tra i civili. E Trump dopo essersi pavoneggiato con frasi del tipo “Sapete, non mi piace dirlo, ma abbiamo vinto. La guerra è stata vinta” adesso è costretto a rincorrere le spaventose mattanze dell’amministrazione Netanyau con espressioni del tipo: “Scaramucce delle quali mi occuperò a breve”.

In attesa della Coppa del Mondo FIFA 2026 che gli Stati Uniti ospiteranno a giugno insieme al Messico, si spera che, almeno per un mese, nessuno provi ad aggiungere nuove stelle alla bandiera. Un mese in cui confini, pressioni e “strategie” lasceranno spazio a regole, almeno sul campo, uguali per tutti.

La foto di Trump è tratta dal sito dell’ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale)